‘Quai d’Orsay’ di Tavernier all’Open Akademia di Cosenza il 10 ottobre ore 20

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CFFC CinéFrance Filmclub

Saison du cinéma

Balade à travers les écrans français”

Sous la direction de Ugo G. CARUSO

QUAI D’ORSAY, L’ESILARANTE COMMEDIA DI BERTRAND TAVERNIER, INEDITA IN ITALIA, ALL’OPEN AKADEMIA DI COSENZA NELLA TRADUZIONE DI MARIE-JOSÉ D’ALESSANDRO PER IL SECONDO, IMPERDIBILE APPUNTAMENTO DELLA “BALADE À TRAVERS LES ÉCRANS FRANÇAIS”, SOUS LA DIRECTION DE UGO G. CARUSO. 

Quai d’Orsay” di Bertrand Tavernier, con Thierry Lhermitte, Raphaël Personnaz, Niels Arestrup

Francia 2013, 93 min, commedia, adattamento del fumetto omonimo di Christophe Blain e Abel Lanzac (film con sottotitoli in italiano).

(Si è pregati di prenotarsi con MESSAGGIO su FB visto l’affluenza dell’evento precedente)

Presentato alla IV edizione del festival romano “Rendez-vous”, Quai d’Orsay è rimasto incredibilmente senza distribuzione in Italia nonostante la fama e la considerazione di cui gode da decenni il suo autore, Bertrand Tavernier. Per tale motivo Ugo G. Caruso ha assunto l’iniziativa di commissionarne la sottotitolatura in italiano, in modo da agevolarne la visione e la diffusione. La traduzione è stata curata da Marie-José D’Alessandro, esperta madre lingua francese presso l’Università della Calabria. Ed è in questa edizione che avremo il privilegio davvero raro in Italia di vedere il film il 10 ottobre alle 20.

Sinossi: Alexandre Taillard de Vorms è alto ed imponente, un uomo con stile che piace alle donne. Si dà il caso che sia anche il Ministro degli Affari Esteri nella terra dell’Illuminismo: la Francia. Con la sua chioma argentata, la pelle abbronzata ed il suo corpo atletico segue la scena mondiale, dall’alto delle Nazioni Unite di New York fino alla polveriera di Oubanga. Da qui fa appello ai potenti perché favoriscano la pace, perché plachino coloro che hanno il “grilletto facile”, consolidando così la sua aura da Premio Nobel per la Pace. Poi arriva il giovane Arthur Vlaminck, laureato dell’élite della Scuola Nazionale di Amministrazione, che sarà l’incaricato del “linguaggio” al ministero degli esteri. In altre parole, si tratta di colui che scrive i discorsi del presidente. Ma dovrà imparare a fare i conti con le suscettibilità del suo capo e di tutta la compagine.

È già successo in passato che una macchina da presa penetrasse tra i corridoi e le stanze dei Palazzi del Potere francese. Cinematograficamente parlando ci sono riusciti Pierre Schoeller prima (“Il ministro”) e Christian Vincent dopo (“La cuoca del Presidente”). Ultimo in ordine di tempo a tentare l’impresa è il Leone d’Oro alla carriera 2015 Bertrand Tavernier con “Quai d’Orsay”. Per farlo, Tavernier cambia per l’ennesima volta strada, proprio lui che in quarant’anni e passa di carriera da regista ha esplorato e contaminato quasi tutti i generi a disposizione, puntando su una sottile commedia satirica tratta dall’omonima graphic novel di culto di Christophe Blain e Abel Lanzac.

Premiato per la sceneggiatura al Festival di San Sebastian 2013, il film è un affresco politico della Francia di oggi, ma libero e privo di tesi come ci ha abituato l’autore in molte delle sue pellicole precedenti. Quello che Tavernier porta sullo schermo è un caotico circo corale che catapulta lo spettatore in un microcosmo popolato da burocrati e faccendieri, dove è Thierry Lhermitte nella parte di un Ministro degli Esteri fortemente ispirato a Dominique de Villepin, che in Quai d’Orsay prende il nome di Alexandre Taillard de Vorms, a vestire i panni del domatore di turno. Proprio l’attore transalpino è l’autentico domatore in gabbia di un’opera che può contare anche su una folta schiera di spalle di primo piano, a cominciare da Niels Arestrup che per il suo ruolo del Capo di Gabinetto Claude Maupas si è aggiudicato un meritato César nel 2014. Il suo è un personaggio irritante e pieno di difetti, ma che non riesce davvero a passare come antipatico. È bravissimo a infilare nella conversazione la citazione giusta, da Eraclito a Tin Tin, peccato sia totalmente incompetente. Senza il giovane Arthur Vlaminck, “responsabile del linguaggio” (specie di ghost writer), infatti, sarebbe la catastrofe. Ma per Arthur non si tratta solo di scrivere i suoi discorsi, bensì di adattarsi a un ambiente di stress, ambizione e sporchi trucchi. Il giovane lo segue come un’ombra tra viaggi e pranzi diplomatici. Ed è su e attraverso questo gioco continuo e serrato gioco di In and out dalla e nella Farnesina parigina che il regista francese costruisce l’architettura drammaturgica e il racconto del film.

Tavernier asseconda la matrice originale trasferendo al cinema una sorta di fumetto cinetico che si rifà volutamente al linguaggio, alla punteggiatura e alla narrativa del fumetto stesso. Non a caso, l’uso dello split screen, così come la presenza di fiumi di dialoghi con rapidi scambi di battute e un montaggio dal ritmo frenetico, richiamano alla mente una successione di vignette e quadri attraversati in lungo e in largo, da un capo all’altro, da un ministro che si muove come una scheggia impazzita o una mina vagante. Una serie di scelte, queste, che nel complesso appaiono assolutamente funzionali e in linea con la decisione del regista francese di restituire al cinema l’anima e l’essenza della creatura nata dalle matite di Blain & Lanzac.

Autore: Redazionale

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