La vox corporis di Roberto Latini e del suo “Cantico dei cantici”: una trance performativa al Centro Zo di Catania

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La vox corporis di Roberto Latini e del suo “Cantico dei cantici”: una trance performativa al Centro Zo di Catania

Bisognerebbe, ad essere ortodossi, trovare prima una chiave, un criterio, per decifrare uno spettacolo come “Cantico dei cantici” di e con Roberto Latini, prodotto dalla Fortebraccio Teatro che il Centro Zo ha presentato a Catania (unica tappa in Sicilia) nella rassegna Altrescene Preview. Ma sarebbe proprio questo interrogarsi a farcene smarrire il senso.

Perché la centralità di questo spettacolo risiede appunto nella sua dimensione eretica e antagonista. Sulla scena, una panchina, una postazione radiofonica che potrebbe pure benissimo essere un dj set un camerino o una privata stanza: l’arbitrarietà del contesto comincia la sua opera di distrazione dal testo in un non-luogo, senza tempo, senza indicazioni di spazio, quasi una forma cava.  E più del testo – la cui ovvia grandezza offre, di per sé, una dimensione espressiva e sonora straordinariamente accattivante – è la vox corporis di Roberto Latini a farsi testo: anzi sono i due piani sonori in cui lo spettacolo si scandisce – quello on air e l’altro, privato e intimo delimitati dal gesto di togliere e rimettersi le cuffie auricolari. La stessa citazione da “C’era una volta in Americadi Leone che a sua volta cita il “Cantico” è funzionale all’opera di risemantizzazione del testo originale in forma di un’altra idea di teatro, e allindifferenza del significato a favore del significante che Roberto Latini (Premio Ubu 2017 come Miglior Attore o Performer proprio per “Cantico dei Cantici”) irradia ora con tono sostenuto, ora sprezzante, ora quasi lirico e accorato, attraversando tutta la gamma di una vera e propria trance performativa: una rilettura come dimenticanza del testo non come presenza, piuttosto come abbandono e ricercaUna vox, la sua, che si distende e si aggruma sul tessuto musicale di Gianluca Misiti ora delicatissimo ora insopportabilmente stridente coniugando note e ritmo corporeo – schiocco di labbra e smorfie, danza e frenesia – traducendo così “alla lettera, la sensazione, il sentimento, che mi ha da sempre procurato leggere queste pagine.”  D’altra parte – ci ricorda Giuseppe Frazzetto in “Artista sovrano” – “l’arte diventa la manifestazione di una inimitabilità. In altri termini i modelli servono ad essere scassinati.” Il paradigma contro cui si scaglia Roberto Latini è quello dell’attore e del teatro classicamente intesi: in fondo il suo è un gesto regicida. E’ lui che attraversa il testo, lo manipola “prova a stare – per dirla con lo stesso Latini – nel suo movimento interno”. E’ dunque una centralità psico-fisica piuttosto che verbale: Il Soma contro il Logos: Latini diventa una macchina attorale, il negativo dell’attore, grazie alla quale il suo corpo – come ammoniva Carmelo Beneè chiamato ad esplodere: “quel corpo che non abbiamo, ma che siamo”. Questo “Cantico” di Latini si sprigiona perciò in molteplici, infinite direzioni: è un ascendere ed una vertiginosa caduta allo stesso tempo, confessione e sberleffo, dichiarazione d’amore che inocula una vis tragica per liquidarla, alla fine, con un ferocissimo squarcio d’ironia.

Autore: Giuseppe Condorelli

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