VENEZIA 75. ‘Loro due cineasti’. Ovvero Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi

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VENEZIA 75. ‘Loro due cineasti’. Ovvero Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi

Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi

LIDO DI VENEZIA (dal nostro inviato) – Si intitola così uno degli eventi speciali che la 75. Mostra di Venezia dedica, fuori concorso, a due artisti dal particolarissimo profilo e al loro lavoro incentrato sulla violenza nel ‘900.

Quello che Yervant, presente alla proiezione – una massa di capelli bianchi che incorniciano un viso chiaro e un sorriso discreto appena celato da candidi baffi – ha inteso fare con questo “I diari di Angela/Noi due cineasti” non è solo un lavoro di risignificazione dell’archivio storico ma uno sguardo inedito su quello personale e privato che in qualche modo ne rappresenta lo sfondo sostanziale, proprio in omaggio ad Angela, compagna di una vita, scomparsa nel febbraio scorso.

Angela – ci dice Yervant – rivive per me nelle sue parole scritte a mano con calligrafia leggera, che accompagnano i suoi disegni, gli acquerelli, i rotoli lunghi decine di metri.”

Sono i diari di viaggio di questa artista – che ha studiato pittura a Salisburgo con Oskar Kokoschka – dalla Cina a New York, dalle Alpi Orientali all’Armenia sovietica, fino alla ex Jugoslavia.

Sullo schermo della Sala Giardino è una vita in comune a scorrere: dalle prime sovrimpressioni, il found footage, su pellicola a spezzoni di “Erat Sora” (1975), cortometraggio il cui titolo è un anagramma di una poesia di Pound. Le immagini screziate – la pellicola come gli esseri umani si deteriora, quasi si dimentica di se se stessa – si aggrumano poi nelle sequenze in primissimo piano del diario manoscritto di Angela e degli stralci di letture.

Erano materiali “dimenticati” – sottolinea ancora Yervant – testimonianze raccolte nel corso del tempo: la preparazione di un budino nella casa di campagna sullo sfondo della sera che sale e quella del mosto, i tempi dell’orto e della tera per un piccolo, personalissimo ed intimo “Albero degli zoccoli”.

A confronto con la moderna pruderie per l’ossessione tecnologica e iconica la testimonianza di Yervant appare assolutamente anacronistica, fuori dal tempo. Ma è una distopia tenera e affettuosa dentro la quale stanno le loro vite. Non è necessaria l’alta definizione per questo viaggio all’interno della propria identità. Che non è solo ed esclusivamente privata ma abbraccia pure le tragedie del “Secolo breve”. Dell’eccidio curdo all’inizio del ‘900, per esempio, nel quale fu coinvolta proprio una parte della famiglia del regista: e la brevissima scena in cui Yervant raccoglie in un sacchetto la sua terra – “per poterla sempre baciare” – tocca davvero il cuore.

Ma ci sono anche le gli incontri con gli artisti e gli intellettuali di tutto il mondo, le grandi amicizie – un inedito Walter Chiari, compagno di viaggio proprio in Armenia – gli screzi polemici sul (presunto) Rinascimento khomeinista durante il soggiorno in Iran: insomma la ricerca e la vita nella Storia.

Sono “questi due cineasti” a recuperare proprio durante quel viaggio, complice un gatto, pellicole rarissime conservate negli archivi sovietici di Mosca: dai prigionieri ungheresi della Grande guerra agli alpini sull’Adamello.

Poi la Storia grida da molto più vicino: è il viaggio devastante nella Sarajevo stuprata dalla guerra; le strade piene di macerie, le zone ancora minate, le orbite vuote delle finestre su cui si appostavano i cecchini, le case abbandonate. E le domande di Anna, non tanto e solo sul senso di quella catastrofe, ma sulle cause e i responsabili che l’hanno prodotta. Anzi è nel porre questi interrogativi che risiede il senso del fare arte, perché “bisogna lavorare contro il mercato”. E in questa posizione antagonista, in questa identità vita-arte resiste ancora in Anna (così come in Yervant) – per utilizzare due categorie che Giuseppe Frazzetto utilizza nel suo splendido saggio “Artista sovrano. L’arte contemporanea come festa e mobilitazione” – l’artigiana e non l’artista sovrana.

E su tutto l’impegno di una vita insieme, il marchio indelebile dell’intesa tra Anna e Yervant racchiuso in una poeticissima sigla – A+Y – sul tenero stropiccio della pellicola che scorre sulla moviola.

Autore: Giuseppe Condorelli

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