‘Un affare di famiglia’: legami di sangue o d’affetto?

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‘Un affare di famiglia’: legami di sangue o d’affetto?

Dopo l’ennesimo furto commesso per sopravvivere, Osamu e il piccolo Shota stanno per tornare a casa, ma incontrano vicino a un balcone una bambina, impaurita, affamata e sola. Poiché la serata è particolarmente gelida, Osamu decide di condurre con sé la bambina per cena. Appena introdotta in casa, la moglie di Osamu, Nobuyo, esorta il marito a riportarla dalla sua famiglia per evitare fraintendimenti. Durante il pasto, l’anziana Hatsue, aiuta la bambina a mangiare e, oltre a scoprire che il suo nome è Jury, si accorge che le sue braccia sono piene di ferite. Comunque sia Osamu e Nobuyo decidono di riportare la bambina a casa, ma, mentre si avvicinano all’abitazione, sentono i genitori della piccola alle prese con un violento litigio. Ciò spinge la donna a tenere con sé la bambina, nonostante le difficoltà economiche. La bimba si adatta subito alle dinamiche familiari, instaurando buoni legami con tutti i membri.

Questo microcosmo umano sopravvive principalmente con la pensione di Hatsue, una vedova che per non morire in solitudine ha accolto nella sua piccola casa la giovane nipote Aki, Osamu con sua moglie Nobuyo e Shota, trovato in un parcheggio dai due coniugi. Una famiglia nata dall’accoglienza, dalla volontà di cercare affetto, dall’esigenza di star bene con qualcuno. Osamu è un muratore che a causa di un infortunio perde il lavoro; Nabuyo fa l’operaia in una lavanderia industriale; Aki, invece, si esibisce in un peep-show. I due bambini di giorno escono, vanno in giro per la città, Shota attua delle ruberie in piccoli negozietti. Quando la bambina inizia a fidarsi della nuova famiglia, si apprende dalla tv che la polizia è alla sua ricerca. La famiglia “d’accoglienza” decide quindi di tagliarle i capelli e cambiarle nome. Durante i momenti conviviali avviene una riflessione ininterrotta sul concetto di famiglia, intesa come scelta, come progetto di amore e accoglienza dell’altro, non come insieme di legami di sangue.

La situazione precipita quando Osamu perde il lavoro ed è costretto a ricorrere ancora di più ai furti. A peggiorare la situazione, Nobuyo, a causa di una riduzione del personale e della solita guerra fra poveri, viene spinta ad abbandonare il lavoro da una collega che fa leva sulla vicenda di Jury.

La famiglia si disgrega per motivi economici conseguenti alla morte di nonna Hatsue. Non essendoci i soldi per cremarla o darle degna sepoltura, viene seppellita nel cortile della casa. Durante una razzia, Shota, per salvare la sorella che stava rischiando di essere scoperta, attira l’attenzione dei negozianti su di sé, ma durante la fuga, si rompe una gamba. Durante il ricovero in ospedale, gli accertamenti della polizia fanno emergere la verità. Osamu, Nobuyo, Aki e la piccola Jury, si danno alla fuga, ma vengono arrestati. Dagli interrogatori emergono tutte le verità nascoste: Osamu e Nobuyo erano amanti e insieme hanno ucciso il marito di lei, quindi vengono condannati per le loro colpe. Aki scopre che sua nonna Hatsue la sfruttava per ottenere soldi dalla sua famiglia. Shota, incalzato dal racconto del poliziotto relativo alla fuga della sua famiglia, decide di accettare di essere inserito in una casa famiglia. Jury, unica vittima passiva della vicenda, nonostante attraverso un disegno raffiguri un quadro felice con il nucleo che l’ha circondata e protetta, ritorna dalla famiglia d’origine in cui vive episodi di violenza familiare e una profonda solitudine, priva del calore umano ricevuto nella situazione precedente.

Durante i pochi incontri in carcere Nobuyo, in presenza di Osamu, rivela a Shota alcuni dettagli relativi al suo ritrovamento; un segno d’amore per metterlo in condizione, qualora lo voglia, di tentare di ritrovare i suoi genitori biologici. Osamu e Shota dopo aver passato la serata insieme si salutano, finalmente, sull’autobus; mentre l’uomo corre sul marciapiede, il bambino sussurra in solitudine “papà”, parola tanto desiderata, ma mai detta in presenza del capofamiglia.

Un film ambientato lontano dal Giappone blasonato e ipertecnologico che conosciamo. Non ci sono metropoli moderne, né giardini con i ciliegi, ma un sobborgo urbano dove la fatiscenza e il disagio la fa da padrone. Una periferia metafora dei luoghi più remoti dell’anima e del cuore. Proprio in questo luogo si crea un microcosmo, nato dalla necessità, dall’esigenza, dalla volontà di vivere in comunità, cosa naturale e spontanea per il genere umano, così nasce questa famiglia. Gli ambienti dell’umile e modesta casa della famiglia incarnano l’esigenza di intimità, di calore e di unione da parte dei membri del nucleo. Il caos degli oggetti rappresenta non il degrado, cosa che potrebbe essere percepita superficialmente, ma la voglia di vivere della famiglia.

Una pellicola avvolgente che spinge lo spettatore a seguire ogni movimento, ripresa e immagine fino all’ultimo fotogramma proiettato sullo schermo. I volti sono la cifra stilistica del film: fondamentali le espressioni sul volto della piccola Jury sia durante i primi momenti in cui appare intimorita, che durante i momenti sereni con la nuova famiglia. Ugualmente essenziali le inquadrature sul volto di Shota dove si delineano i mutamenti morali, la formazione interiore che procede in parallelo alla narrazione. Per non parlare del volto sereno e accogliente di Osamu. Interessanti infine le espressioni di Nobuyo, quasi asettiche durante le prime scene, serene e posate nel corso degli avvenimenti, e, negli ultimi atti prima angosciate e dilaniate dal dolore, poi, dopo aver rivelato i dettagli sul suo ritrovamento a Shota, sollevate, simbolo di un’anima purificata a seguito di un sacrilegio.

Tematica che emerge dalla visione del film è l’eterna lotta tra diritto positivo e diritto naturale, nota anche nella letteratura classica con una delle tragedie per antonomasia, l’Antigone di Sofocle: le scelte di Osamu e Nobuyo di accogliere i due bambini sono dettate dall’istinto di voler dare amore, calore umano a degli esseri viventi, ma la Legge, che sovente confligge con il Diritto, lo impedisce perché i due bambini hanno genitori biologici. Concetto che porta a una riflessione sullo stesso status di famiglia, mai come oggi, spesso si tende a sottolineare con l’accezione “naturale” quel nucleo che nasce da un processo biologico, ma si può davvero il concetto a una definizione così netta? Nel caso di Jury la famiglia biologica è composta da due individui che mostrano nei confronti della bambina estraneità, alienazione e peggio ancora violenza. Invece la famiglia che l’ha accolta, pur non avendo i mezzi economici necessari alla sussistenza, le ha offerto calore umano, serenità, gioia che sono gli elementi fondamentali per la crescita di un individuo equilibrato. Quindi la famiglia non sempre è ciò che nasce attraverso un processo biologo, ma in molti casi è frutto di una scelta, quella di darsi all’altro, fornire esempi anche non canonici, aver voglia di educare ed essere educati, trasmettere affetto e serenità.

SCHEDA FILM

Un affare di famiglia

  • GENERE: Drammatico
  • ANNO: 2018
  • REGIA: Hirokazu Kore-Eda
  • ATTORI: Kirin Kiki, Lily Franky, Sôsuke Ikematsu, Mayu Matsuoka, Sakura Andô, Jyo Kairi, Kengo Kôra, Akira Emoto
  • PAESE: Giappone
  • DURATA: 121 Min
  • DISTRIBUZIONE: BIM Distribuzione
  • SCENEGGIATURA: Hirokazu Kore-Eda
  • FOTOGRAFIA: Ryuto Kondo
  • MONTAGGIO: Hirokazu Kore-Eda
  • MUSICHE: Hosono Haruomi
  • PRODUZIONE: AOI Promotion, Fuji Television Network, GAGA

 

Autore: Marco D'Alessio

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