I riti crudeli dei dominatori. ‘Sweet Country’ di Warwick Thornton

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I riti crudeli dei dominatori. ‘Sweet Country’ di Warwick Thornton

E’ il selvaggio Outback australiano degli anni ‘30 del secolo scorso (ma potrebbe essere il Far West, una contea della Georgia, un quartiere periferico di una moderna città europea).

Quella di “Sweet country” Premio speciale a Venezia lo scorso anno, è una parabola, senza proclami, sui rapporti interrazziali in una terra come l’Australia che da un decennio almeno sta tentando di rileggere la tormentata storia del suo rapporto con gli aborigeni: da “Generazione rubata” (2002) a “10 canoe” (2006). Il regista aborigeno australiano Warwick Thornton impasta un atipico western, essenziale e severo, raccontando una storia semplice in una micro-comunità dominata dai bianchi, in cui l’aborigeno Sam (Hamilton Morris) e la moglie Lizzie vivono duramente di un lavoro massacrante accanto a Sam, uomo – pur “bianco” – mite e timorato che li tratta alla pari.

A fare precipitare la situazione è Harry, reduce di guerra, il cui livore e il cui razzismo innescano una escalation di violenza e di morte che costringe Sam a uccidere Harry per difendersi e poi a scappare. Nonostante un processo lo scagioni, la vendetta dell’uomo bianco si accanirà su di lui. Così come per il recente “The birth of a nation” (2016) di Nat Parker lo sguardo del regista esplora le pieghe della storia per denunciare qui la condizione dei nativi australiani cui i dominatori anglosassoni sottraggono la terra, la libertà – il loro “Yes, boss” continuamente ripetuto diventa il riff di una condizione di schiavitù e di sottomissione – e soprattutto la cultura: “Lascia perdere queste stronzate negre”, suggerisce qualcuno al giovane Philomac, vero e proprio protagonista silente del film.

Ma lungo una vicenda crudele, girata come se si trattasse di un rito, tratteggiata con la maestria di chi conosce quei luoghi magnifici e terribili, silenziosi e solitari, grazie ad una sceneggiatura ridotta all’osso ma tanto essenziale quanto efficace, “Sweet country” – spesso solcato da lancinanti flashback in cui si mescolano ricordi e anticipazioni – offre una possibilità di redenzione: non tanto nella figura del predicatore (Sam Neill) o del controverso sergente Fletcher che comunque fa applicare la legge (Bryan Brown), quanto nel possidente e padrone Kennedy, conforme ai dettami della superiorità bianca che però poco a poco scopre nel suo piccolo e lacero tuttofare Philomac (Tremayne Trevorn Doolan), l’autocoscienza di una terra di là da venire e da costruire ancora.

Sweet Country

(Australia, 2017) di Warwick Thornton. Con Sam Neill, Bryan Brown, Thomas M. Wright, Matt Day, Ewen Leslie, Anni Finsterer, Natassia Gorie Furber, Tremayne Trevorn Doolan, Gibson John e Hamilton Morris.

 

Autore: Giuseppe Condorelli

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