Rabbia e ricostituzione sullo scudo di Efesto. ‘Un’estate con Omero’ di Sylvain Tesson (ed. Rizzoli)

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Rabbia e ricostituzione sullo scudo di Efesto. ‘Un’estate con Omero’ di Sylvain Tesson

I classici e il nostro tempo. Sono ancora attuali, ci insegnano qualcosa?

Prendiamo Omero e i suoi poemi, raccontiamoli alla luce delle vicende contemporanee e il gioco è fatto, magari basta forzare un tantino la mano e puntualmente le pagine irte di poesia del Poeta cieco si prestano a spiegare le costanti dell’animo umano e le dinamiche della sfera sociale e politica attraverso un percorso che procede per analogie e per differenze.

L’obiettivo che Sylvain Tesson, scrittore, giornalista e viaggiatore instancabile, si è prefisso nel suo ultimo saggio Un’estate con Omero, edizioni Rizzoli,è proprio quello di dimostrare per l’ennesima volta (come se esistessero ancora dubbi da dissipare!) che i grandi classici sono tali perché trattano temi universali che possono parlare all’uomo contemporaneo con la stessa efficacia di sempre. Già nella Prefazione, riferendosi ad Omero, Tesson ci ricorda che “ogni evento contemporaneo trova eco nei suoi versi o, per meglio dire, ogni sussulto della Storia è il riflesso di una sua premonizione… In questo risiede il genio di Omero: nell’aver tracciato, nei suoi canti, i contorni dell’uomo. Nulla è mutato da allora”.

L’avventura letteraria intrapresa, che Tesson ritiene indispensabile considerata la battuta d’arresto subìta dallo studio del mondo greco e latino negli ultimi decenni (il mondo della scuola, manovrato  dall’imperscrutabile giudizio di chi ci governa da siderali distanze, ne è, suo malgrado, partecipe e testimone) consiste dunque nella riproposta degli snodi fondamentali della trama e talvolta nella citazione sic et simpliciter dei versi immortali di Omero resi funzionali al teorema che si vuol dimostrare. Il linguaggio è sempre semplice ed estremamente accessibile, la platea dei lettori potrebbe allargarsi anche a studenti volenterosi.

Così, dall’eremo felice delle Cicladi – la scelta del luogo non è ovviamente casuale – l’autore si immerge nella ri-lettura e restituisce man mano le proprie osservazioni prima attraverso l’analisi puntuale dei singoli poemi e poi con focalizzazioni tematiche non sempre coese e talvolta persino ripetitive nella trattazione ma di certo robuste e persuasive nell’impianto. Davvero semplice, ma il meccanismo è tutto qua. Tesson agisce come un insegnante intento a chiosare il testo e a fornire spunti di riflessione ai propri allievi.

Basta essere dotati di una sufficiente cultura classica e si può accompagnare ad occhi chiusi Tesson in questo viaggio nella bellezza, nella poesia e nel divino, un viaggio in cui riafferrare la barra del timone delle nostre vite strapazzate e vorticose perché il messaggio finale si racchiude in questo: Omero insegna a vivere, basta saperlo ascoltare con la disposizione primitiva e ingenua degli antichi che ascoltavano i versi degli aedi. E ascoltarlo con un’attitudine pagana, attitudine che si traduce nell’accogliere il mondo senza pretese o aspettative. “Tutto è bello, quanto si vede, dice Priamo, re di Troia. Sì, tutto è bello e le parole sono asservite a questo svelamento, incaricate di esprimere il caleidoscopio della vita”.

Spontaneamente la nostra preferenza va alla seconda parte del testo, quella meno scolastica, quella in cui l’autore apre nuovi orizzonti interpretativi o illustra il proprio concetto di attualità.

‘Iliade’ del Teatro del Carretto

L’ineluttabilità dello scontro all’interno delle società umane è vissuto come destino di cui la Storia fornisce continuamente prova, il prosperare delle grandi divinità (o dei leader politici) sulle macerie del mondo è un necessario dato costante, la generica questione del bisogno di guerra insito nell’uomo è sempre aperta se si guarda con mente serena l’universo geopolitico nel quale ci muoviamo, l’offesa perpetrata dall’uomo alla Natura si rivela come la più recente guerra di Troia ed è letta come ultimo atto di hybris collettiva. L’uomo pensa di essere un dio o un demiurgo e, così facendo, dimentica l’affermazione del filosofo Protagora che ribadisce invece che “l’uomo è misura di tutte le cose” o almeno dovrebbe esserlo, visto che tra i moniti sempre presenti nei poemi alcuni non tollerano deviazioni: non bisogna turbare l’ordine delle cose, non vanno oltrepassati i limiti, le colpe, spesso legate proprio a queste azioni, dovranno comunque essere espiate.

La tensione tra destino e libero arbitrio costituisce uno dei nuclei tematici più interessanti perché cozza di netto con “la glorificazione dell’autonomia individuale” dei nostri tempi; gli eroi greci aveva compreso che gli “dei conducono la danza”, che si può provare a persuaderli con sacrifici e preghiere ma che alla fine la libertà consiste “nel mettersi in cammino verso l’ineluttabile”, senza che ciò tolga nulla all’incessante movimento verso l’appagamento dei propri desideri, alla  possibilità di scelta, alla spontanea partecipazione alla suddetta danza. Insomma, “vivere consiste nell’andare, cantando, verso il proprio destino” e la sottomissione agli dei guerrafondai e interventisti può persino sollevare l’uomo dalle proprie responsabilità Oggi sottrarsi alle proprie responsabilità sembra l’occupazione preferita dai politici per i quali, senza scomodare il Fato, ciò che non funziona è attribuibile alle circostanze  avverse o a chi li ha preceduti.

Altro nucleo tematico forte è quello relativo all’oblio e alla gloria che conduce, nell’eroe greco, alla necessità della scelta della Memoria, intesa come bisogno di affidare il proprio nome alla Storia e come necessità di riappropriazione di se stessi e delle proprie radici, concetti che oggi suonano assai stonati. Per l’uomo di Zuckerberg- l’inventore di Facebook, cioè della versione digitale dello specchio d’acqua di Narciso – i social network si presentano “come meccanismi di disgregazione automatica della memoria: appena postata, l’immagine viene dimenticata” in omaggio al culto dell’odierno “presentismo”.

In tempi recenti, ci ammonisce Tesson, siamo propensi all’identificazione con la parte debole dei grandi protagonisti del passato e delle loro divinità antropomorfe, con le loro imperfezioni. “Anche il divino e il meraviglioso mostrano i propri limiti”, ecco perché Omero sa essere vicino e familiare. Dovremmo infatti prestare orecchio a chi, come Achille, pur avendo fatto della Gloria il proprio faro e la propria ossessione, riconosce dal buio dell’oltretomba che niente ha più valore di una vita semplice e rimpiange la propria incapacità alla rinuncia.

L’eroe classico comunque resta affascinante per le sue virtù canoniche: la forza, il valore, il coraggio e la bellezza di Achille, l’astuzia, l’arte oratoria, la sete di conoscenza, l’ostinazione di Ulisse. A ciascuno di noi la possibilità di riconoscersi nell’uno o nell’altro, a ciascuno la scelta del poema che meglio riflette l’indole e le aspirazioni: la rabbia devastante dell’Iliade, la ricostituzione dell’ordine nell’Odissea. In fondo sono due facce della stessa medaglia, due aspetti complementari del mondo, quel mondo ricchissimo e vario raffigurato sullo scudo che Efesto forgia per Achille.

Accontentarsi del mondo e nulla sperare ci dice Omero attraverso le parole e i gesti dei suoi eroi, potrebbe sembrare l’atteggiamento pessimista del perdente e invece è la formula giusta per godere appieno dei doni della vita.

Autore: Agata Motta

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