Un ricordo dello scrittore colombiano Alvaro Mutis

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A cinque anni di distanza dalla scomparsa del grande scrittore colombiano Alvaro Mutis (Bogotà, 25 agosto 1923 – Città del Messico, 22 settembre 2013), l’affettuoso ritratto del nostro collaboratore Ugo G. Caruso, suo fedele lettore.

ALVARO PIUTTOSTO CORSARO

Alvaro Mutis

Un ricordo dello scrittore colombiano Alvaro Mutis

Il mio personale adìos ad Alvaro Mutis, grande spirito del nostro tempo scomparso novantenne giusto un anno fa, a cui devo il ritrovato piacere dell’infanzia nel leggere le avventure per mare e per terra di Maqroll el Gaviero, eterno viaggiatore senza meta, naufrago inquieto e cercatore d’assoluto.
Swift, Defoe, Stevenson, Verne, London, Salgari, Melville e Conrad attendono solo lui per salpare. Il suo eroe Maqroll, per un destino letterario davvero unico, nasce nei versi per approdare nei romanzi. Con la bella Ilona ed Abdul Bashur, “sognatore di navi”, costituiscono l’utopia realizzata di un erotismo affascinante ed eversivo. Ma di sensualità è impregnata la sua idea della vita, l’amore per quell’universo fatto di sensi, colori, suoni, desideri che prima avvolgeva il mondo, un paradiso perduto con l’infanzia e che non ritroveremo più, vinto dalla tendenza inarrestabile a disumanizzare il tempo. Di questa ineluttabilità egli scrive con la lucidità di un veggente. Ma ciò che più me lo fa sentire vicino è quel sentimento di “desesperanza” che pervade tutta la sua opera, il disincanto per gli assoluti e la disponibilità invece verso gioie effimere come l’amore, l’amicizia, gli animali, la natura ecc.
Sognatore talvolta delirante come il suo amico e connazionale “Gabo”, ma raffinatissimo conoscitore della cultura europea (come forse tra gli scrittori ispano-americani solo Julio Cortazar e Guillermo Cabrera Infante), tutta la sua vita ha un sapore letterario. E non solo per la giovinezza trascorsa nelle tertulias di Bogotà, i cenacoli artistici, a dar vita ad interminabili discussioni annaffiate di buon ron caraibico, proprio insieme a Garcia Marquez e a Leo Matiz, il pittore che scoprì Botero, nonchè fotografo e poeta, sette mogli e amori hollywoodiani come Maria Felix ed Esther Williams. La mistura particolarissima tra la cultura europea e quella latina va ricercata nel contrasto di un’infanzia divisa tra Bruxelles dove il padre lavorava come diplomatico e la fattoria di famiglia a Tolima in Colombia, il luogo delle vacanze.

Alvaro Mutis

La sua scrittura è pervasa da una poesia misteriosa, piena di evocazioni proustiane. Secondo lo scrittore uruguayano Mario Benedetti “Mutis inventa Maqroll el Gaviero come Garcia Marquez aveva fatto con Macondo, Onetti con Santa Maria, Rulfo con Comala”. Anche gli oceani solcati dal Gabbiere in compagnia di Abdul Bashur, suo alter ego e della bella Ilona Grabowska, aristocratica triestina la cui discendenza intreccia i rami dinastici di una mitteleuropa remota e decadente, sarebbero dunque una regione dell’immaginario. E allora ci piace pensare che chissà quante volte, incrociando le stesse acque, si siano allegramente salutati dando sfogo alle sirene di bordo con il Corto Maltese di Hugo Pratt, riconoscendosi tra loro come spiriti liberi, accomunati da quel vagabondare di costa in costa, dove ogni approdo segna l’inizio di una nuova avventura. “Gente di mare che se ne va\ dove gli pare\dove non sa….”. La citazione pop stavolta è quasi cheap, lo so, ma credo renda bene l’idea.
Al ciclo Empresas y tribolaciones de Maqroll el Gaviero (La neve dell’Ammiraglio, Ilona arriva con la pioggia, Un bel morir) è ispirata la canzone di Fabrizio De Andrè, Smisurata preghiera, che accompagna i titoli di coda del film Ilona arriva con la pioggia di Sergio Cabrera, anch’egli colombiano, dunque connazionale dello scrittore. Ma fu lo stesso Mutis a rintracciare nella canzone echi della sua opera omnia che il cantautore genovese e dunque in quanto tale “di mare” a sua volta, conosceva bene.
Dieci anni fa, esattamente nella primavera del 2004, Mutis campeggiava tra i protagonisti di quella edizione, nel programma del Festival delle Letterature di Roma, alla Basilica di Massenzio, insieme al suo amico Carlos Fuentes. Il tema di quell’anno era Reale\Immaginario e pregustavo già il disappunto dei suoi novizi quando questi avrebbe respinto energicamente la superficiale e scontata etichetta di realismo magico appiccicata in automatico alla sua ispirazione da ispanisti corrivi e avventati. Lo attesi quindi con impazienza e fervore. Ma soprattutto perchè volevo verificare dal vivo che egli fosse davvero così come veniva descritto: alto, canuto, traboccante simpatia ed umanità, estroverso, geniale e dall’umorismo inesauribile. L’attesa però fu vana. Già vecchio e stanco, mancò l’incontro. Né quell’occasione, come intuii subito, fu recuperata nelle edizioni successive. Ancora oggi ne sento il rimpianto. Gli avrei chiesto un autografo e forse per un eccesso di confidenza indotto dalle tante ore trascorse in sua compagnia, di firmarsi Alvaro piuttosto corsaro. Qualcosa mi dice che pur non comprendendo appieno il rimando e magari ridendone compiaciuto, con un cenno d’intesa avrebbe comunque accondisceso alla mia irriverente richiesta.

Autore: Ugo G. Caruso

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