Dal Mississippi al Tennessee, l’America inospitale di ‘Green book’, al cinema dal 31 gennaio

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In occasione dell’assegnazione degli Oscar 2019 riproponiamo l’accurata analisi di Giuseppe Condorelli.

Dal Mississippi al Tennessee, l’America inospitale di ‘Green book’, al cinema dal 31 gennaio

Se non sono abbastanza nero né abbastanza bianco né abbastanza uomo, allora dimmi Tony, cosa sono?

Don Shirley

il mondo è pieno di gente sola che ha paura di fare la prima mossa

Tony

Cosa c’è di più improbabile, nell’America segregazionista degli anni ‘60, di uno spocchioso italo-americano, un po’ manesco, buzzurro e dall’appetito formidabile e di un grande musicista afroamericano, raffinato, colto e un po’ damerino che viaggiano insieme per le umide e calde strade del Sud? Forse in quel capolavoro sul jazz che è “Natura morta con custodia di sax” questa storia avrebbe meritato un capitolo.

A colmare la lacuna ci ha pensato, almeno sul grande schermo, il regista Peter Farrelly che ha diretto (co-prodotto e co-scritto) “Green book” sorretto da due protagonisti di valore assoluto: Viggo Mortensen, nei panni di Tony ‘lip’ Vallelonga, e Mahershala Ali, al quale l’interpretazione del pianista Don Shirley è valsa un Golden Globe.

Il film dunque si ispira a una storia vera, quella appunto di Donald Shirley, musicista afroamericano che per compiere una lunga tournée nel Sud degli States ingaggia Tony ‘lip’, un buttafuori dalla lingua sciolta e dai modi spicci. Il loro sarà un viaggio di liberazione e di autodeterminazione che culminerà in una sincera amicizia, durata fino alla morte di Don Shirley, nel 2013. Un’atipica learning road che dietro una patina ironica e apparentemente disincantata, riesce a svelare i contrasti dell’America kennediana, sospesa tra utopia e reazione, tra accoglienza e feroce attaccamento alla tradizione razzista. Il titolo del film si riferisce al “The Negro Motorist Green Book” una sorta di guida per automobilisti non bianchi (sic), pubblicata al tempo delle cosiddette leggi razziali di Jim Crow.

Al contrario di quanto racconta il film (un’infanzia povera, lui che suona la spinetta per tutta la Florida con la madre chiedendo l’elemosina, gli spettacolini nelle chiese e nei salotti) Donald Shirley è cresciuto in una famiglia benestante e ha frequentato il conservatorio a Leningrado. Come prodigio pensava a una carriera da pianista classico, ma pur debuttando appena diciottenne con la Boston Pops, alcune porte rimasero chiuse per lui, artista afro-americano, e la sua carriera si rivelò diversa anche se riuscì a esibirsi come solista a Detroit, Chicago e Cleveland. Il suo stesso impresario gli disse che un pianista nero non sarebbe stato accettato negli Stati Uniti, spingendolo ad adottare un repertorio più pop. Shirley fu costretto così a piegarsi al consiglio dell’impresario imbarcandosi in una carriera che rimase in gran parte bloccata nelle acque tiepide che separavano jazz, cabaret, e musica da camera.

Eppure “Green book” sorvola il dato meramente biografico e ci offre un percorso di agnizione che può essere compiuto solo in maniera complementare. Tony e Don si incontreranno poco a poco, superando i pregiudizi e le barriere della loro convinzioni, del loro modo di pensare e di rapportarsi, oltrepassando il confine limitante di “bianco” e “nero” l’uno comprendendo anche le ragioni dell’altro. Entrambi sono chiusi nei loro bozzoli: da un lato Tony, uno che ha vissuto sempre e solo nel Bronx e nella rassicurante cerchia di famiglia e idee, che asciuga i calzini sulla tv, sa fare a botte, riesce a tirare fuori Shirley dai guai. Ma con i suoi evidenti limiti di educazione sa mantenere la parola: quando a Memphis incontra “amici” di N.Y. che gli offrono un lavoro più remunerativo e, per carità, “senza negri” lui rifiuterà. Dall’altro un afroamericano alla ricerca di una identità: un uomo solo “che i ricchi bianchi pagano per sentire suonare e sentirsi colti” ma che appena scende dal palco “torna ad essere solo un negro”, che soffre solo perché la sua gente non lo accetta visto che non è nemmeno come loro. Al di là delle polemiche che la famiglia di Don Shirley ha innescato all’uscita – “una sinfonia di menzogne”- “Green book” ci pare un film necessario: non certo una commedia musicale (la colonna sonora di Kris Bowers è comunque un piccola perla), quanto piuttosto la scoperta di due mondi interiori delicati e crudeli che riescono finalmente a capirsi in un contesto ostile e refrattario.

La pellicola scorre per tappe dal Mississippi al Tennessee, dalla Carolina all’Alabama – quelle appunto del tour musicale che Don compì col suo trio nel 1962 – in cittadine nelle quali sono ammessi “solo bianchi dopo il tramonto”. Una atmosfera inospitale in cui i due perfezionano la loro sintonia: Tony che scrive con l’aiuto di Don le lettere alla moglie (tanto pasticciate e sgrammaticate, prima, da sembrare “scritte per un riscatto”); Don che finalmente assaggia il pollo fritto senza posate.

Una sceneggiatura leggera ma efficacissima (cui ha pure collaborato il figlio di Tony, Nick Vallelonga) e una interpretazione (da gustare in originale) nella quale Viggo Mortensen (che ricama ogni tanto battute in un improbabile slang siculo-americano) da un lato mostra una padronanza straordinaria, anche fisica, del suo personaggio e Mahershala Ali restituisce dall’altro un Don Shirley fragile e fiero a un tempo, genio controverso e solitario.

Ora noi non sappiamo se sia vera la scena in cui Don si esibisce al piano in un bar “nigger” dopo essere stato rifiutato al ristorante del locale in cui doveva esibirsi alla vigilia di Natale ma le sequenze di quella improvvisa e incontenibile jam session ce lo restituiscono finalmente alla sua identità perché “si vince solo quando si mantiene la propria dignità sempre. Essere geni non basta. Ci vuole coraggio per cambiare il cuore della gente.”

Anche se non parrebbe sfuggire in parte al “topos” dell’uomo bianco in veste di salvatore (e con un finale alla Frank Capra), “Green book” è una riflessione toccante su quell’America, un lungo, lento ritorno a casa e verso se stessi. Una testimonianza che il cinema, certo cinema è ancora lì, vivo. E umano.

Autore: Giuseppe Condorelli

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