‘Il bene mio’: la speranza e il senso della memoria

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‘Il bene mio’: la speranza e il senso della memoria

Provvidenza, paese fantasma, è devastata da un terremoto. Tutto il comune ha abbandonato i ruderi per trasferirsi in una nuova realtà a valle, ad eccezione di Elia che si erge a custode della memoria. Suo cognato, fratello della defunta moglie Maria, morta nella tragedia, vuole spingerlo a trasferirsi nel nuovo paese dove ha diritto a un comodo e lussuoso appartamento. L’uomo rifiuta la proposta, preferisce vivere lì, solo, senza affetti, circondandosi di oggetti che recupera e ripristina qua e là. Gli unici contatti che lo mettono in relazione con la popolazione umana sono: Rita, collega di sua moglie, e il suo amico, Gesualdo che lo aiutano fornendogli viveri.

Improvvisamente, nell’amena e, allo stesso tempo, assordante solitudine, succedono strani fenomeni: razzie, ruberie di cibo e vestiti femminili, strani rumori. Tutto ciò sembra condurre alla pazzia Elia che crede che la sua defunta moglie, dall’oltretomba voglia comunicargli qualcosa.

Intanto i compaesani, tra cui in prima fila, suo cognato, sindaco del paese, incalzano “il custode della memoria” ad abbandonare il luogo definito “maledetto”, ma davanti all’ennesimo rifiuto, giustificato dalla volontà di non voler chiudere col passato, il vigile del posto gli risponde che ogni volta che sale sul monte suo figlio, morto sotto le macerie della scuola, muore nuovamente.

Nel caos emozionale di Elia, che vive col costante ricordo della moglie, quando ormai decide di metter fine alla propria esistenza priva di significato, compare Noor, una clandestina fuggita da un oriente inospitale e approdata in Italia allo scopo di raggiungere sua sorella in Francia. Proprio quest’incontro offre nuova linfa vitale all’eremita di Provvidenza, deciso ad opporsi strenuamente alle pressioni del paese che vuole fargli abbandonare il posto al punto da iniziare a costruire un muro. Cemento che stride con l’ameno paesaggio architettonico in pietra, e simboleggia la negazione del passato, la volontà di volerlo eliminare, senza voler accettare la funzione educatrice che l’historia magistra vitae (Storia maestra di vita) ci offre.

Dopo che Elia ha affidato Noor al suo amico Gesualdo per condurla in Francia dalla sorella, giunge l’esecuzione di allontanamento dal luogo; “il custode della memoria” non si trova, tutta la popolazione lo cerca, è costretta a doversi rapportare col proprio passato, ricongiungendosi ad esso e recuperando i propri effetti personali che l’eremita aveva pulito e conservato in una parte della sua casa. La scena culminante è un atto corale, una vera e propria catarsi della tragediografia greca, dove tutto il paese si riunisce, urlando all’unisono “Elia”, avendo i propri oggetti del passato tra le mani, davanti alla scuola, luogo dove sono morti i bambini, futuro della popolazione. Lì si trova Elia, assorto a contemplare i ruderi della scuola in cui è morta la moglie.

Una pellicola che si pone l’obiettivo di spiegare un fenomeno realmente accaduto, la ricostruzione integrale di un paese a seguito di una grande tragedia come il terremoto: un evento che mette in crisi il legame della popolazione col proprio passato. Un rapporto con la memoria che dovrebbe essere di continuo scambio, di convivenza con la conoscenza e la consapevolezza di ciò che è parte integrante di ognuno, senza negarlo, come fanno gli abitanti di Provvidenza. Allo stesso tempo, il passato non deve diventare una trincea/rifugio contro ogni forma di modernità e innovazione come, invece lo considera Elia, protagonista del film.

In ‘Il bene mio’ ricorrono più volte le scene di costruzione del muro di cemento che rappresenta la volontà di seppellire e cancellare il passato, ma anche un chiaro simbolo, e mai come oggi presente perché legato al problema dell’immigrazione, che spesso le barriere non sono fisiche, ma burocratiche, comportamentali, quasi a voler dimenticare la storia, che permette, attraverso un approccio critico, la comprensione di determinati fenomeni odierni.

Il problema dell’analisi storica di qualsiasi evento appare attuale come non mai, a seguito della nuova riforma dell’esame di stato da cui è stata eliminata la traccia di storia, per non parlare dell’impossibilità di studiare la storia contemporanea dovuto, principalmente, alle ristrettezze delle tempistiche scolastiche.

Le riprese del film, a tratti vicine allo stile documentaristico, lente, con effetti chiaroscurali portano alla luce la scenografia del posto, facendola diventare personaggio principale: ruderi, oggetti che possiedono una vita e chiedono la decifrazione di una storia stroncata e sfregiata, senza futuro.

La fotografia riprende i volti, in modo particolare quello di Elia, in modo tale da sottolineare la crisi del rapporto col proprio passato, evidenziando un dolore che non passa mai. Suggestiva è l’ultima ripresa dal basso che mostra la popolazione, rimarcando la coralità della tragedia che ha coinvolto gli abitanti di Provvidenza e insieme la riappacificazione con il Tempo non più perduto.

Le riprese del film, proiettato fuori concorso in anteprima alla 75esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, sono state effettuate in Puglia e in Campania, precisamente nella località di Apice Vecchia (BN), coinvolta da due terremoti, il primo negli anni ‘60 e il secondo negli anni ‘80, che hanno comportato il totale abbandono del territorio, col trasferimento della popolazione nel nuovo paese in una vallata limitrofa. Tale fenomeno ha portato alcuni studiosi a definire Apice Vecchia la “Pompei del ‘900”.

SCHEDA FILM

Regia: Pippo Mezzapesa
Cast: Sergio Rubini, Sonya Mellah, Dino Abbrescia, Francesco De Vito, Michele Sinisi, Caterina Valente, Teresa Saponangelo

Anno di produzione: 2018
Durata: 95′
Tipologia: lungometraggio
Paese: Italia
Produzione: Altre Storie, in collaborazione con Rai Cinema
Distributore: Altre Storie
Data di uscita: 04/10/2018

 

 

Autore: Marco D'Alessio

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