Muore Stanley Donen, innovatore del musical americano fra nostalgia e superamento

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Muore Stanley Donen, innovatore del musical americano fra nostalgia e superamento

Stanley Donen

Ci lascia anche Stanley Donen, regista e coreografo cinematografico statunitense, nato a Columbia (South Carolina) il 13 aprile 1924. Erede della grande stagione classica del musical, è stato, a un tempo, innovatore e custode della memoria di quel cinema, creando sequenze e ‘numeri’ di grande virtuosismo tecnico e facendo costantemente dialogare modelli teatrali e stilemi cinematografici, attraverso i quali ha elaborato un complesso gioco di specchi, come esito di una riflessione sul cinema e i suoi codici. Lungo un percorso di oltre mezzo secolo, la vena di Donen si è espressa ad alti livelli anche nella commedia, risolta spesso con profondi umori melanconici. Ha ricevuto l’Oscar alla carriera nel 1998.

Dopo aver studiato danza classica al Town Theater di Columbia, nel 1940 debuttò come ballerino a Broadway, nel musical Pal Joey. In quell’occasione conobbe Gene Kelly, con il quale avviò una solida amicizia e una lunga collaborazione professionale. Nel 1943 fu chiamato da Arthur Freed alla Metro Goldwyn Mayer come assistente di Charles Walters per le coreografie di Best foot forward, di Edward Buzzell, nel quale ricoprì anche un piccolo ruolo. L’attività alla MGM proseguì fino al 1949, permettendo a Donen di firmare le coreografie di Holiday in Mexico (1946) di George Sidney, No leave, no love (1946) di Charles Martin, This time for keeps (1947) di Richard Thorpe, le sequenze danzate di Living in a big way (1947) di Gregory La Cava, e di scrivere, con Gene Kelly, il soggetto di Take me out to the ball game (1949; Facciamo il tifo insieme) di Busby Berkeley, del quale curò, con Kelly, anche le coreografie. Nel 1949 esordì come regista, in coppia con Kelly, con lo spumeggiante On the town (Un giorno a New York), un musical che, in modo radicale, sposta l’azione dagli studi alle strade, per una spericolata scorribanda piena di energia vitale e di acuti richiami al cinema muto, rilevabili, per es., negli inseguimenti in stile Keystone. Nel successivo Royal wedding (1951; Sua Altezza si sposa) Donen non curò le coreografie, firmate da Nick Castle, ma poté avvalersi della forma, ancora eccelsa, di Fred Astaire. Alcuni numeri notevoli (Dancing on the ceiling, celebre danza di Fred Astaire lungo le pareti, I left my hat in Haiti, dai colori sgargianti) fanno di questo film un ponte tra la tradizione più alta, rinnovata nella forma dallo stesso Astaire, e l’innovazione più fertile. Della nuova maniera di concepire un musical Donen è stato, con Vincente Minnelli, l’artefice più incisivo, in particolare con il suo film più celebrato, Singin’ in the rain (1952; Cantando sotto la pioggia). Codiretto con Kelly, si pone tra i vertici di un genere che, grazie a Donen e a Kelly (e a Minnelli), mutò la funzione delle componenti danzate e musicali, mettendole in stretto legame con la tessitura narrativa. Film sul cinema, argutamente rivisitato nel periodo di passaggio dal muto al sonoro, Singin’ in the rain rivela la cifra espressiva più propria di Donen (e di Kelly) che risiede nell’aver immesso uno stile classico dentro un nuovo modo di sentire, che del primo diviene superamento ma anche nostalgia.

Cantando sotto la pioggia

La stagione in cui Donen praticò il musical, segnata, tra gli altri, anche dal vitalistico Seven brides for seven brothers (1954; Sette spose per sette fratelli), evocazione del mito classico del ratto delle Sabine, e da Funny face (1957; Cenerentola a Parigi), magico incontro tra l’eleganza di Fred Astaire e la grazia di Audrey Hepburn, raggiunse un punto di non ritorno con il toccante It’s always fair weather (1955; È sempre bel tempo). Privo dello spensierato ottimismo di Singin’ in the rain (evocato esplicitamente da Kelly in uno strabiliante numero sui pattini a rotelle), risulta pervaso da un’intensa vena malinconica, che D. rivela anche in commedie di impianto teatrale, tutte peraltro ricche di sagaci dialoghi, come Indiscreet (1958; Indiscreto), The grass is greener (1960; L’erba del vicino è sempre più verde), nella stravagante ripresa del mito faustiano in Bedazzled (1967; Il mio amico il diavolo) o nel virtuosistico e caustico gioco di attori Staircase (1969; Quei due), gara di bravura fra Rex Harrison e Richard Burton, ma soprattutto nello struggente Two for the road (1966; Due per la strada) con Audrey Hepburn e Albert Finney. Più brillanti appaiono due ‘gialli-rosa’, avvincenti nella loro complicazione narrativa e ricchi di spunti compositivi, quali Charade (1963; Sciarada) e Arabesque (1966). Sempre attento alla tecnica (si pensi, oltre ai numeri dei musical maggiori, ai notevoli effetti fotografici di Funny face, al complesso montaggio che destruttura il racconto in Two for the road o ai caleidoscopici effetti visivi di Arabesque), Donen ha consegnato a futura memoria un delizioso ritratto del cinema e del musical d’antan con Movie movie (1978; Il boxeur e la ballerina), rivisitazione di modi, personaggi e ambienti di quel cinema (con un omaggio a Berkeley), attraversata da profondi umori nostalgici. Né il mondo né il cinema, sembra dire Donen, sono più quelli di una volta, e non può essere molto spensierato neanche il dongiovanni (interpretato da Michael Caine) di Blame it on Rio (1984; Quel giorno a Rio), commedia volutamente sottotono nella quale Donen ha non a caso inserito un brano di Flying down to Rio (1933) di Thornton Freeland, primo film della coppia Fred Astaire-Ginger Rogers. Nel 1999 è ritornato ai toni della commedia crepuscolare e al gioco tra nostalgia e trascorrere del tempo, girando un sorprendente film per la televisione, Love letters.

 

 

Autore: Redazionale

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