Teatro Mercadante di Napoli. Sino all’11 novembre, di scena “Salomè” di Wilde. Regia di L. De Fusco

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I fiori di un consumato

Ma avvincente estetismo

 

“Salomè”  di Oscar Wilde

traduzione di Gianni Garrera

adattamento e regia di Luca De Fusco;

scena e costumi di Marta Crisolini Malatesta;

disegno luci: Gigi Saccomandi; istallazione video: Alessandro Papa

Napoli, Teatro Mercadante Produzione del Teatro Stabile. Di scena sino all’ 11 novembre  

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Già presentata a Pompei quest’estate, la Salomé di Oscar Wilde – per la regia di Luca De Fusco, direttore dello Stabile napoletano – è approdata in questi giorni sulle scene partenopee del Mercadante, confermando l’opportunità della riproposta di un bel testo e la validità di una messa in scena, priva forse di soverchie invenzioni, comunque attenta a sottolinearne l’immutato fascino nei contenuti e la preziosità della dinamica teatrale.

Il connubio fra amore e morte, di freudiana memoria, la condanna narcisistica dell’amore a una dimensione (Salomè versus Iokanaan), la sostanziale perversità di quel volto santo, estraneo ad ogni ripiegamento o umana corrispondenza, la inettitudine del potere alle più importanti e significative conquiste, l’infinita solitudine cui troppo spesso condannano le più virulente passioni, sono – questi ed altri – tutti temi presenti nell’opera del celebre drammaturgo irlandese, sufficientemente evidenziati da una regia (De Fusco), peraltro attenta ai preziosismi di una lingua, scenica oltre che letteraria, non certo di facile resa: una regia affiancata, anzi resa efficace da una recitazione, da parte degli attori, priva di sbavature, ma in consonanza con l’indubbio clima di decadance che il testo caratterizza.  

Ottimo, nei panni di Erode,Eros Pagni: macerato più che perverso, sulla soglia di una probabile nevrosi; convincente nella sua morbosa passione, non disgiunta da freddo calcolo e spirito di rivalsa, la performance di Gaia Aprea; imponente Jokanaan, nella sua eroica lontananza, Giacinto Palmarini; bene Anita Bartolucci, fredda e appartata Erodiade, nonché i pochi altri nelle parti di contorno.

Sufficientemente ironica, forse, comunque icasticamente onnipresente la grande luna sul fondo palco; e giustamente “fuori dal tempo” i costumi dei vari personaggi, in particolare l’accecante bianco che veste Salomé. Discreta, comunque non ossessiva, la presenza delle musiche di Ran Bagno; forse quelle, non troppo note al gran pubblico, dell’omonima opera di Richard Strauss, avrebbero meglio aiutato a capire che il mistero dell’amore è più grande che il mistero della morte.

                                                                       

 

 

 

Autore: Francesco Tozza

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