La casa immaginaria della famiglia Walls. ‘Il castello di vetro’ di Cretton

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La casa immaginaria della famiglia Walls. ‘Il castello di vetro’ di Cretton

Da un best seller che in Italia è poco conosciuto se raffrontato al riscontro avuto negli Stati Uniti, il regista di origini hawaiane Destin Daniel Cretton crea un lungo film decoroso e ben recitato ma che non riesce mai a coinvolgere completamente per l’incapacità di raccontare con un minimo di originalità ed interesse una storia che finisce per essere una family comedy come tante.

Eppure la base era una vicenda vera, vissuta in prima persona dalla giornalista Jeannette Walls, e la drammaticità di una storia in cui i protagonisti sono bambini poi divenuti ragazzi e adulti poteva essere una perfetta base per qualcosa di più interessante. Invece Cretton, qui al suo terzo lungometraggio, conferma l’impressione fornita dalla sua opera prima, I Am Not a Hipster (2012) vista in vari Festival: è una promessa non ancora completamente sbocciata, è autore che non ha trovato una sua corretta via narrativa. Se non altro, i precedenti ruotavano attorno ai 90 minuti: qui la durata è superiore alle due ore e spesso si ha l’impressione che le scene siano state fin troppo tirate alle lunghe, con sviluppi poco utili per l’economia del film. I dialoghi sono o sussurrati (a tratti quantomeno nell’edizione italiana si ha difficoltà ad intendere quello che viene detto) o urlati (il padre si esprime quasi sempre con vigore…) non donando intensità ad una sceneggiatura peraltro deficitaria che ha contribuito a scrivere anche il regista. L’altro autore, Andrew Lanham, prima di questo film aveva solo firmato il mediocre The Shack (2017) diretto da Stuart Hazeldine e mai uscito in Italia.

La scelta è stata quella di raccontare di una donna di successo che sta per sposare un ricco mediatore finanziario ed entrare nell’alta borghesia, nel momento in cui si scontra coi suoi ricordi, e rischia di perdere la felicità a causa della scomoda presenza dei genitori trasferitisi a New York per vegliare (alla loro maniera, ovvio) sui figli dimostrandosi particolarmente ingombranti e incapaci di raffrontarsi con coloro che hanno fatto una diversa scelta di vita: sono convinti e difendono ad oltranza un modo particolare di interpretare l’esistenza, non valutando che potrebbero essere loro dalla parte del torto.

La ragazza tenta di affrontare i ricordi di quando era bambina e adolescente per fare pace col passato, cercando di perdonare gli inesistenti genitori che non li mandavano a scuola, che li facevano sopravvivere e nulla più, ma che erano in grado di donare loro sogni ed una certa genialità: valutati con metro tradizionale, erano nocivi a se stessi ed alla loro prole, ma forse Jeannette Walls non sarebbe divenuta quello che è se non avesse avuto loro ad… accudirla. Durante i titoli di coda vengono proposte immagini della scrittrice assieme alla madre, quasi a volere dire che tutto quanto fino a quel momento visto era vero (o veritiero…).  Queste scene poco aggiungono a quanto narrato e, anzi, riducono ancora più decisamente il dramma alla dimensione di melodramma. Ci sono alcune sequenze ben girate, ma risultano difficili da ricordare soffocate come sono dalla piattezza delle altre. Tra tutte, quella che mostra il modo poco ortodosso in cui il padre insegna alla figlia il nuoto: lei non si stacca mai dal bordo della piscina e si sente quasi protetta dalla presenza del padre che, invece, la lancia con decisione in aria facendola ricadere in acqua col rischio di annegare: è il suo modo per infonderle fiducia o per traumatizzarla per tutta la vita. Per una riuscita, tante da dimenticare, come il momento in cui la figlia va al capezzale del padre morente.

Brie Larson, Oscar quale migliore attrice per Room (2015) di Lenny Abrahamson, conosceva bene il regista essendo stata protagonista della sua seconda opera, Short Term 12 (2013), e lo ha aiutato nei limiti del possibile per la costruzione del personaggio. Ma rimane nell’esteriorità, senza avventurarsi nell’intimo di questa ragazza che tanto soffre prima di imporsi nella vita, di fuggire da casa. Su tutti, bene Naomi Watts madre e pittrice stravagante, e Woody Harrelson, uomo che vive eternamente nel mondo dei sogni forse credendo che siano realizzabili.

Il film giunge in Italia con oltre un anno di ritardo e dopo che è stato presentato in vari paesi del mondo in DVD. Pur non essendo stato un vero flop, non ha ottenuto grande consenso da parte del pubblico.

Il padre è un ubriacone che non riesce a tenere per troppo tempo un lavoro e che vive con l’utopia di costruire per la famiglia una magica casa – il castello di vetro – con pareti, soffitti pavimenti e scale trasparenti. La madre una pittrice fantasiosa ma non particolarmente dotata che non sa che parte si inizi per essere utile ai figli. Jeannette è il punto di riferimento non solo della storia, ma anche della famiglia. I fratelli hanno vite più normali e, forse, meno scontri con gli adulti che li avrebbero dovuti proteggere ed educare.

Il film si occupa soprattutto dell’infanzia nomade e travagliata di quattro fratelli che crescono con una madre immatura, più attenta agli scorci da dipingere che alle necessità dei figli, e un padre affettuoso che si getta però in progetti sconclusionati e si rifugia nell’alcool. L’immaginario castello di vetro, che promette un giorno di costruire per loro, diventa simbolo dei fallimenti e delle promesse infrante ma anche dei guizzi della follia e dell’immaginazione.

Titolo: Il Castello di vetro

Titolo originale: The Glass Castle

Genere: drammatico, biografico

Regia: Destin Daniel Cretton

Paese/Anno: Usa, 2017

Sceneggiatura: Destin Daniel Cretton, Andrew Lanham dal omonimo romanzo di Jeannette Walls – Feltrinelli Editore

Fotografia: Brett Pawlak

Montaggio: Nat Sanders

Scenografia: Sharon Seymour

Costumi: Joy Cretton (come Joy Hanae Lani Cretton), Mirren Gordon-Crozier

Colonna sonora: Joel P. West

Interpreti: Brie Larson, Woody Harrelson, Naomi Watts, Max Greenfield, Ella Anderson, Josh Caras, Shree Crooks, Brigette Lundy-Paine, Charlie Shotwell, Sarah Snook, Iain Armitage, Sadie Sink

Produzione: Ken Kao, Gil Netter per Lionsgate, Netter Productions

Distribuzione: Notorious Pictures, Rai Cinema

Durata: 127 minuti

Data uscita: 06/12/2018

 

Autore: Furio Fossati

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