Inaugurazione della Mostra ‘L’Attico dentro l’Attico’ di Fabio Sargentini

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L’ATTICO DENTRO L’ATTICO installazione sonora

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Eccoci all’inaugurazione della tanto attesa mostra di “reviviscenza artistica” che Fabio Sargentini ha organizzato all’Attico di Via del Paradiso a Roma, installando nelle sale e nel palcoscenico della galleria undici gigantografie ( realizzate da fotogrammi di Claudio Abate) che riguardano alcune installazioni di artisti protagonisti degli anni ‘60/’70, operanti a L’Attico/garage, di Via Beccaria a Roma, distintasi in quegli anni come galleria d’avanguardia per aver contribuito al successo di molti artisti, tra cui Pino Pascali, Jannis Kounellis, Gino De Dominicis Eliseo Mattiacci e lo stesso Fabio Sargentini ( promotore di giovani artisti suoi coetanei). Osservo i convenuti, tutte persone note dell’ambiente artistico romano, affluiti in gran numero. Già davanti alla porta d’ingresso – scrive Sargentini – nel momento di varcare la soglia della galleria attuale, si trovano subito di fronte all’altra soglia, quella dello storico garage che ha la saracinesca alzata per far entrare il primo dei dodici cavalli di Kounellis.

L’attuale allestimento – dove ad ogni stanza è stata collocata una grande gigantografia/documento – si presenta omogeneo, per cui la mostra nel suo insieme è un capolavoro attribuibile a Sargentini che figura con una propria gigantografia “L’Allagamento del garage/Attico” installata sul proscenio del teatro da camera, ubicato nel salone della galleria. E’ in prima fila che Fabio sta seduto assorto ad osservare con intensità la grande foto dell’Attico/garage allagato nella stagnante metafisica limpidezza. Il suo sguardo pensieroso rimanda ad una ri-emersione di ricordi, pulsioni creative e motivazioni profonde del lontano passato. In quel suo/nostro silenzio avvertiamo la registrazione di una leggerissima inquietante ondina che amplifica e muove l’immagine di quell’acqua stagnante che – come spettrale lago cecoviano – riflette tra profondità e superfice il chiasma fantasmatico dei ricordi.

Mi ritornano in mente molte delle esposizioni all’Attico di quegli anni 1969 -’72, caratterizzate da una forte e individuale vena creativa scaturita dall’impegno ideologico e politico di quella realtà che si era manifestata negli aspetti fondanti dell’Arte Povera italiana. Gli Artisti scelti da Sargentini con innata empatia contribuirono, in differenti modi, a delinearne le coordinate, rifiutando la mimesi e la rappresentazione come metafora del reale, per realizzare altresì le loro opere costituite da sperimentazioni e performance con le materie stesse al naturale nella sostanziale inconfondibile entità.

Quelle opere, come i “Cavalli vivi” di Kounellis, oppure i “Campi arati” di Pascali, o “ Lo Zodiaco” di De Dominici, anche il “Rullo compressore giallo che schiacciava un mucchio di sabbia bituminoso” di Mattiacci, corredate dagli scatti fotografici di Claudio Abate, indicano non solo un confine fisico – il perimetro interno dello spazio della galleria come operativo recinto spaziale mentalmente estensibile – ma anche emblema di una sostanziale trasformazione e presa di coscienza dei mezzi stessi del fare arte. Naturalmente nell’ambito sociale e culturale entro cui gli artisti con le loro opere agivano fisicamente e criticamente.

In questa riproposizione immersiva di undici gigantografie installate, che adesso avviene ben 49 anni dopo, nella attuale galleria d’arte di Sargentini di via del Paradiso, adiacente a piazza Campo dei fiori, viene ricostruita la storia espositiva di memorabili mostre dell’Attico/ garage fino al 1972. L’elemento portante che evidenzia l’intera installazione è dato dalla sonorità costante in senso ortofonico-visivo e grammaticale che scaturisce come ricordo dai nitriti e dallo zoccolare dei cavalli, frammisto alla musicalità minimalista di Phil Glass, e dai ruggiti del Leone nello Zodiaco di De Dominici. Sargentini da tempo ormai reintroduce nel lavoro visivo degli artisti pertinenti modalità sonore per aumentarne il grado di compiutezza, con onde estensive del suono che amplia le concezioni installative dello spazio; similmente come nella trascorsa mostra/installazione/sonora di Fabio Sargentini, da me recensita su Scenario dal titolo “Parola alle scimmie” (Galleria L’Attico, Roma).

Fabio Sargentini alla Galleria L’Attico/garage. (1969)

Per cui l’attività artistica di Sargentini si presenta sin dagli anni ‘60/’70 con caratteri di precocità in quanto ha introdotto questioni di prassi espositive di fatto inedite nell’Italia artistica di fine anni sessanta, soprattutto nel settore d’innovative “modalità creative paradigmatiche” pienamente rappresentative. Queste riguardano il dibattito sulla “risemantizzazione” dell’opera d’arte fotografata nei vari contesti di pubblicazione-dibattito, che si sta sempre più estendendo anche nell’ambito della fotografia espositiva d’arte.

L’impressione che personalmente si ha è una dimensione “metatemporale” di varcare, in un batter di ciglia, la soglia dei ricordi della mia/nostra comune giovinezza quando, insieme a Mimmo Germanà, Giancarlo Limoni, ma soprattutto con i fratelli ambedue fotografi Piero e Claudio Abate, si era soliti visitare assiduamente il ciclo di Mostre d’Avanguardia organizzate dal giovane Sargentini. E inoltre la serata proseguiva con Simone Carella, Roberto Trovato, Mario Romano, Ulisse Benedetti al Beat 72, primo centro teatrale di ricerca dedicato al teatro e alla poesia e ad altre rappresentazioni artistiche di quegli anni.

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A proposito di Claudio Abate ( Roma 1943 – agosto 2017 Roma) , l’autore di tutte le foto esposte, considerato tra i più intelligenti e sensibili fotografi d’arte della sua generazione, prima di fotografare diceva: <<…non guardo solamente l’opera, osservo l’artista. O meglio, guardo come l’artista guarda l’opera. Da lì comincio, poi scatto una foto. Ho sempre cercato il punto di vista dell’artista: questo è il mio metodo di lavoro…>>

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E a questo punto, è opportuno pubblicare per il lettore le foto e opere anni ’70 degli artisti “risemantizzate” in gigantografie da Fabio Sargentini.

Jannis Kounellis Galleria L’Attico (Roma) dodici cavalli vivi. 1969.

Lo spazio della galleria L’attico era, in origine, un garage seminterrato, ben illuminato da coppie di neon a luce fredda, disposte lungo le trabeazioni orizzontali. L’installazione è composta da dodici cavalli vivi (1969) di Jannis Kounellis una delle più fortunate e icastiche fotografie d’arte del novecento pubblicata su tutti i manuali di storia d’arte contemporanea. La foto adesso esposta in gigantografia, nell’attuale riproposizione installativa intrisa di sonorità è un pregevole, memorabile documento di una stagione celebrata e febbrile della storia dell’arte occidentale.

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Sargentini Il 4 aprile del 1970 inaugura la seconda personale con l’artista Gino De Dominicis (Ancona, 1º aprile 1947 – Roma, 29 novembre 1998) La mostra dal titolo Lo Zodiaco è concepita dall’artista come un tableau vivant tra mitologia e contemporaneità: i dodici segni zodiacali, rappresentati da manufatti, esseri umani o animali reali (gran parte dei quali vivi) sono disposti a semicerchio e presentati al pubblico per cinque giorni. Successivamente, nel dicembre dello stesso anno, nell’ambito della collettiva “Fine dell’Alchimia”, viene realizzato ed esposto in galleria il manifesto della mostra, a partire da una fotografia a colori di Claudio Abate.

Gino De Dominicis: “Lo Zodiaco”. L’Attico. 1970.

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Al 1968 risale l’approdo di Mattiacci a L’Attico di Sargentini (catalogo con testo di Vittorio Rubiu). Qui espone oggetti d’uso e materiali industriali, come cilindri in lamiera o pneumatici, manipolati in modo tale da generare insoliti effetti tattili o da esaltarne valori fisici, quali peso, forza di gravità o magnetismo. La stessa dinamica compare in Tensione con pietra, esposto nella rassegna Prospekt 69 a Düsseldorf e in Contrasti di Calamita e trucioli, presentati da Alexander Iolas a Parigi nel 1969 (catalogo con testo di Eliseo Mattiacci).

Manifesto della mostra: “Percorsi” e “Lavori in Corso” Galleria L’attico, Roma, 1 marzo 1969. cm. 60 x 100 ca. Mattiacci per intervento/performativo schiacciò con un rullo compressore giallo un mucchio di sabbia bituminoso formando una scia che dall’ingresso si estendeva fino all’interno della galleria.

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Artista eclettico, Pino Pascali (Bari, 19 ottobre 1935 – Roma, 11 settembre 1968) fu scultore, scenografo e performer. Nelle sue opere riunisce le radici della cultura mediterranea (i campi, il mare, la terra e gli animali) con la dimensione ludica dell’arte: un ciclo di opere è dedicato alle armi, veri e propri giocattoli realizzati con materiali di recupero (metalli, paglia, corde) e molti suoi lavori ripropongono le icone e i feticci della cultura di massa. Nella serie “Ricostruzione della natura”, iniziata nel 1967, Pascali analizza il rapporto tra la produzione industriale in serie e natura. In soli tre anni ottiene un notevole riscontro da parte della critica e viene notato da influenti galleristi italiani e internazionali.

Pino Pascali piroettante al fianco della sua Vedova Blu (1968), monumentale scultura a forma di ragno di peluche.) Proprio all’apice della sua carriera, mentre alcune sue opere erano in mostra alla Biennale di Venezia, muore prematuramente a Roma nel 1968 per le conseguenze di un grave incidente in motocicletta, sua grande passione. La precoce morte di Pino Pascali gettò Sargentini, suo amico fraterno, in un profondo stato di sconforto, fino alla chiusura della galleria di Piazza di Spagna, per riaprirla il 14 gennaio 1969 in una sede nuova “il garage” in Via Beccaria.

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Nei mesi precedenti infatti, Sargentini aveva incontrato la performer italo americana Simone Forti ed dai suoi racconti dell’esperienza newyorkese, apprende come i “musicisti, danzatori, scultori, pittori collaboravano fra loro (…) , cercavano spazi diversi nell’ottica della commistione delle arti: una chiesa sconsacrata, il greto di un fiume, il terrazzo di un grattacielo…”, aprendo a Sargentini nuove potenzialità e portandolo ben presto a viaggiare fra Roma e New York, nel tentativo di formare un ponte fra la capitale e la “grande mela”. Sono così presentati nel 1969, presso L’Attico di Via Beccarla, i due compositori del minimalismo americano Terry Riley e La Monte Young. Negli anni successivi Sargentini collaborò con Simone Carella del Beat ’72 alla creazione di festival di musica e di danza, portando in questi luoghi Philip Glass, Steve Reich, Charlemagne Palestine, Joan La Barbera e di nuovo La Monte Young, che presenta in anteprima assoluta The Well Tuned Piano, le danzatrici e performer Trisha Brown, Simone Forti e le proiezioni dei videoartisti Gerry Schum e Marisa Merz.

Altra tappa di sperimentazione linguistica tra installazioni e autori. Phil Glass nella sala de l’Attico, in cui campeggia la gigantografia che lo ritrae con Trisha Brown, Simone Forti, Steve Paxt, Joan Joan, figure cardine della musica minimalista della Modern dance.

Autore: Vincenzo Sanfilippo

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