I libri nell’etere. Dal 27 novembre su Rai 1, “L’amica geniale” da Elena Ferrante. Regia di Saverio Costanzo

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Televisione

“L’amica geniale”. Dal 27 su Raiuno la miniserie co-prodotta da Fandango, HBO e TimVision sul bestseller di Elena Ferrante per la regia di Saverio Costanzo

La storia, una storia: “perché esistere è questo”

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(Agenzia Agi\Ivana Pisciotta).    Strano a dirsi, ma nell’era di Internet l”Amica geniale” inizialmente ha raggiunto un successo planetario grazie al semplice ‘passaparola’. La quadrilogia di Elena Ferrante ha battuto ogni record di vendite, partendo solo da un semplice tam tam che l’ha fatta svettare come una delle scrittrici più amate dei nostri tempi, in Italia e in tutto il mondo: 7 milioni di copie vendute, è stata tradotta anche in cinese e in brasiliano ed è stata in cima alle classifiche di numerosi paesi, finanche in Norvegia.

E così un grande pool di aziende cinematografiche italiane e americane (Rai Fiction, HBO, Timvision, Wildside, Fandango) hanno deciso di produrre una storia, ambientata non solo in un rione popolare di Napoli ma recitata in alcune parti in dialetto lasciando il napoletano stretto anche nell’edizione italiana (con l’aiuto dei sottotitoli), d’altronde i telespettatori sono già stati abituati con la fortunata serie tv Gomorra. Debutterà il 27 novembre, con i primi due episodi intitolati “Le bambole” e “I soldi” e promette di far restare incollati al piccolo schermo, un pò come è successo a chi si è cimentato nella lettura delle 1.600 pagine della quadrilogia.

È il racconto dell’amicizia di due donne, Elena (detta Lenù) Greco e Raffaella (detta Lila) Cerullo, da quando si incontrano sui banchi di scuola a 5 anni fino alla scomparsa della seconda. Un legame che dura 60 anni, e destinato ad affrontare e superare le difficoltà della vita. “Esistere è questo, un sussulto di gioia, una fitta di dolore, un piacere intenso, vene che pulsano sotto la pelle, non c’è nient’altro di vero da raccontare”, scrive la Ferrante. E in effetti, gli episodi e le esperienze delle due amiche sono solo un’occasione per mostrare il volto vero dei sentimenti, delle delusioni, dei tradimenti, dell’invidia e della rabbia, della fatica di andare avanti e della voglia di riscattarsi. La quadrilogia consiste in 4 volumi: “L’amica geniale”, “Storia del nuovo cognome”, “Storia di chi fugge e di chi resta”; “La storia della bambina perduta”.

Elena è l’io narrante della storia, confida i suoi pensieri e ripercorre le tappe fondamentali della sua esistenza, intrecciate a quella della sua amica di sempre, Lila, che scompare (nel senso proprio letterale del termine, non si sa più nulla di lei) all’età di 66 anni. La prima è mansueta, pende dalle labbra di Lila ma riuscirà ad allontanarsi dal rione e a costruirsi una vita salvo poi a tornare. Lila è senza dubbio più intelligente – geniale, appunto – scaltra e bella ma viene tenuta in gabbia prima dalla sua famiglia, poi da suo marito. In età matura, nonostante la tranquillità domestica raggiunta con il suo compagno Enzo, e il successo finanziario con il business dei computer, dopo la straziante scomparsa di sua figlia, la donna cede alla “smarginatura”, a quel senso di insoddisfazione e di incompletezza che l’ha accompagnata per tutta la vita e non dà più notizie di sé.

Le due piccole si dimostrano subito solidali. Sospettano che don Alfonso, orco camorrista del rione, abbia rubato le loro bambole. Lila già si mostra più furba e sveglia convincendo Elena ad andare a reclamarle. Don Alfonso non solo nega il furto ma non le divora come invece si aspettavano. Anzi dà loro 20 mila lire, e loro comprano “Piccole donne”.  Ma chi è la più “geniale” fra le due?

Sicuramente, tra le due, è Lila, più agguerrita, più smaliziata e irruente ma anche più intelligente. In realtà, lo sono entrambe perché nonostante il contesto difficile, è Elena che emerge, studia con successo e diventa anche una scrittrice affermata: ma ciononostante lei sa benissimo che è Lila il vero “genio”. Ce lo spiega la stessa autrice: “Chi impone la propria personalità in genere, nel farlo, rende opaco l’altro. Ma nella relazione tra Elena e Lila accade che Elena, la subalterna, ricavi proprio da questo una sorta di brillantezza che disorienta Lila. insomma, l’una trae forza dall’altra e non solo nel senso di aiutarsi, ma anche nel senso di saccheggiarsi, rubarsi sentimento e intelligenza, legarsi reciprocamente con energia”. In questo caso, è Lila la geniale, una forza naturale, ma non ce la fa ad emergere. E in questo senso c’è un’altra chiave di lettura, che chiama in causa il dialetto. Al sud “non tengo genio” vuol dire “non ho voglia”. L’abbandono di Lila alla vita significa questo? È lei allora quella davvero ‘geniale’, fino in fondo, in tutti i sensi?

In un’intervista al New York Times, la scrittrice ha detto senza mezzi termini cosa spera che i lettori imparino dalla sua storia. È un messaggio rivolto soprattutto alle donne:

“Anche se siamo costantemente tentati di abbassare la guardia, per amore, stanchezza, simpatia o gentilezza, noi donne non dovremmo farlo. Possiamo perdere da un momento all’altro tutto ciò che abbiamo costruito”.

È uno dei vocaboli inventati dalla Ferrante. Spiega bene cosa è quando, nel 1980 in occasione del terremoto in Irpinia, Lila si sente investita da questa sensazione. Come se il sisma avesse cacciato via “la consuetudine della stabilità e della solidit’, la certezza che ogni attimo sarebbe stato identico a quello seguente, la familiarità dei suoi e dei gesti, la loro sicura riconoscibilità”.

Anche Elena prova la stessa sensazione, ad esempio quando si ammala e muore la madre o quando si separa dal marito Nino. Ma in realtà Lila parla all’amica di smarginatura già da ragazzina, quando ha 12 anni. In alcune occasioni, spiega, “si dissolvevano all’improvviso i margini delle persone e delle cose”, aveva cioè la sensazione di “trasferirsi per poche frazioni di secondo in una persona o una cosa o un numero o una sillaba, violandone i contorni”.

È un termine tipicamente dialettale che la Ferrante ha ereditato dalla madre. Si legge “frantummàglia”: sua madre diceva che la deprimeva, a volte le dava capogiri e le causava un sapore di ferro in bocca. Un malessere non definibile, all’origine di tutte le sofferenze e non riconducibili ad unica ragione consapevole.

Scrive la Ferrante: “La frantumaglia è un paesaggio instabile, una massa aerea o acquatica di rottami all’infinito che si mostra all’io, brutalmente, come la sua vera e unica interiorità. La frantumaglia è l’effetto del senso di perdita, quando si ha la certezza che tutto ciò che ci sembra stabile, duraturo, un ancoraggio per la nostra vita, andrà a unirsi presto a quel paesaggio di detriti che ci pare di federe. La frantumaglia è percepire con dolorissima angoscia da quale folla di eterogenei leviamo, vivendo, la nostra voce e in quale folla di eterogenei essa è destinata a perdersi”.

Apparentemente, Lenù e Lila sono amiche per la pelle, ma “non direi mai ‘è la mia migliore amica’, perché dovrei dedurre che ho amici che mi piacciono di meno e altri di cui non mi fido così tanto”. Certo, però, che “come i grandi amori, anche le vere amicizie sono rare e difficili da trovare, soprattutto quando si tratta di legami tra persone dello stesso sesso, in particolare fra donne”. In realtà, non si sa mai bene da chi parte stare, con chi identificarsi perché proprio come tutti, hanno entrambe pregi e difetti e vivono sentimenti, come l’invidia, la paura, la superbia, proprio come noi che magari non lo confessiamo nemmeno a noi stessi perché sappiamo non essere “giusti” ma che comunque non possiamo fare a meno di provare.

“Il dialetto della mia città mi ha spaventata. Preferisco che echeggi per un attimo nella lingua italiana, ma come se la minacciasse”, scrive la Ferrante. E infatti nell’Amica geniale, la scrittura è perfettamente in italiano e se non fosse che sappiamo che è ambientata a Napoli, potrebbe essere ambientata ovunque.

I riferimenti a Napoli non sono solo per la città e i suoi luoghi ma anche per i piatti che si preparano a casa delle due protagoniste. Ad esempio Elena mangia la pasta e patate di sua madre, un piatto-base dei poveri e considerata una delle ricette ‘forti’ della cucina partenopea. La madre di Elena serve anche il gateau al suo futuro genero: si tratta di un adattamento napoletano di un piatto francese, e risale al tempo borbonico quando i ricchi si facevano preparare questa ricca torta fatta  con patate, formaggio e uova tipica della cucina d’oltralpe. Immancabile anche il riferimento al bar Solara, e alle sue sfogliatelle uno dei classici dolci napoletani. Inventata da una monaca sulla costiera amalfitana per imitare la forma del cappuccio di un Monaco, la sfogliatella venne poi riadattata e fatta assomigliare più a una conchiglia.

Le due bambine sognano di riscattarsi attraverso lo studio e di poter finalmente lasciare il rione. Lenù è diligente e la famiglia può assecondarla, ma non ha nulla di quella genialità che scorge nella sua amica. Lila è più sfortunata, e per un po’ cerca di seguirla studiando latino e greco sulla panchina del giardino pubblico, ma poi con la stessa passione bruciante capisce che non può seguire le orme dell’amica e cede alle prospettive di diventare imprenditrice pur senza piegare la testa ai camorristi.

Lila alla fine si sposa prestissimo, lascia poi il marito e lavora come operaia in condizioni durissime mentre Elena è andata via dal rione, studia alla Normale di Pisa e pubblica un romanzo di successo che le apre le porte di un mondo benestante e intellettuale. Si sposa, poi si separa, ha due figlie e torna a Napoli per inseguire un amore giovanile dal quale ha un’altra figlia. Lila invece resta nel rione, ha poi una figlia, Tina, che si chiama proprio come la sua bambola, ma improvvisamente scompare ed e’ l’inizio della caduta di Lila. Contemporaneamente, anche Elena perde le figlie che preferiscono vivere con il padre. Ed è su questo senso di fallimento della propria maternità che le due donne trovano un altro terreno di incontro.

Perse tra frantumaglia e smarginatura, le due donne hanno un punto in comune: la difficoltà di trovare un equilibrio tra maternità ed esistenza personale, tra la voglia di raggiungere una serenità interiore e il dovere che ci lega alla realtà quando abbiamo un figlio. Al punto che quando la sua piccola scompare, Lila proprio non ce la fa e si volatilizza. Influisce su questo stato d’animo anche il contesto storico culturale, quando il movimento femminista era nel pieno della sua attività e ogni donna doveva fronteggiare la lotta interna tra chi la vuole solo moglie e madre, e lei stessa che invece punta a molto di più.

A Elena si rivolge il figlio di Lenù, la quale ha fatto perdere le sue tracce. E si intuisce che è un gesto di rabbia a convincerla a scrivere la storia della loro amicizia. Già ci aveva provato, e Lenù l’aveva fermata. Il suo è quasi un tentativo di farla tornare, perché sa che si arrabbierebbe moltissimo. Dice Elena: “Lila come al solito vuole esagerare, ho pensato. Stava dilatando a dismisura il concetto di traccia. Voleva non solo sparire lei, adesso a sessantasei anni, ma anche cancellare tutta la vita che si era lasciata alle spalle. Vediamo chi la spunta, questa volta, mi sono detta. Ho acceso il computer e ho cominciato a scrivere ogni dettaglio della nostra storia, tutto ciò che mi è rimasto in mente”.

Lenù ricorda molto bene come l’amica abbia ragione quando diceva che “non si scrive tanto per scrivere. Si scrive per fare male a chi vuoi fare male. Un mare di parole contro un mare di pugni e calci, strumenti di morte”.

Per una volta, Napoli fa da sfondo senza i cliché che l’hanno resa famosa in tutto il mondo: non ci sono pizze, mandolini o panorami a irretire la curiosità ma la vita di un rione, mai nominato. Per alcuni potrebbe essere il rione Luzzatti di Gianturco, ma non è sicuro: quel che è certo è che è un rione periferico incastrato all’ingresso della città, tra la stazione centrale e il centro direzionale. Le bambine vivono in un difficile contesto sociale in cui la povertà la fa da padrona e in cui le condizioni di vita delle famiglie segneranno profondamente le loro esistenze. Studiare è un lusso, che potrà permettersi solo Elena: riuscirà a fuggire dal rione, sottraendosi alla misera e alla violenza familiare e ambientale. Lila invece resterà e cercherà di farsi strada da sola. Ma le loro storie finiranno lo stesso per intrecciarsi, sempre nel rione. Un quartiere dove si lotta per sopravvivere, dove gradassi ed eleganti sovrastano i fratelli Solara, che in quel contesto svolgono l’unica “professione” che può renderli vincenti, i camorristi.

Lenù e Lila si incontrano nel 1950, a 6 anni. Ma sullo sfondo delle vicende delle due protagoniste, c’è tutto il Paese. In questo senso, la quadrilogia può anche essere letta come un piccolo manuale di storia contemporanea. Dentro c’è tutto, dalla spensieratezza degli anni Cinquanta alle manifestazioni di piazza e alle tensioni degli anni Settanta, il terremoto dell’80, le battaglie per il divorzio fino a passare per la corruzione politica e all’avvento della tecnologia.

Non si conosce la reale identità di Elena Ferrante che scrive sotto pseudonimo, ma è riuscita lo stesso ad ottenere successo negandosi al pubblico. Perché ha scelto questo nome? Molte le ipotesi, ma quella più accreditata è questa: Elena è appunto una delle due amiche, ed è l’io narrante della storia. Ferrante è invece un cognome comune di Napoli, ed ha un significato molto legato alla sua terra visto che re Ferrante fu il secondo re aragonese di Napoli a presiedere una ricca corte rinascimentale: suo padre poi aveva costruito Castel Nuovo, il Maschio Angioino, uno dei simboli della città. Indagare oltre è deleterio, perchè distoglie dalla pagina scritta.

Autore: Redazionale

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