‘La Cordillera’ di Santiago Mitre al Cineforum ‘Falso Movimento’ di Rovito 12 marzo ore 20.45

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LA CORDILLERA (IL PRESIDENTE – ARGENTINA 2017 v.o.s.i.) DI SANTIAGO MITRE, UNA PARABOLA, ARGUTA, DISINCANTATA, VISIONARIA E “MISTERICA” SUI DIABOLICI INTRIGHI DELLA POLITICA, È IN PROGRAMMA MARTEDÌ 12 MARZO (H. 20.45) AL CINEFORUM “FALSO MOVIMENTO” DI ROVITO, PER IL SETTIMO APPUNTAMENTO DEL CICLO “UGO G. CARUSO È EL CIUDADANO ILUSTRE”
Il trentasettenne regista Santiago Mitre ha ormai definito la propria collocazione nell’ambito del cinema argentino: è il cineasta che esplora le varie declinazioni della politica sul grande schermo mutando sia ambito sociale che stile di ripresa.
Se in “El estudiante” (“Lo studente”) affrontava il tema della frammentazione dei movimenti politici in ambito universitario e in “Paulina” andava a leggere l’impegno portato all’estremo nei confronti dei più diseredati, qui l’ambito muta nuovamente e, in certa misura, si fa più rischioso.
Forse inconsciamente suggestionato  dalla presentazione di soli sette giorni fa ad “Altri sguardi” di “Santiago, Italia” di Nanni Moretti, nella cui locandina figurava già sullo sfondo proprio la catena montuosa sudamericana, Ugo G. Caruso torna idealmente in Cile, recuperando per la sua rassegna un film che aveva molto apprezzato due anni prima a Torino e che in precedenza era stato accolto  favorevolmente a Cannes, nella sezione “Un certain regard”.
La cordigliera cui fa riferimento il titolo originale (in Italia il film è stato distribuito col titolo “Il Presidente”) è quella andina che separa geograficamente il Cile dall’Argentina. E il film scritto da Mitre insieme con Mariano Llinás, è incentrato su un summit fra tutti gli stati latinoamericani che si tiene proprio sulla cordigliera cilena, con lo scopo di  stabilire un accordo in merito alle politiche petrolifere delle nazioni interessate. Mentre i capi di stato di tutti i paesi si riuniscono nell’isolato hotel dalla magnifica compostezza architettonica che li ospita a 3000 metri di altezza, il presidente argentino Hernán Blanco (un sempre straordinario Ricardo Darín), in volo per il Cile, deve contemporaneamente cercare di arginare uno scandalo finanziario che coinvolge l’ex marito della figlia e che può ripercuotersi su di lui.
Mitre orchestra un dramma politico in piena regola, solido, teso, hitchcokiano che fa impallidire al confronto il raduno etico pretenziosamente messo in scena da Roberto Andò ne “Le confessioni” e richiama semmai, con minore intenzione metaforica, il cupo e grottesco de profundis del cinema ed insieme della politica italiana realizzato nel 1976 da Elio Petri con Todo modo sul canovaccio di Leonardo Sciascia.
Il presidente argentino, intorno a cui ruota tutta la vicenda, è in apparenza un politico intransigente, senza macchia e con un trascorso proletario. «Un hombre como voz», come recita lo slogan della campagna elettorale ripetuto scherzosamente dalla figlia. La trovata vincente è stata quella di giocare sull’associazione tra il cognome Blanco (bianco) e tutto quello che il colore richiama nell’immaginazione nazionale, a partire dalla bandiera.
Blanco, capiamo subito, è un populista di stampo sudamericano, un “uomo qualunque”, una sorta di peronista di origini proletarie, che cita Marx e vanta un passato limpido e immacolato. Un cittadino apparentemente al servizio dei cittadini che nasconde, come capiremo col dipanarsi della vicenda, un uomo di potere senza scrupoli. La perdita della verginità politica di Blanco è raccontata con le modalità di un dramma che nelle svolte narrative ha l’incedere di un vero e proprio thriller. Il presidente che, austero e impassibile, affronta gli eventi senza mai perdere la calma, impara a giocare secondo le regole e, proprio come il personaggio di un giallo hitchockiano, a tirarsi fuori dai guai senza farsi trascinare dagli eventi. Il regista punta alla costruzione di una figura politica la cui sorte è minacciata dalla sovrapposizione fra la sfera pubblica e quella privata. Tuttavia la questione è affrontata da una prospettiva interna che è focalizzata completamente sul personaggio principale. Raccontato con linearità, il film procede come un susseguirsi di situazioni narrative che alternano senza soluzione di continuità le due sfere della vita di Blanco. Circondato da altri leader, uomini dello staff o parenti, non è mai da solo. E se spesso ciò che è in campo con lui rimane sfuocato nel background, egli occupa sempre il centro dell’immagine. Perché prima che definirlo dalle scelte e dalle azioni che intraprende, Mitre sembra interessato a dipingerlo come un corpo, come una figura che sta nello spazio e che quello spazio lo occupa fisicamente. Un hombre vertical in tutto e per tutto che ha quasi più risalto delle parole che pronuncia.
A fargli da sfondo, inoltre, è un paesaggio, quello della cordigliera, che è esso stesso uno spazio vuoto pronto a essere occupato, conquistato. Uno spazio da dominare in un certo senso, dato che la catena andina si snoda come un serpente da nord a sud per tutta quell’America Latina che il summit ha il fine di decidere come sfruttare (violare) attraverso l’estrazione del petrolio. Un luogo che il titolo nomina non a caso, che identifica un continente (quale altra cordigliera esiste che non sia quella delle Ande?) da sempre territorio da colonizzare e che è l’obiettivo del “diavolo” per eccellenza: gli Stati Uniti. E il diavolo, del resto, viene citato direttamente dal protagonista quando egli racconta un sogno d’infanzia a un medico chiamato ad assistere la figlia. E se quest’ultimo è efficacemente interpretato dal cileno Alfredo Castro, attore feticcio di Pablo Larrain, il trauma infantile del cavallo evocato oniricamente dalla figlia, l’intensa Dolores Fonzi, cita direttamente  “Marnie” di Hitchcock.
E non è un caso che l’astuzia e la riuscita trasformazione di Blanco in Presidente avvenga nel momento in cui anche gli accordi con gli americani (del nord), “i gringos”, il diavolo per eccellenza, come sembra suggerire nel suo riuscito cameo Christian Slater, vengono piegati al tornaconto politico (e molto probabilmente  personale) del protagonista. Come se per essere davvero un capo di stato non sia necessario perdere solo la verginità, ma soprattutto l’anima.
Il diavolo è bianco, dunque, per Santiago Mitre.
Un film rimarchevole, insomma, che ribadisce una volta di più, se ve ne fosse bisogno, la ricchezza tematica e stilistica del cinema argentino contemporaneo.

Autore: Redazionale

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