Leggere è salire, forse non fino al cielo ma senz’altro sopra la mediocrità

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LEGGERE È SALIRE

Ricchezza non vuol dire saggezza. Prendiamo il caso di Thamus, potente faraone d’Egitto. Un giorno il dio lunare Thot gli si parò davanti entusiasta e gli annunciò l’invenzione della scrittura. Non ci si crederà, ma invece di gioire, il saccente faraone si dimostrò presuntuoso e ottuso. Questo il loro dialogo come lo raccontò Socrate e come lo ha tramandato Platone (Fedro, 274c-275b).

Thot: «Questa mia invenzione, o re, renderà gli egiziani più sapienti e più capaci di ricordare , perché con essa si è ritrovato il farmaco della memoria e della sapienza».

Thamus: «Ingegnosissimo Thot, c’è chi sa partorire le arti e chi sa giudicare quale danno o quale vantaggio sono destinate ad arrecare a chi intende servirsene. Ora tu, padre della scrittura, per benevolenza hai detto il contrario di quello che essa vale. Questa scoperta infatti, per la mancanza di esercizio della memoria, produrrà nell’anima di coloro che la impareranno la dimenticanza, perché fidandosi della scrittura ricorderanno dal di fuori mediante caratteri estranei, non dal di dentro e da se stessi; perciò tu hai scoperto il farmaco non della memoria, ma del richiamare alla memoria. Della sapienza tu procuri ai tuoi discepoli l’apparenza, non la verità: ascoltando per tuo tramite molte cose senza insegnamento, crederanno di conoscere molte cose, mentre per lo più le ignorano, e la loro compagnia sarà molesta, poiché sono divenuti portatori di opinione anziché sapienti».

Insomma, l’alfabeto è giudicato un mero espediente mnemotecnico, nocivo per la memoria e inutile per la conoscenza.

Esegesi

Scrivere e leggere, quindi, fu considerato in illo tempore un passo indietro nella via del progresso, probabilmente per l’innata paura dell’uomo di diffidare dei “passaggi” e di non sapersi adattare alle nuove scoperte. Rileggendo attentamente le parole del faraone si intuisce, però, che la sua vera paura era quella di perdere il potere, per questo non esitò un solo istante a silurare sociologia, storia, psicologia, didattica, mezzi di comunicazione di massa… Teoria condivisa lungo i secoli da despoti e tiranni, impostori e demagoghi: l’analfabeta si domina e si controlla più facilmente. Don Abbondio, che con il suo goffo latinorum confonde il povero Renzo, docet. Ma andiamo con ordine, giacché le parole del faraone meritano un’attenta esegesi. Dunque:

Chi si autoproclama giudice di ciò che arreca beneficio o danno agli uomini è del parere che la politica viene prima dell’arte. È inutile prendersela con i contemporanei, perché questa mentalità ha radici profonde: la piramide prima del papiro; la zappa e la ruota al posto dei libri e della scuola; meglio un muratore che un professore. Quanti sostengono che «con la cultura non si mangia» sappiano che non hanno detto niente di nuovo.

Thot, sempre secondo il giudizio del faraone, può riprendersi il suo poco gradito regalo e riportarselo sulla luna. Il motivo? Affidando i pensieri alla scrittura si danneggia la memoria. Con buona pace di diaristi, agiografi, storici. Insomma: meglio la tradizione orale. Chi dice oggi il contrario di quello che aveva detto ieri e si trincera dietro il ritornello del «Non avete capito! Io non ho detto questo!» sarà sicuramente d’accordo. E noi, ingenui, che abbiamo dato retta ai professori di latino che ci ripetevano fino alla nausea: «Verba volant, scripta manent!».

Leggere è pericoloso. Di più: è un reato. Fanno bene, pertanto, i vigili del fuoco della società dispotica che nel romanzo fantascientifico Fahrenheit 451 di Ray Bradbury (1953) e nelle due versioni filmiche di François Truffaut (1966) e di R. Bahrani (2018), invece di spegnere gli incendi, scovano i libri nascosti nelle case e appiccano roghi. Del resto nella storia dell’umanità il libro, in quanto garante di spirito critico e di autonomia di giudizio, è sempre stato posto all’indice e perseguitato nelle ricorrenti epoche di rozzo oscurantismo, di intollerante fanatismo, di ritornante ignoranza e barbarie. E aborrito, salvo suo asservimento, da tutti i regimi autoritari e liberticidi.

La scrittura procura “apparenza e non verità”. Il signor Luigi Pirandello non si dia tante arie perché il suo Così è (se vi pare) era già stato anticipato secoli prima. La lettura è una “compagna molesta”, non fa ragionare con la propria testa, non amplia la certezza ma il dubbio, non dà conoscenza ma ignoranza. Chi scrive è avvertito. Metta da parte penna e fogli, computer e stampante; vada tra la gente e dia libero sfogo al suo bla bla bla. È su questa “verità” che soprattutto i giornalisti, in quanto “portatori di opinioni altrui”, devono meditare. Stop. Socrate sapeva di non sapere e invece sapeva; Thamus credeva di sapere e non sapeva un bel nulla. Non sapeva che la scrittura è proiezione di ciò che si è, che la lettura non lascia mai soli, fa sognare, rende liberi, allarga l’orizzonte, arricchisce, fa vivere più vite… O, forse, sapeva e faceva finta di non sapere. Buon per noi che il dio Thot non gli ha dato retta. Non avremmo avuto la Bibbia, l’Iliade, l’Eneide, l’Odissea, la Divina Commedia Platone, riflettendo il pensiero socratico, denuncia la sostanziale ambivalenza e la potenziale pericolosità del dono di Thot, ma, ironia della sorte, anche le sue opere non sarebbero giunte sino a noi se non codificate nella detestata scrittura. Si dirà: ma sono in molti a non avere mai letto questi capolavori; per loro non ci sarebbe stata nessuna perdita. E allora ampliamo l’elenco, magari personalizzandolo. Ideogrammi e geroglifici che Thamus definisce “caratteri estranei” nocivi all’uomo non sono diventati solo libri, ma anche roba proveniente “dal di dentro e da se stessi”: diari personali, lettere, messaggi segreti, cuoricini trafitti da frecce, murales di protesta, poesie di innamorati, post-it, sms, emoticon, tatuaggi…

Piramidi e biblioteche

Non c’è nessuna certezza, ma tra le varie ipotesi che sono state avanzate, quella che fa derivare la parola “piramide” dall’egiziano “per-em-us” (letteralmente “ciò che va in alto”) è la più affascinante. Significativa anche la dedica che si legge in un testo ritrovato: «Viene eretta per lui una rampa fino al cielo ed egli sale su quella fino al cielo» (Testi delle piramidi: 267.364a).

Leggere è salire. Fino al cielo forse no, ma senz’altro sopra la mediocrità. Chiudiamo gli occhi e vediamo una piramide trasformarsi in una pila di libri sulla scrivania, in una parete di casa tappezzata di volumi, in una rampa di biblioteca. L’ascensore è alla portata di tutti. Basta non soffrire di vertigini, perché leggendo si vede ciò che non si sarebbe mai visto rimanendo a terra.

Lo aveva capito Pier Paolo Pasolini quando a una ragazza che si lamentava di non avere abbastanza denaro per studiare all’università consigliò di leggere perché «è la cosa più bella che si possa fare in gioventù e piano piano arricchisce dentro e forma quell’esperienza speciale che è la cultura» (Dialoghi con Pasolini, «Vie nuove», 1965). Lo ha capito, di recente e nel suo piccolo, anche un edicolante di Perugia, originario di Napoli, che memore del rito del “caffè sospeso” si è inventato “il quotidiano sospeso”, un giornale offerto a chi non può o non vuole, perché chi legge vale per due (La Repubblica, 7 novembre 2018, p. 20). Lo aveva capito, soprattutto, Francesco Petrarca che in una lettera a Giovanni dell’Incisa, forse databile 1346, scrisse: «Non riesco a saziarmi di libri. […] L’oro, l’argento, le pietre preziose, le vesti purpuree, i palazzi di marmo, i campi ben coltivati, i dipinti, un destriero con splendidi finimenti, tutti gli altri beni di tal genere offrono solo un piacere muto e superficiale: i libri ci danno un godimento intimo, parlano con noi e ci danno consigli e si congiungono a noi con una familiarità per così dire viva e loquace» (F. Petrarca, Familiarum rerum, Libro III, 18).

Qualcuno – non importa se tramite Facebook, Instagram, Twitter, o altro pronipote del pronipote del pronipote della scrittura – lo inoltri al saccente Thamus. Con i saluti del dio Thot.

Autore: Italo Spada

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