‘Morte dell’Inquisitore’ dal romanzo di L. Sciascia al Teatro Comunale di Montedoro (CL)

  

Nino Romeo

MONTEDORO
Teatro Comunale
domenica 25 novembre ore 19,00

La casa degli scrittori siciliani

MORTE DELL’INQUISITORE

dal romanzo storico di Leonardo Sciascia
drammaturgia e regia
Nino Romeo
con
Graziana Maniscalco

Francis Bacon, Study for Velazquez Pope II

Oltre le cronache, le relazioni, gli studi citati, ho letto (o presumo di aver letto) tutto quel che c’era da leggere relativamente all’inquisizione in Sicilia: e posso dire di aver lavorato a questo saggio più, e con più impegno e passione, che a ogni altro mio libro. E mi hanno accompagnato i ricordi: di persone amate e stimate, della mia famiglia e del mio paese, che ora non sono più. Uomini, direbbe il Matranga, di tenace concetto: testardi, inflessibili, capaci di sopportare enorme quantità di sofferenza, di sacrificio. Ed ho scritto di fra Diego come uno di loro: eretici non di fronte alla religione (che a loro modo osservavano o non osservavano) ma di fronte alla vita.
Ma non voglio, dopo aver scritto (a mio modo) un saggio di storia, declinare memorie e stati d’animo. E dico semplicemente che questo libretto è dedicato ai racalmutesi, vivi e morti, di tenace concetto.

Con queste parole Sciascia chiude Morte dell’Inquisitore: e in questa chiusa include le pulsioni e le motivazioni che lo hanno condotto alla scrittura di un saggio storico che procede con il ritmo di un romanzo. La storia dell’eretico fra Diego La Matina, dell’ordine degli agostiniani, delle terre di Racalmuto, si inserisce nel contesto della inquisizione in Sicilia nel XVII secolo: e Sciascia ci dà conto dell’una e dell’altro fornendo al lettore un ricco ventaglio di documenti dell’epoca, contrappuntati da riflessioni taglienti, animato dalla tensione etica e civile che gli conosciamo, qui sublimata da una sorta di filiazione della memoria, da un’eredità tramandata da quel suo conterraneo vissuto tre secoli prima: l’eredità del tenace concetto, motore della produzione letteraria e intellettuale del racalmutese a noi coevo.

E, leggendo Morte dell’Inquisitore, il tenace concetto di questi due racalmutesi così distanti nel tempo, ci coinvolge e contagia sino alla commozione. I documenti storici -primi tra tutti quelli del Matranga e dell’Auria- ci danno il resoconto quasi notarile delle vessazioni, delle torture, delle violenze del Sant’uffizio, tra le più atroci archiviate nella memoria storica del genere umano. Il minuto rendiconto delle fasi dell’autodafè -l’atto di fede in pubblico spettacolo con il quale l’eretico pronunziava il suo pentimento: che non gli risparmiava successivamente la morte per rogo- di fra Diego desta in noi lo stesso raccapriccio che prova e che ci comunica Sciascia: e i riti di competenza con cui il tribunale ecclesiale e il braccio secolare si alternano nell’infliggere supplizi al condannato, restano come marchi indelebili della brutalità del potere, in qualunque forma e per qualunque discendenza esso si rappresenti.
Le riflessioni storiche che Sciascia ci rimanda con Morte dell’Inquisitore, non escludono, però, le considerazioni sul presente: anche oggi, pur se con modalità, giustificazioni, forme di comunicazione riadattate, si uccide e si brutalizza nel nome di un dio, di una civiltà; e si risponde all’aggressione invocando un altro dio, contrapponendo un sistema religioso coercitivo e totalitario: e dio funge da ideogramma attraverso il quale si cerca di nobilitare l’intolleranza umana.

nino romeo

Autore: Redazionale

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