Torna in una nuova edizione ‘Con i miei occhi’ di Felicia Langer (ed. Zambon), una testimonianza della repressione contro i palestinesi

,   

Nel 70esimo anniversario della nakba,

Nel 70esimo anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo,

TORNA IN UNA NUOVA EDIZIONE ITALIANA PER I TIPI DI

la prima opera di

FELICIA LANGER

primo e, per molti anni, unico avvocato di origini ebraiche

impegnato nella difesa dei palestinesi

CON I MIEI OCCHI

UNA TESTIMONIANZA DELLA REPRESSIONE DI ISRAELE CONTRO I PALESTINESI (1967-1973)

 

Con una nuova introduzione di Ugo Giannangeli e l’Atto di Accusa contro lo Stato di Israele di Marwan BARGHOUTI (traduzione di Massimo Massara, 1976 – ottobre 2018, pp. 384, € 18 ) Mentre crescevi ti facevano capire che gli arabi erano cattivi per natura, che comprendevano soltanto il linguaggio della forza e che volevano ammazzarti senza pietà. E ti insegnavano questa massima dei nostri saggi: «Affrettati a uccidere chiunque intenda ucciderti». Ma quando avremo la pace? I tuoi insegnanti avevano la risposta già pronta: «Avremo la pace quando avremo vinto gli arabi, dato che essi comprendono solo il linguaggio della forza». HANNO DETTO: «Una sorta di catalogo nominativo, datato, localizzato e di una minuzia rigorosa di fatti e misfatti della “giustizia” israeliana e dei suoi metodi. […] una testimonianza vissuta, incontestabile e incontestata, di questa realtà, che dimostra in modo schiacciante le deviazioni di una “giustizia” mai imparziale». Massimo Massara, 1976 Autopubblicato in Israele nel 1974 nel generale silenzio – nessuna smentita, nessuna polemica, nessuna denuncia, a dispetto dei nomi e cognomi di giudici e agenti, ai quali l’autrice rivolge accuse precise –, Con i miei occhi di Felicia Langer resta un documento fondamentale, opportunamente riproposto, dall’editore ebreo Zambon, in un anno che segna ricorrenze cruciali per la Storia del moderno Medio-Oriente e che, purtroppo, coincide con la morte dell’autrice, avvenuta il 21 giugno 2018.

Nata in Polonia nel 1930 e scampata ai campi di sterminio rifugiandosi prima in Urss e poi in Israele, Felicia Langer ha dedicato gran parte della sua attività professionale alla difesa dei palestinesi dinanzi alle corti militari. Per via del suo impegno si è attirata l’accusa di tradimento ed è stata bersaglio costante di minacce di ogni tipo tanto da aver bisogno, per un certo periodo, di una guardia del corpo; nel 1990 si è trasferita in Germania, consapevole ormai che interloquire con l’apparato giudiziario israeliano significava soltanto avere a che fare con un altro strumento dell’occupazione. La sua incessante richiesta di giustizia è stata sempre e in ogni modo mortificata, derubricata beffardamente ad atto sovversivo e antisistema. Dunque il suo volontario esilio non è stato una resa, ma la decisione di non volersi più prestare al gioco e agire, per quanto possibile, dall’esterno. Con i miei occhi è il resoconto di quasi 50 processi, tenutisi tra il 1967 e il 1973, in cui Langer si misura con casi della più varia drammaticità – si tratti di difendere i diritti di chi non può più rientrare in casa propria trovandola occupata; a quelli dell’adolescente che sconta un anno di carcere in quanto sospettato ad arte di detenzione allegale di armi; passando per la complessa questione dei 10 uomini rei di essersi organizzati in un’associazione resistente all’occupazione in territorio straniero e dunque rapiti in Libano da soldati israeliani per essere sottoposti a processo in Israele; fino alla vicenda emblematica dell’obiettore di coscienza ebreo-cristiano Giorah Neuman. A coadiuvare praticamente i tribunali militari israeliani, c’èra, e c’è tuttora, un organismo carcerario che – tra le altre cose – fa ricorso sistematico alla tortura; altera le deposizioni rilasciate in arabo attraverso traduzioni tendenziose in ebraico; reclude in celle inadeguate troppi prigionieri alla volta; alimenta promiscuità micidiali tra israeliani e palestinesi avvalendosi della complicità dei primi per tendere agguati ai secondi, spesso messi appositamente in minoranza; si avvale di celle d’isolamento simili a loculi. Con i miei occhi racconta di come le ragioni della giustizia possano venire programmaticamente meno, piegate ai diktat di una legislazione militare che è diretta emanazione della ragion di Stato, ed è testo estremamente attuale nell’evidenziare la continuità del disegno di sopraffazione verso i palestinesi da parte del governo israeliano, responsabile dell’azzeramento perdurante del ruolo del diritto internazionale quale strumento di risoluzione dei conflitti. Dal 1967 a ora davvero poca sembra cambiato per il popolo palestinese, e ciò è particolarmente evidente nello stato di debolezza per antonomasia – l’incarcerazione –, da qui l’importanza di conoscere questo libro-testimonianza che, scabro nella presentazione dei singoli casi, risulta, però, proprio per questa sua secchezza ancora più pregnante, vivido e memorabile. Come se l’incrollabile ostinazione civile dell’avvocato Langer ci facesse sperare ogni volta che le cose potrebbero risolversi diversamente. Da Appunti di un viaggio in Palestina di Ugo Ginnangeli: Dall’inizio dell’Intifada, […] gli avvocati non servono più a nulla, essendo le corti diventate solo uno strumento di repressione della rivolta, senza più alcun tentativo di darsi una parvenza di legalità. L’imputato, sempre detenuto, è sempre colpevole. Chi non accetta di dichiararsi colpevole, resta in galera per anni prima del processo e, anche quando il processo è fissato, l’udienza viene rinviata con i pretesti più futili. Se a ciò si aggiunge la pratica normale della tortura durante gli interrogatori, si comprende perché il 90% degli imputati è reo-confesso.

Info:

Costanza Ciminelli

E-mail: ufficio_stampa2005@libero.it

Mob.: 334 28 21 301

www.zambon.net

https://www.facebook.com/zambon.editore

Autore: Redazionale

Condividi