Al Teatro della Corte di Genova ‘Un borghese piccolo piccolo’. Massimo Dapporto mattatore nella non felice pièce elaborata da Fabrizio Coniglio

,   

Al Teatro della Corte di Genova ‘Un borghese piccolo piccolo’. Massimo Dapporto mattatore nella non felice pièce elaborata da Fabrizio Coniglio

Fabrizio Coniglio – attore noto anche alla grande platea televisiva e diplomato una ventina di anni orsono alla Scuola dello Stabile di Genova – a volte si dedica alla regia, questa volta traslando un bel romanzo trasformandolo in commedia teatrale. A lui si deve l’adattamento del notissimo libro di Vincenzo Cerami – primo suo romanzo pubblicato nel 1976 dalla Garzanti – che l’anno successivo aveva dato vita al bellissimo film di Mario Monicelli, con protagonista Alberto Sordi, insignito di 3 David di Donatello e di 4 Nastri d’argento.

Portato sulle scene un anno orsono con scenografie minimaliste e l’apporto di cinque interpreti, evidenzia grandi limiti legati alle scelte da lui fatte. I vari quadri appaiono slegati tra loro e mancano di quella coesione che è indispensabile per creare interesse per i quasi 90 minuti di durata. La scelta di basarsi direttamente sul romanzo senza farsi influenzare dal film è corretta, ma lo priva della possibilità di fruire della genialità di Monicelli e di Sergio Amidei che avevano creato una sceneggiatura interessante, perfetta per l’interpretazione del grande attore romano: due ore che passavano velocemente.

La vicenda è ambientata nel capanno in riva al lago dove padre e figlio vanno a pescare, all’interno della casa della famiglia Vivaldi, nell’ufficio del capo ufficio al ministero. Anche la platea è utilizzata per alcune scene in movimento (bella la fuga dell’uomo che si è macchiato della morte del figlio del protagonista). Il testo è un ritratto di quella Italia che ormai ha quasi dimenticato il boom economico, che accetta come fatto ‘naturale’ la raccomandazione ma anche la corruzione, l’uso del compromesso che tacita la coscienza di chi lo vive se è per giusta causa, il ‘diritto’ di ottenere premi e gratificazioni solo per avere fatto il proprio dovere (il protagonista ed i suoi 30 anni al Ministero). L’impiegato che si vanta dell’amicizia col capo ufficio chiede a lui che gli indichi le scorciatoie per potere fare vincere il concorso indetto dal Ministero al figlio neo ragioniere e ancora ingenuo nell’affrontare la vita. Nulla di male che per ottenere quello che vuole debba iscriversi alla Massoneria di cui ha difficoltà a capire il significato ‘magico’ del 3 e del 7, stupore da neofita nello scoprire che tra i fratelli ci sono moltissimi dei suoi colleghi.

Sa di diventare ostaggio nelle mani del suo superiore che continuerà a chiedergli piaceri – funziona così – non ultimo dovrà procurargli voti. Per il figlio unico è disposto a tutto, compreso tradire se stesso. Ma il destino per lui ha scritto una pagina amara: ha ottenuto il testo della prova d’esame, lo accompagna quel mattino a piedi perché si possa rilassare, gli muore tra le braccia colpito da una pallottola vagante esplosa durante una manifestazione. La cattiveria che aveva espresso nei primi minuti della pièce massacrando un pesce appena pescato assieme al figlio, nel finale sostituisce la sua apparente bonomia. Identifica l’assassino del ragazzo, non lo denuncia ma lo porta nel capanno di pesca dove lo tortura fino alla morte. Non viene scoperto, ma riceve una punizione ancora più dura che non il carcere: la moglie, già colpita da un ictus dopo la notizia della morte del figlio, muore lasciandolo completamente solo in un mondo che per lui non ha futuro.

Scelta di Coniglio di eliminare il finale che poteva fare pensare ad un futuro da giustiziere alla Charles Bronson lasciandolo solo con il suo dolore. Scelta lecita ma che, forse, fa perdere parte della drammaticità di una persona perbene che si trasforma in un mostro perché non ha saputo sopportare le prove che la vita gli ha imposto. Perfetta la scelta quale protagonista di Massimo Dapporto che dona umanità al suo dolente personaggio tanto da non farlo mai considerare davvero negativo nonostante il suo comportamento a tratti di bestiale ferocia. Susanna Marcomeni nel ruolo della moglie, con le poche battute ed i tanti silenzi offerti dal testo, regge perfettamente il peso della figura centrica del marito. Sicuramente da sottolineare la bella prova di Roberto D’Alessandro, capo ufficio viscido ed assolutamente deprecabile che riesce ad essere nonostante tutto divertente nel suo cinismo. Rappresenta il peggio di quella italietta che tuttora è fin troppo presente nella nostra vita di tutti i giorni.

Alla fine, applausi convinti e particolarmente lunghi soprattutto per Dapporto, figlio del grande ligure DOC Carlo, che a Genova ha sempre trovato entusiasti estimatori.

 

Scheda spettacolo:

Massimo Dapporto

Susanna Marcomeni

Roberto D’Alessandro

Matteo Francomano

Federico Rubin

Un borghese piccolo piccolo

tratto dall’omonimo romanzo di Vincenzo Cerami, adattamento Fabrizio Coniglio

Musiche Nicola Piovani

Luci Valerio Peroni

scene Gaspare De Pascali

assistente scene Alice Rinaldi

costumi Sandra Cardini

assistente costumi Valeria Di Maria

regia Fabrizio Coniglio

produzione Teatro e Società di Pietro Mezzasoma

Autore: Furio Fossati

Condividi