Consuntivo 53° Festival di Karlovy Vari, dal massacro etnico di Radu Jude alla coppia in vacanza di Ana Katz

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Consuntivo 53° Festival di Karlovy Vari, dal massacro etnico di Radu Jude alla coppia in vacanza di Ana Katz

Sueño Florianópolis

Chiusa l’edizione numero 53 con grande successo, parlando col direttore artistico Karel Och e la consulente artistica Eva Zaoralová – che ha portato dal 1995 ad oggi il Festival a livello internazionale – sembra quasi che siano alla vigilia della nuova edizione, pensando già su quale cinematografia puntare, quali artisti premiare, quali nuove sezioni si potrebbero creare.

Il festival (KVIFF) è la rassegna di film più vecchia d’Europa dopo quella di Venezia (è sorta nel 1946 e ha proposto la prima edizione 70 anni orsono, nel 1948). Durante il periodo della dominazione del paese da parte dell’Unione Sovietica ebbe cadenza biennale dal 1956 al 1994, alternandosi con la rassegna di Mosca.

I film premiati dalle giurie istituzionali non hanno avuto contestazioni, forse anche per una certa attenzione dei giurati nel valutare i gusti del pubblico

Il lunghissimo e davvero interessante Non mi preoccupo se finiamo nella storia come i Barbari („Îm i este indiferent dacă în istorie vom intra ca barbari”) del rumeno Radu Jude racconta di una giovane regista che progetta di ricostruire un evento storico dal 1941, durante il quale l’amministrazione rumena per mezzo dell’esercito aveva compiuto un massacro etnico sul fronte orientale, con tutte le possibili censure che il produttore le pone quando si accorge della pericolosità della vicenda.

Tutt’altro tema e tono narrativo in Sogno Florianópolis (Sueño Florianópolis) dell’argentina Ana Katz – Premio Speciale della Giuria – una commedia dai toni a tratti melanconici, che segue le disavventure della vacanza a budget limitato nella località balneare brasiliana di Florianópolis, intrapresa da una coppia in crisi assieme ai figli adolescenti; partono da Buenos Aires in un giorno di calura soffocante con la scassatissima auto di famiglia e da allora tutto diventa un problema. E’ una storia di primi amori, amanti del passato, incontri fatidici e gioie fugaci.

Come ormai tradizione, le sorprese più belle le ha riservate East to West, la rassegna in cui vengono presentate varie opere prime o seconde di paesi spesso poco noti nell’ambito internazionale, soprattutto film dell’ex blocco socialista.

Anche in questa sezione non ci sono state grosse sorprese nella scelta dei vincitori.

La montagna di Suleiman (Suleiman Gora, 2017) ha ottenuto il Gran Premio. È uno dei pochi film realizzati in Kyrgyzstan – opera prima della talentuosa Elizaveta Stishova -, girato all’interno e nei dintorni del mistico sito patrimonio dell’Umanità della montagna Suleiman di Osh. Il film racconta la storia della maturazione di un uomo solo apparentemente adulto che deve prima perdere l’amore per poi ritrovarlo e, forse, mantenerlo. Gioca d’azzardo, è un forte bevitore, un immaturo che mette sé stesso prima della famiglia. Quando sua moglie Zhipara lo chiama per dirgli che ha trovato il loro figlio scomparso, Uluk, l’uomo si precipita da lei suscitando lo sgomento della sua giovane e incinta seconda moglie. Presto le nuove dinamiche familiari si estendono oltre i loro limiti, e Karabas entra in crisi cercando di fare convivere le vecchie abitudini e le due donne madri dei suoi figli: uno rinato e uno ancora da venire.

Giusto riconoscimento – Premio speciale della giuria – all’ungherese La valle dei fiori (Virágvölgy, 2018), un road movie originale anche se non privo di difetti. Il regista László Csuja conosce bene il linguaggio cinematografico e televisivo; per il suo debutto nel lungometraggio si è avvalso di due attori non professionisti: Bianka Berényi, autentica icona di Instagram popolare non solo in Ungheria, e László Réti, un pluripremiato campione delle Olimpiadi per diversamente abili. I due hanno conferito grande naturalezza ai loro personaggi che sono stati subito adottati dal pubblico. Si possono considerati come dei pazzi, sicuramente sono asociali ma la loro logica li porta a far credere che tutto sia possibile. Questi innamorati in fuga con un neonato non loro – rapito dalla ragazza – sono raccontati nel loro vitale caos con immagini poetiche di grande dolcezza.

Per capire cosa rappresenti Karlovy Vary nel panorama europeo e mondiale dei Festival, è giusto iniziare a parlare di questa 53a edizione con dei freddi numeri:

Complessivamente 13080 partecipanti accreditati di cui 10857 col Festival Pass, 403 film makers, 1190 della film industry, 630 giornalisti,   140135 biglietti venduti per 501 proiezioni, oltre 250 titoli presentati, presenza di attori, registi e di persone che nell’ambito del cinema erano ufficialmente 432, ma è difficile calcolarne il numero reale a causa dei presenti ma non accreditati dalla oliata organizzazione del Festival.

Tutto girava attorno ai 225 titoli presentati, suddivisi in 17 sezioni principali di cui tre in competizione.

I Paesi presenti produttivamente sono stati 65: Repubblica Ceca, Cecoslovacchia, Repubblica Slovacca, Argentina, Australia, Austria, Bielorussia, Belgio, Bosnia Herzegovina, Brasile, Bulgaria, Canada, Cile, Cina, Corea del Sud, Croazia, Cipro, Danimarca, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Estonia, Filippine, Finlandia, Francia, Georgia, Germania, Giamaica, Gran Bretagna, Grecia, Islanda, Iran, Irlanda, Israele, Italia, Kazakhstan, Kenya, Kyrgyzstan, Lettonia, Libano, Lituania, Lussemburgo, Macedonia, Messico, Nepal, Norvrgia, Olanda, Palestina, Polonia, Portogallo, Qatar, Repubblica Dominicana, Romania, Serbia, Slovenia, Spagna, Svezia, Svizzera, Tunisia, Turchia, Ucraina, Ungheria, USA, USSR, Uruguay.

KVIFF è una finestra sul cinema del Est che permette non solo di capire meglio la loro produzione, ma anche una piacevole occasione per incontrare persone e personaggi non sempre presenti in altri Festival.

Autore: Furio Fossati

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