Lo schermo prigioniero. Quel che resta del drive-in di Casalpalocco a Roma

,   

Lo schermo prigioniero. Quel che resta del drive-in di Casalpalocco a Roma

Andando verso il mare sulla Cristoforo Colombo, ho effettuato una piccola deviazione per constatare in che stato fosse un luogo unico nel panorama sempre più falcidiato delle sale cinematografiche capitoline. Non certo perché sperassi in una sua riapertura, ma così, un po’ per pura nostalgia. Quando venni a vivere a Roma, a metà degli anni settanta per frequentare l’università, percepii che la città tendeva ancora a svilupparsi verso sud-ovest, prolungando il sogno mussoliniano di “allungare” Roma fino al mare, oltre le macerie della guerra perduta.

Ecco perché quando da bambino vidi per la prima volta l’Eur nel ’63 questo mi apparve un quartiere avveniristico, sebbene pensato negli anni trenta per l’esposizione universale del 1942 che ovviamente non ebbe luogo. E così il Palazzo di vetro dell’Eni, il Palazzetto dello Sport disegnato da Nervi, la prima linea di metropolitana che andava da Termini al laghetto artificiale di Piazzale Enrico Fermi ecc. Anche i quartieri-satellite della zona, come Casalpalocco, Infernetto, Madonnetta o Axa facevano parte di un’idea urbanistica che avrebbe voluto essere moderna ma che non è stata assecondata dallo sviluppo complessivo della città rimasto disarmonico.

Anche il Drive-In, il più grande d’Europa con la sua superficie di 540 mq, sorto nel 1957 su progetto dell’architetto Galdieri, allievo di Nervi e a imitazione dei modelli americani, faceva parte di questo progetto insieme a varie polisportive, centri commerciali e ad altri luoghi di svago e di ritrovo (nel ’63, data la mia giovanissima età, fui colpito soprattutto dalla Birreria del Vecchio West di Corsetti, a metà strada tra i colossali Palazzo dei Congressi e Palazzo della Civiltà del Lavoro, a due passi dalla Piazza dell’Obelisco). In questa filosofia del vivere suburbano rientrava a pieno titolo anche il drive-in, importato dall’America, ovviamente, e simbolo di un’idea della fruizione cinematografica che legava insieme lo schermo all’auto, la Coca Cola all’hot dog, i teenagers al rock and roll, l’horror all’hamburger, i beach movies al petting, il pop corn alle cuffiette.

Ce lo ha mostrato il cinema stesso tante volte (da Targets ad American Graffiti) e ci è stato raccontato talvolta nei romanzi (“La notte del drive-in” di Joe R. Lansdale). Il suo tempo è passato ovunque, cionondimeno il drive-in di Roma poteva essere riutilizzato intelligentemente, diciamo pure in chiave postmoderna, come simbolo di una certa visione del loisir che contrassegnò un’epoca. Qualcosa del genere fu tentato nel 1997, quando si provò a rilanciarlo sull’esperienza di Massenzio, con lunghe maratone cinematografiche notturne dedicate a generi e filoni popolari e ad introvabili cult movie all’epoca. Ma la vicinanza dal litorale lo rendeva un luogo estremamente umido e disagevole per chi avesse voluto assistere a uno spettacolo in una normale platea, fuori dall’abitacolo dell’auto. Il tentativo, insomma, fallì dopo una sola estate.

Oggi il luogo resta recintato e inaccessibile ma non sono riuscito a capire cosa vi sia all’interno, forse uffici, forse una pista di go-kart?! Da quel che ho potuto scorgere oltre la rete resta un manto di asfalto screpolato invaso dalle sterpaglie e più oltre l’immenso schermo di cemento, a sua volta oltraggiato e oscurato da alberi fronzuti e invadenti, simile a certe piramidi Maya viste in Guatemala, ricoperte nei secoli da una vegetazione lussureggiante fino a scomparire alla vista.

Non si può non riflettere su come Roma fino a qualche decennio fa pensasse magari anche senza idee originali ad essere accogliente per i suoi propri abitanti e per la massa di turisti da cui era costantemente visitata mentre oggi, sempre più ripiegata su se stessa, sulla sua arcaicità, sul proprio provincialismo, sul malaffare e sulla malamministrazione, non riesce se non a rivitalizzare, almeno a conservare i luoghi delle ore liete e dei momenti gai, anche quelli appena trascorsi e già dimenticati. E questo è un sintomo inconfondibile, insieme a vari altri, del suo malessere profondo.

Autore: Ugo G. Caruso

Condividi