L’inferno nella testa. ‘A beautiful day’ di Lynne Ramsay

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Linferno nella testa. A beautiful day di Lynne Ramsay

“Era pura megalomania negativa – narcisismo trasformato in odio per se stessi, una specie

e di disturbo auto-immune della sua psiche – ma c’era un innegabile elemento di verità nello stato paranoico di Joe: ovunque andasse seguiva dolore e castigo.”

(Jonathan Ames, Non sei mai stato qui)

Joe risolve in modo brutale ed efficace “casi particolari”. Quelli richiesti da clienti che hanno fretta, non vogliono (o non possono) chiamare la polizia e soprattutto che possono pagare bene.

Lui è una specie di punitore discreto e terribile, ex reduce dall’Iraq, ex FBI, ex infanzia difficile – per usare un eufemismo – con una propensione a tirare fuori dai guai ragazze finite nella morsa del racket della prostituzione e un’altra, tutta personale, al suicidio.

E’ lui il protagonista di “A beautiful day” scritto e diretto dalla cineasta scozzese Lynne Ramsay e liberamente ispirato al racconto “You Were Never Really Here”, piccola perla noir di Jonathan Ames (pubblicato in Italia da Baldini&Castoldi col titolo “Non sei mai stato qui”), co-produttore inseme alla stessa Ramsey.

Una vita difficile quella di Joe: un’autodisciplina al limite della punizione, niente amici, niente donne, un’inclinazione patologica all’autosoffocamento se non fosse per la madre di cui si prende cura: uno scricciolo malandato e l’unica persona “a cui non avrebbe fatto sicuramente del male”.

Il limite Joe l’aveva oltrepassato un paio di anni prima, quando era arrivato troppo tardi – troppo tardi continuava a ripetersi “dentro” – e in un furgone frigorifero aveva trovato trenta ragazze morte, avvelenate dallo scarico. Davanti a quella “catasta di olocausto” era andato fuori di testa, aveva cominciato a odiarsi ed era sparito nel nulla. Da allora si era imposto una vita monacale, pura, santa, riservata. Poi ritorna al “lavoro” sotto copertura, senza problemi – eccome, se ci sapeva fare bene – e senza porsi più problemi di morale: “un martello non si chiede perché colpisce”.

La telefonata del suo contatto, McCleary, gli arriva in una di quelle giornate apparentemente normali: bisogna ritrovare Lisa, la figlia tredicenne di Albert Votto, il nuovo pezzo grosso di Albany che aveva continuato la carriera del padre, vecchio potente senatore della stessa città. Scoprono che è stata rapita da un pervertito conosciuto in rete che la tiene segregata in uno scannatoio di New York. Joe sa come muoversi: riprende Lisa, distribuendo la sua violenza a colpi di martello e sta per consegnarla a Votto. Se non fosse che Votto si è improvvisamente suicidato in piena campagna elettorale e se non fosse che tre poliziotti corrotti lo stanno aspettando per farlo fuori e prelevare la ragazza. Joy adesso è la preda, almeno così si illudono: anche se gli fanno terra bruciata sterminando i suoi contatti e uccidendo sua madre, non scatenano altro che il suo bisogno di autodistruzione.

La regia della Ramsey è straordinariamente lineare e asciutta, sincopata. Procede per accumulazioni e per primi piani, soprattutto quelli del protagonista, un eccezionale Joaquin Phoenix, appena riconoscibile – un metro e ottantotto per ottantasei chili sono le misure imposte dal libro di Ames – barbuto e muscoloso, allucinato e iperteso, perso nel labirinto del suo stesso pensiero e della sua vita: il Premio per la migliore interpretazione a Cannes appariva davvero scontato.

E’ come se tutta la storia si svolgesse dentro la testa di Joy, compresi quei flashback, ansimi brevissimi, che tagliano il film come rasoi – le botte del padre, i tentativi di suicidio, la guerra, le allucinazioni e le premonizioni. Sembra anzi che solo la sua testa e i suoi soliloqui possano essere in grado di dare una direzione a una lurida vicenda di pedofilia e di violenza ad alti livelli. Anzi no: quella deriva, quell’annientamento che il protagonista agogna per sé – un “pensiero come un metronomo”, scrive Ames – diventano il senso stesso di una realtà patologicamente segnata. Forse non può esserci redenzione. Rimane solo la colpa, il sogno irraggiungibile della purezza.

E’ solo il pensiero di Lisa a farlo riemergere, letteralmente, dalla morte che vuole infliggersi: Joe ha compreso il disegno nascosto e sa, questa volta, di non potere più fallire.

In fondo Joe proietta su di sé i sotterranei rimorsi di una classe politica in regimental, che abita severe ville neoclassiche, la quale se da un lato difende il ‘modello’ di democrazia americana, dall’altro tenta di occultare le proprie depravazioni e la sua inesausta sete di potere servendosi proprio di uomini come Joe: un mostro (del capitalismo?) che incarna le contraddizioni di una cultura in cui “i vivi – come ha intuito Annalee Newitz – troppo spesso si sentono morti.”

La sceneggiatura – anch’essa premiata a Cannes – sembra scritta con la lucidità di Don Winslow e sinistramente tinteggiata da Frank Miller se non fosse per un finale che accontenta un apparente happy end tanto dolceamaro quanto improponibile: forse proprio “una bellissima giornata.”

 

 

Autore: Giuseppe Condorelli

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