Lo showman della vita e il professore schivo. ‘Euforia’ di Valeria Golino

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Lo showman della vita e il professore schivo. ‘Euforia’ di Valeria Golino

A un’opera prima tutti si avvicinano con un po’ di benevolenza e, quindi, anche il regista è meno carico di responsabilità; se poi è anche riuscita bene, meglio ancora. Il vero esame lo si affronta col secondo film, dove si valuta se l’eventuale valore del precedente era legato a fortuna o se poteva essere davvero l’inizio di una buona carriera dietro la macchina da presa. Questo, in sintesi, il pensiero espresso da Valeria Golino in varie interviste concesse in giro per l’Italia. Nemmeno in Euforia abbandona i temi affrontati studiando e proponendo nuove letture del dolore, del dramma, della difficoltà di vivere.

Miele (2013) raccontava di una ragazza chiamata ad accompagnare verso una morte serena i malati terminali, con Jasmine Trinca sofferta (e brava) protagonista. Il disagio di un uomo anziano (un convincente Carlo Cecchi) e la sua decisione di avere vissuto abbastanza metteva in crisi lei e il suo credo umanitario.

Euforia parla sempre di malati terminali, ma all’interno di una storia più intima in cui è difficile per i due protagonisti vedere le cose con un minimo distacco. Riccardo Scamarcio non vuole aiutare il fratello Valerio Mastandrea a morire, e tenta in tutte le maniere, compreso un pellegrinaggio a Medjugorje, di ritardare al massimo il momento della dipartita. Il rischio maggiore, quasi sempre tenuto a debita distanza, è la caduta nel melodramma strappalacrime che riduce notevolmente il vero impatto emotivo, privilegiando la lacrimuccia al contenuto umano di quanto raccontato.

La scelta di rendere Scamarcio uomo dalle diverse identità, dedito in maniera assoluta alla salute nonché alla serenità del fratello maggiore ma anche capace di farlo uscire al freddo di notte per consumare un breve amore, è sicuramente vincente e permette di avere un contatto con la vita da gaudente del brillante e cinico mercante fariseo che opera nel mondo della religione (“il business del futuro è la misericordia). Matteo, giovane imprenditore di successo che ha basato la sua ascesa sui buoni rapporti col Vaticanosi giustifica con parole poco convinte sulla sua umanità nel ‘donare’ campi profughi che assomigliano, nei suoi discorsi, a villaggi vacanza.

E’ un uomo che per sentirsi vivo ed importante si attornia di yes men (e yes women) che gli donano un’apparente felicità, che esagera nello spendere per cercare di comprare quella sicurezza che gli manca, che ha l’autista sempre a disposizione, che per spostarsi usa aerei privati. Cerca di comprare anche l’amore e il rispetto – la sua omosessualità dichiarata non è ben vista in famiglia – della madre e degli altri cari con costosi e spesso inutili regali. Apparire vale più che essere, questa almeno è la sua filosofia di vita. L’importante è non essere giudicati per i propri difetti ma per ciò che si vuol far credere di essere. Il suo compagno rimane nell’ombra, come una brava mogliettina che attende a casa il marito per potergli esternare il suo amore, per aiutarlo – senza mai apparire – nei momenti più difficili.

Contraltare a questo showman della vita è il fratello Ettore, che dell’anonimato ha fatto una bandiera che orgogliosamente sventola di fronte all’esteriorità di chi è ‘riuscito’ nella vita, almeno secondo i canoni più diffusi nella società che spesso giudica più per quanto hai che per quanto vali. Non si è trasferito nella Capitale, vive senza scossoni un’esistenza mai da protagonista nella cittadina di provincia, una Nepi tranquilla e sfuggente, dove sono nati e in cui lui continua ad insegnare come professore di scuola media. Anche quando deve affrontare la malattia si lascia condurre, non fa troppe domande, probabilmente vuole vivere senza sapere quello che il futuro gli potrebbe riservare.

Si trasferisce nel superattico con vista spettacolare su via del Corso, rifiutando dapprima di essere scarrozzato dall’autista del fratello – ultimo blando tentativo di non venire spossessato delle sue sicurezze – per poi inserire questo rituale nella normalità della sua esistenza. Non combatte, accetta: la sua forza è adeguarsi a quanto il destino ha in serbo per lui senza considerare negativamente le novità che riesce ad assimilare senza troppi problemi. Si adegua, compera con la carta di credito del fratello un orologio da 9000 euro, fa proprio un tenore di vita che non è nelle sue possibilità finanziarie.

Nell’incontro tra due fratelli che inconsciamente hanno scelto di vivere esistenze autonome e antitetiche in cui l’altro non trova spazio c’è il nucleo del film, la sua vera ragione di essere. Anche questo tardivo ritrovarsi avviene senza drammi o scossoni: la nuova realtà sostituisce la precedente senza inutili traumi. Il malato probabilmente finge di non sapere della gravità del suo stato, perché in questa maniera può evitare di cambiare il suo stile nell’affrontare la vita. L’altro cerca in tutte le maniere di stargli vicino ma, nello stesso tempo, non rinuncia alla sua esistenza esagerata: tra i due, il malato appare essere più quest’ultimo, che consciamente si distrugge con uso esasperato di droghe e una fin troppo elevata attività sessuale.

Valeria Golino si affida alle fedeli Francesca Marciano e Valia Santella – le stesse che hanno scritto assieme a lei Miele – con cui ha trovato un rapporto simbiotico che le permette di demandare in parte il peso della sceneggiatura. Non sempre le situazioni sviluppate sono utili all’economia di Euforia, alle volte appesantiscono la narrazione rendendola meno fluida ed interessante; ma, tutto sommato, più sono i momenti positivi che non quelli meno riusciti: un’opera seconda che non delude ma che raramente riesce a convincere in maniera completa. Collabora alla stesura il settantunenne Walter Siti, scrittore, critico letterario e saggista italiano vincitore tra l’altro di un Premio Strega con Resistere non serve a niente. Lo scorso anno è incorso in una notorietà forse non voluta per Bruciare tutto, in cui tratta lo scottante tema della pedofilia in maniera molto diretta. Il suo apporto è stato utile probabilmente in fase di rilettura, nella scelta delle parole giuste per i dialoghi e nella valutazione della struttura narrativa. Sceneggiatura scritta bene ma un po’ ingombrante, ed è il pregio e il limite di un film in cui ogni cosa è fin troppo prevedibile nella sua logica drammaturgica: tutto perfetto o quasi, manca però la vera emozione.

La scelta di utilizzare per il personaggio di Elena, vecchia fiamma di Mastandrea, la brava Jasmine Trinca è azzeccato: in poche scene dice molto di un rapporto vissuto intensamente più dall’uomo che non da lei. Ma è anche un omaggio alla protagonista di Miele, determinante per la buona riuscita del debutto di Valeria Golino.

Nella bella colonna sonora è presente anche il fratello Alex Golino sia come compositore che interprete.

 

Scheda film:

 

Titolo: Euforia

Genere: dramma

Regia: Valeria Golino

Paese/Anno: Italia, 2018

Sceneggiatura: Francesca Marciano, Valia Santella, Valeria Golino, Walter Siti (collaborazione) da un soggetto di Francesca Marciano, Valia Santella, Valeria Golino

Fotografia: Gergely Pohárnok

Montaggio: Giogiò Franchini

Scenografia: Luca Merlini

Musiche: Nicola Tescari

Costumi: Maria Rita Barbera

Effetti speciali: Rodolfo Migliari

Interpreti: Riccardo Scamarcio, Valerio Mastandrea, Isabella Ferrari, Valentina Cervi, Andrea Germani, Marzia Ubaldi, Jasmine Trinca

Produzione: Viola Prestieri, Nicola Giuliano, Francesca Cima, Carlotta Calori per Ht Film, Indigo Film con Rai Cinema

Distribuzione: 01 DISTRIBUTION

Durata: 115 minuti

Data uscita: 25/10/2018

Sito:           http://www.01distribution.it/film/euforia

 

 

Autore: Furio Fossati

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