Nella Roma violenta degli anni ‘70

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Nella Roma violenta degli anni ‘70

 

Una foto ritrovata che mi ritrae penultimo da sinistra mi vede a fianco del vincitore del Campionato dell’Amicizia di quello stesso anno, Vincenzo Iaconianni, non ancora “Guru”, come sarebbe per tutti divenuto in seguito per ragioni che ancora mi sfuggono, quantunque io abbia interrogato a riguardo lo stesso interessato.
Vincenzo studiava allora alla Facoltà di Medicina con alterne fortune, era quel che suol dirsi un compagnone ma curiosamente alla luce dei suoi recentissimi trascorsi, come tanti, a dispetto della vulgata, nonostante fossimo nel mezzo di anni roventi, non mostrava alcun interesse per la politica o altre forme di impegno sociale.

Aveva però un grande senso dell’amicizia, era sempre pronto a venirti in aiuto e quando non era depresso o angosciato per l’esito infausto o l’angustiante imminenza di qualche esame, mostrava una grande vitalità. Una sua caratteristica era quella di cacciarsi nei guai grazie a una notevole dose d’incoscienza e alle sue intemperanze caratteriali. La prima volta che lo vidi fu a un torneo di calcio in un campetto del Casaletto, periferia Nord Ovest di Roma, dove dopo soli 10′ fu espulso e non pago di ciò tagliò di corsa tutto il campo per andare a stampare un manrovescio sul volto dell’arbitro. Presentatomi da suo fratello minore Tonio, quando io ero ancora freschissimo di Roma, mi coinvolse in una sarabanda continua animata da un gruppo allegro e spensierato di coetanei che soleva usare per gli spostamenti collettivi un pullmino 850 Fiat.

E così si improvvisavano partite di calcio notturne in piazze deserte e giardini non recintati, ci si scatenava in discoteche trasteverine (luoghi e riti a me desueti), si facevano scombiccherate gite sulla neve al Serrone, ci si ritrovava ad appuntamenti approssimativi allo Chalet in zona Acquacetosa o allo Zodiaco su Monte Mario. Nè Vincenzo che abitava in zona Portonaccio, sulla Tiburtina, nè io che stavo, come molti studenti fuorisede nel quartiere di Piazza Bologna, possedevamo un’auto. Raggiugevamo i luoghi di raduno in bus o addirittura con il trenino interno, poichè i suoi amici, poi divenuti anche miei, risiedevano per lo più a Monteverde o in zone limitrofe, insomma dall’altra parte della città.

Durante quell’anno ne combinammo di cotte e di crude, come suol dirsi, animati da una vivacità giovanile inesausta. In particolare, io ero mosso dalla grande curiosità per Roma che mi appariva immensa e labirintica e dalla voglia di compensare l’impegno politico che sin dagli anni del liceo mi assorbiva quasi totalmente e oggi forse direi, insanamente. Così, quando non ero alle prese con film del passato da recuperare in cinema di periferia ai quattro angoli di Roma o concerti rock che bramavo a causa della lunga penuria patita a Cosenza nei primi anni settanta, mi affidavo a Vincenzo, a Tonio, alla loro fondamentale amica Tania Celico, di origine cariatese, vero motore delle serate e ufficiale di collegamento con i tanti amici e amiche romane tra i quali meritano una menzione Massimo, Annamaria, Bruno, Malù, Roberto, Nadia, Paolo, Sandro, Pippo (era una ragazza, anche carina!). Chissà dove saranno ora?

Capitarono tante cose in quell’anno, da potervi riempire un libro di aneddoti: disavventure, bravate, scherzi memorabili di cui eravamo tutti a turno artefici e vittime. In quella Roma crudele e violenta di cui percepivamo qualcosa più a livello d’atmosfera ma di cui eravamo fondamentalmente inconsapevoli, spesso le nostre vicende incrociarono o sfiorarono la cronaca di quegli anni, soprattutto quella nera, come nel caso dell’incidente mortale di Alessandro Momo, giovane cinedivo lanciato dal film “Malizia” di Samperi, i numerosi sequestri di persone, come quello dell’industriale del caffè Palombini, finito tragicamente, o le corse all’ippodromo di Tor di Valle, controllato da Franco Nicolini, detto “Franchino er criminale” riconosciuto capo della malavita romana, casereccia e sfrangiata. Il suo omicidio ad opera della Banda della Magliana, segnò l’ascesa della stessa, dopo un interregno dei marsigliesi che segnò però un salto di qualità nelle vicende criminali romane.

Insomma, non so dirvi perchè ma ci trovavamo spesso a contatto, senza volerlo, con luoghi ed ambienti loschi e pericolosi. Come quella volta che chiudemmo nella toilette della discoteca Corsetti un bullo neofascista, una specie di pariolino, in apparenza un fighetto in realtà un tipo pericoloso della stessa risma per intenderci dei vari Izzo, Ghira e Guido, il quale fece accorrere lì in suo soccorso tutta la famigerata banda del Fungo, l’avveniristico ristorante dell’Eur, tra cui ci pare di ricordare anche un certo Carminati di lì a poco noto alle vicende più torbide della vita politico-criminale capitolina e nazionale, vedi Affaire Pecorelli e dintorni.

Talvolta invece era Vincenzo ad accompagnarmi nel mio mondo abituale, in sale cinematografiche di seconda e terza visione, poichè ne esistevano ancora tante allora, dove recuperavo film dei decenni passati persi a Cosenza, oppure a convegni politici. Vincenzo è infatti testimone di un mio faccia a faccia a Colle Oppio con Massimo D’Alema, al tempo segretario nazionale della FGCI. Per modestia non vi dirò come andò a finire. Poi seguì tutta una fase confusa che vide l’abbandono degli studi da parte di Vincenzo, il suo ritorno a Cosenza, l’entrata in scena di un suo amico nonchè ex compagno di classe al Liceo scientifico, Giorgio Chianello, per anni mio coabitante che ne prese il posto, diciamo così, ovviamente in modo molto diverso e dunque, la stagione delle radio private. Eravamo nel pieno del boom della disco music quando Vincenzo si tuffò come il suo solito, anima e corpo, nell’avventura di Radio Sila, divenendone un beniamino.

Cosenza stava cambiando rapidamente e in parallelo con Roma, non passava giorno che non fosse sconvolta da fatti criminosi: sparatorie in pieno centro, regolamenti di conti in bar e ristoranti, ritrovamenti di cadaveri, rapine spettacolari, risse in carcere, qualche omicidio “eccellente” o clamoroso. Non riuscivo a capacitarmene, il tessuto della città, gli usi, il lunguaggio erano stravolti. Il nuovo businness dell’eroina aveva sovvertito regole ed equilibri ultradecennali, collegando anche la sonnacchiosa Cosenza a Roma, Milano, Napoli, Marsiglia e ad una recrudescenza delinquenziale vista fino ad allora solo nei coevi film poliziotteschi. In questo contesto, tornato a Cosenza per qualche giorno nel periodo pasquale, mi pare nel 1978, Vincenzo mi invita per il suo onomastico, il 5 di aprile, in una nota discoteca sul Tirreno, confidandomi al contempo di essere piuttosto preoccupato. Chiesi per quale ragione e di contro lui mi confessò che così, tanto per non perdere la mano, intratteneva da qualche tempo una liaison con una ragazza di buona famiglia che però al momento era pure la pupa di uno dei più efferati malviventi cosentini, un killer dal grilletto facile. Non vi dico la tensione di quella notte in discoteca.

Nel corso degli anni, come spesso accade, le nostre vite hanno preso direzioni molto diverse sia nella sfera privata che in quella pubblica e professionale. Vincenzo, infine si impiegò alla Cassa di Risparmio, approdo di tanti a Cosenza, ma ritagliandosi intelligentemente un ruolo più “creativo”. Dal canto mio, mi laureai in Scienze Politiche ma seguendo la mia passione per il cinema, mi ritrovai un po’ casualmente e grazie all’interessamento attivo di un’amica ad occuparmi di critica, recuperando pure altre passioni a lungo coltivate e poi un po’ dismesse come i fumetti o mettendo a frutto la mia curiosità multidirezionale (musica, letteratura, teatro) per scriverne su quotidiani e riviste. Inevitabilmente ci perdemmo di vista ma per fortuna mai del tutto, grazie ad una simpatia e ad un affetto rimasti inossidati ai fatti della vita.

Ho appreso così, recentemente, della provocazione politica di vaga marca dadaista contenuta nella sua candidatura a sindaco di Cosenza. Non l’ho compresa bene, forse perchè non mi convincevano i suoi ispiratori e compagni d’avventura mossi, temo, da finalità inconfessate e non proprio trasparenti, ammantate però di goliardia e forse con qualche pretesa situazionista. La realtà cosentina prima e soprattutto dopo le scorse elezioni non invita al sorriso ma a prese di posizione nette e chiare. Personalmente credo che chi si è fatto disinvoltamente fotografare in pose da amiconi accanto a vari personaggi della politica bruzia potrebbe presto provare un grande disagio di fronte a quegli scatti. Molti cosentini, anzi la maggioranza, non hanno ancora compreso appieno la realtà che stanno vivendo e di cui sono compartecipi e in certa misura complici. Non passerà troppo tempo prima che comprendano il danno recato a loro stessi e purtroppo anche a tutti gli altri. Su questo accetto scommesse.

Se invece posso permettermi, in nome dell’antica amicizia, caro Vincenzo, ti suggerirei di riprendere in mano la macchina fotografica. Ma non più per documentare una mondanità cittadina alquanto patetica, secondo l’abitudine ridicolmente autoreferenziale cinicamente inaugurata dai quotidiani locali negli ultimi vent’anni. Prima, sul Giornale di Calabria al quale collaborai, non ricordo nulla di simile. Ma era tutt’altra epoca. Un assessore regionale, un sindaco, un professorucolo universitario la cui fama si esaurisce ad Arcavacata, così come parimenti può dirsi di sedicenti artisti, bellone, grandi dame, mecenati, avvocatoni e avvocaticchi, stilisti locali, deputatesse, imprenditori chiacchierati, cortigiani vari, presenzialisti del nulla e tutto il demi-monde che furoreggia da Sangineto a Camigliatello, da Corigliano a San Nicola Arcella sulle suddette cronache mondane locali, ad imitazione di quelle nazionali, volgari e irritanti già di loro.

Pur non prediligendo questi ambienti, come si sarà intuito a questo punto, mi capita mio malgrado di incrociarli per il fatto stesso di vivere nella capitale o per la contiguità con i miei interessi e ti dirò che li trovo deprimenti e spesso miserabili. Se poi si pensa alla realtà drammatica della Calabria, comprenderai da te quanto tutto ciò possa stonare con i canoni ed i principi guida di un’informazione seria e necessaria. E allora, bando alle committenze di giornalisti cialtroni e direttori corrivi, va’ dove ti porta la tua ispirazione, evitando al contempo di carezzare tutti i luoghi comuni di una Calabria piagnona, fintemente orgogliosa dei suoi tesori paesaggistici veri che ha da sè in larga parte compromessi oppure dei suoi tesori ipotetici e vantati come reali (Alarico). Una regione irredimibilmente collusa e prona che rinnova ad ogni occasione il proprio consenso ad una classe politica ignobile. Ma tu esci per strada, documenta la vita vera, la realtà al netto dei cliché, la normalità laddove ancora ha luogo. Fregatene di tutti quegli insulsi ammiratori che ti chiedono la foto in cui li hai ripresi a feste cafone o ad eventi pubblici sfarzosamente allestiti per i soliti beneficati dalle casse pubbliche, solitamente nulli sotto il profilo culturale.

Forse, ecco quel che mi sento di dirti pubblicamente, questo potrebbe farti ritrovare un entusiasmo perduto e la tua strada vera, il tuo modo di essere e di sentire. Una specie di sveviana rigenerazione. Ne hai bisogno tu, ne abbiamo bisogno tutti, me compreso. Affettuosamente, il tuo amico del 1976.

Autore: Ugo G. Caruso

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