Mostra Collettiva alle Scuderie di Villa Aldobrandini, Frascati. Ne parliano con V. Sanfilippo, uno degli espositori

  

Mostre d’Arte

 

Una “Collettiva” alle Scuderie Aldobrandini di Frascati

Sino al  24 giugno 2018

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Il volume della Morlacchi Editore di Perugia, dal titolo “Un libro delle immagini”,   saggi e ideazione grafica di Mariano Apa, realizzato da Litografia Bruni di Pomezia (Roma), accompagna la mostra e avvolge e spiega l’insieme del lavoro degli artisti espositori: Leonardo Caboni, Roberto Scardella, Mauro Falzoni, Cesare Mirabella, Gilberto Stefani, Armanda Negri, Piero Casentini, Vincenzo Sanfilippo. Contestualizzando storicamente e culturalmente la loro  singola ricerca.

Presentano la Mostra: Mariano Apa storico e critico d’arte, il sindaco Roberto Mastrosanti, l’assessore alla cultura Emanuela Bruni e l’esperto Claudio Buazzelli.

Durante l’inaugurazione è  stato ‘ospitato’ un intervento musicale del Trio Poème: “Piano Trio n. 1 in C Minor” di Dimitri Shostakovih. Concertisti: Chiara Apa violino, Lara Leccisi violoncello, Umberto Cipolla pianoforte.

  • Visitando i padiglioni di Villa Aldobrandini, incontriamo Vincenzo Sanfilippo, da tanti anni consulente del nostro giornale e versatile artista interdisciplinare.
  1. Quel’è la sua idea per valorizzare le mostre d’arte e ciò che ne deriva in ambito territoriale?
  2. L’Arte e la critica, nella nostra contemporaneità, sembrano operare sotto il segno di molteplici sollecitazioni complementari che spingono da una parte gli artisti  verso l’inadempienza rispetto alle qualificazioni necessarie richieste nel sistema dell’arte;  dall’altra  la critica verso l’omologazione e la concentrazione prodotta e promossa dall’industria culturale.

Gli artisti e i critici, come soggetti singoli, non sembra siano in grado di modificare la situazione di “disagio”  senza che intervenga un terzo soggetto in gioco, che potrebbe essere efficacemente rappresentato dall’intervento istituzionale degli Enti locali: l’intervento pubblico,attraverso una politica illuminata, potrebbe cioè introdurre una logica complementare a quella adottata dal mercato dell’arte, evitando la omogeneizzazione ed accogliendo, invece, proprio la molteplicità e la dispersione creativa dell’arte nei momenti disperimentazione  laboratoriale,  spesso  imprevedibile,  di nuovi linguaggi  nel loro divenire forma.

  1. Come valuta il lavoro svolto da M. Apa curatore e autore del testo critico che correda l’esposizione?
  2. Mariano Apa, storico e critico d’arte, nella sua pluriennale attività di studioso, ama contestualizzare e quindi attuare nelle proprie scelteuna  sostanziale  riconfigurazione epistemologica,  quale conoscenza certa dell’argomento da trattare.  Lo dimostra con questa esposizione, non solo da Lui curata, altresì corredata dalla sua altrettanto creativa corposa pubblicazione “Un libro delle immagini”  dove propone una “ampia narrazione” , edificando una variegata mappa concettuale dove traccia un esaustivo itinerario, miscelando memoria  storica d’arte, letteratura e critica contemporaneaed evidenziando  la valutazione e promozione dei lavori di artisti viventi.
  3. Di cosa tratta il corposo saggio “Un Libro delle immagini”?
  4. Scrivere un saggio sull’opera di un gruppo di personalità di artisti è un atto dell’immaginazione. L’autore, senza nessuna ridondanza ma con autorevolezza e sobrietà, risale alla memoria inseguendo la storia,  ovvero le storie,  tra Arte e Avanguardia e Nouvelle Vague, per poter nominare la giustificazione del cammino: dalla “pittura-pittura” al concettualismo della “pittura-idea” di Marcel Duchamp; a Jan-Luc Godard di “Bande à Part” del1964, dove in una manciata di fotogrammi (pubblicati nel libro) vediamo la famosa sequenza del film girata nel Museé du Louvre, in cui i tre protagonisti, impegnati in una corsa a perdifiato, decidono di battere il record di attraversamento del grande Museo: non è altro che una allegorica incursione, l’inizio di una ardita scorribanda a cambiare il mondo  di quegli anni definiti ribelli. Si continua con il  “The Dreamers” del 2003 di Bertolucci dove,  (se durante il maggio del 1968 era “vietato vietare”) ,  nello specifico film –  ci raccontail regista – è vietato sognare; similmente come nel capolavoro irripetibile e assoluto, di “Ultimo Tango A Parigi” ,  risposta plausibile anche se non definitiva al conformismo circostante di quel periodo storico.
  5. Quello di Apa è quindi un ulteriore racconto del ‘già vissuto’….
  6. Certamente. Attraverso queste memorie filmiche della nostra contemporaneità è possibile anche retrocedere ad una dimensione teologica pasoliniana “Il Vangelo secondo Matteo” ,pervenire alle visioni ascetiche/contemplative, al desiderio di condurre una vita più solitaria e più austera,come quella del veneziano Beato Paolo Giustiniani (1476), camaldolese di Montecorona e Priore del Sacro Eremo al Tuscolo, Il frate modella nei suoi diari voci e regole della vita religiosa.Da questi “attraversamenti concettuali”- proposti dall’autore M. Apa-  si approda  a rileggere il Rilke de “Il Libro d’Ore” -1905, Das Stunden-Buch – e quindi “Il libro delle immagini” – Das Buch der Bilder del 1913 – da cui evocandolo, si è ricavato il titolo  del volume che correda la Mostra.
  7. Ricordo un’altra interessante mostra curata da   Apa allestita  nell’autunno del 2002   sempre alle Scuderie Aldobrandini di Frascati. O sbaglio?
  8. Si certamente, il titolo era – “ Abitare l’immagine. Dino Buzzati, Hermann Hesse, Carlo Levi, Eugenio Montale, Pier Paolo Pasolini, Lalla Romano, Giovanni Testori”, curata da Mariano Apa. Era il novembre del 2002, volume del catalogo dell’editore Campisano di Roma, con gli scritti, insieme al curatore, di moltissimi saggisti tra cui ricordo Giovanni Raboni, Vincenzo Cerami, Ruggero Savinio, Gianfranco Ravasi, e tantissimi altri. Nelle sale delle Scuderie Aldobrandini fu esposto di Testori – anche pittore oltre che uomo di teatro – un coinvolgente dipinto di timbro espressionista, olio su tela del 1949 : “Crocifissione”.  Sono passati 25 anni dalla scomparsa di Testori, un artista e uno scrittore teatrale dotato di una lingua propria potente e nobile.
  9. Qual è il denominatore comune delle sue ultime installazioni, a iniziare da quella di Villa Strohl-Fern di Rilke?
  10. Villa Strohl-Fern fu la sede di una celebre colonia di artisti attiva a Roma per più di ottant’anni (tra i suoi ospiti si ricordano Rainer Maria Rilke, Arturo Martini, Carlo Levi, FrancescoTrombadori), per cui le mie due installazioni – un connubio tra pittura e scultura -sono un omaggioagli scritti di Rainer Maria Rilke sull’arte e sulla letteratura, uno dei più grandi poeti Fin de siècle. Nelle Lettere su Cézanne Rilke scrive: “Non è affatto la pittura che studio. È la svolta che ho riconosciuto in questa pittura perché si tratta della stessa che ho appena raggiunto nel mio lavoro  poetico”.
  11. Non c’è dubbio che le Scuderie Aldobrandini sono una magnifica location per le sue installazioni. Può descriverle per il lettore, dettagliatamente?
  12. La mia prima installazione ha per titolo: “Le Parole dell’angelo come soffio del Vento” seguito da un sottotitolo: “Epifania dell’angelo: Il bello, l’amore, il tremendo” ( “Elegie Duinesi” omaggio  ai “Sonetti ad Orfeo” di  R. M. Rilke). L’opera che ho realizzato per la mostra è costituita da un grande dipinto a olio su tela (misure cm. base 280 X h. 225 ) con sovrapposizione – sulla superfice dipinta con ocre naturali – di una corrugata figura alata evanescente (realizzata in termoplastica) che rimanda a “percezioni spaziali” oltre il piano del dipinto sottostante cromaticamente elaborato. E’  un omaggio alla Prima Elegia scritta da Rilke tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio 1912: « Chi se io gridassi mi udirebbe mai /dalle schiere degli angeli ed anche / se uno di loro al cuore / mi prendesse, io verrei meno per la sua più forte presenza/ Perchè il bello è solo l’inizio del tremendo,/ che sopportiamo appena, / e il bello lo ammiriamo così perchè incurante disdegna di distruggerci / Ogni angelo è tremendo / E così mi trattengo e il mio grido reprimo / di oscuro singhiozzo>>.

Il brano  è il celebre incipit della prima Elegia Duinese. Un grido di accorata poesia, in cui l’articolato corso del ragionamento è a tratti spezzato da omonime parole di etimo e significato che hanno il medesimo suono (omofono) corrispondente alla medesima cromo-grafia del dipinto. Una  lettura dal vivo potrebbe restituire la poetica di Rilke de “ Il Libro d’Ore” -1905, Das Stunden- Buch – e quindi “ Il Libro delle Immagini”- Das Buch der Bilder del 1913 –

  1. So che Lei ama realizzare le sue opere corredandole con azioni performative elaborate teatralmente dalla sua compagna di vita e arte Luisa Sanfilippo, autrice e attrice di cui ci siamo spesso occupati….penso ad esperienze e personaggi monologanti come Dora Maar ed Erodiade…
  2. .La lettura poetica, di cui sto pensando di realizzare una video-performance progettata da me e da Luisa Sanfilippo, autrice di “Allegorie Teatrali”, tre testi di teatro…libro inserito nel volume di Apa…farà parte della struttura compositiva dell’installazione, potenziando arte e letteratura.  Cosicché  la viva voce aggiungerà all’opera il continuo agone tra l’apollineo delle gradazioni forme cromatiche,  contrapposto all’aspetto dionisiaco della elaborata materia termoplastica. Pertanto l’inserimento recitativo nell’installazione evoca “ il riscatto orfico alla salvezza rilkiana” pregnante una forte tensione etica, attraverso il logos creativo che tenta l’indicibile, che si muove sul bordo dell’inesprimibile, che prova a restare in prossimità del mistero delle cose. E nei “Sonetti a Orfeo”- cui è ispirata l’installazione – vi sono riflessioni laceranti, dove i poemetti rilkiani contengono l’esito estremo d’una lotta interiore, o d’una lunga meditazione che sembra  sospesa sul filo dell’inconoscibile nella gradazione d’essenza e nell’apertura della loro destinata esistenza.
  3. Può spiegarci in cosa consiste la dimensione rilkiana della sua seconda installazione composta da  sculture e altrettanti restituzioni  grafiche, che ha per titolo “ Scultore Orfiche”?
  4. L’installazione/omaggio ai Sonetti di Orfeo di  R. M. Rilke; disposta su un grande piano espositivo rettangolare è composta da 8 sculture corredate ognuna da una grafica di pertinenza, e che costituiscono  il  nucleo compositivo di opere inedite realizzate con materiali inusuali, per lo più da materie termoplastiche. Ogni scultura è da considerarsi un archetipo ed è corredata da una omologa restituzione grafica/speculare,  simile ad uno “svelamento visivo” eseguito a grafite e pastello. La questione di ridisegnare analiticamente in modo  accurato ogni singola scultura come verifica di percezione semantica,  realizza un impatto più incisivo, ovvero: come l’arte produce significato prima rispetto a se stessa e poi come “se stessa” in chi guarda.  Per tale esigenza di verifica sono portato a definire una scultura attraverso “la rappresentazione grafica”, non solo nelle peculiari componenti morfologiche (studio delle forme, studio della struttura) ma soprattutto della congruità della “memoria eidetica” ricostruita nella forma immaginata. Già in questa definizione s’innesta una seconda riflessione che introduce la necessità di un significato più ampio del termine. Pertanto la natura dell’arte diviene l’interrogazione sulla semiotica dell’arte e sui “processi” del suo farsi significato.
  5. Può presentarci i suoi compagni d’arte, enucleando il loro vissuto e delineando i vari percorsi artistico culturali?
  6. Caboni, Falzoni e Scardella nella pittura e nella scultura, rievocano il genio di Böcklin e De Chirico e dimostrano quanto sia attuale nell’arte la capace narrazione giuocata sul versante onirico e letterario. Stefani, Casentini e Negri mostrano come l’astrazione conferma le figure del racconto, tra il confronto storico politico e le attese di una religiosità che giustifica il pellegrinaggio esistenziale. In mostra  è  presente in video anche l’opera di un eremita del Tuscolo di Eremo di Montecorona, Fra Giovanni, documentato nel volume. Cesare Mirabella conferma nel suo lavoro i trascorsi della neoavanguardia sul versante di un lirismo saturo di cultura europea.  Ioamo realizzare installazioni di meta-materiali pittorici,  scultorei, scenografici, ed esplorare nuovi linguaggi.
  7. Qual’ è il rapporto geografico tra il Museo Tuscolano e gli atelier/luoghi di lavoro di questi artisti?
  8. Quasi tutti noi arti espositori abitiamo e operiamo nel territorio del grande Parco dei Castelli Romani, tranne Mirabella che vive in Umbria tra Todi e Spoleto, e Falzoni a Firenze.

 “A disdetta di una geografia articolata in Centro Italia, questi artisti  – scrive M. Apa – si sono incrociati e ritrovati in varie situazioni culturali. Ad esempio – per Falzoni, Caboni, Scardella, Casentini – proprio con la mostra a Firenze che nel 2015 a Palazzo Medici Riccardi è stata dedicata a S. Francesco di Assisi; altresì – Caboni, Falzoni, Mirabella – si ritrovarono presso la solidarietà e l’amicizia della Grafica dei Greci, importante Galleria d’Arte nella Roma indipendente e libera.  Così ancora a Roma, come del resto nel caso di Mirabella e di Sanfilippo, hanno vissuto l’esistenzialismo ultimo delle neoavanguardie, l’uno Mirabella con  la Galleria d’Arte “la stanza”( 1977) e, l’altro, Sanfilippo, con le esperienze del Teatro immagine e con la vicinanza con franco Piruca ed Alberto Abate, di cui Sanfilippo era già amico tra la originaria Catania e  la acquisita Roma. “

  1. Un accenno sull’influenza che questi artisti hanno prodotto in ambito culturale….
  2. “Hanno coniugato Roma con l’Europa – documenta Mariano Apa nel suo “Un libro delle Immagini”- Gilberto Stefani ripensando Venezia nella rilettura che negli anni ha svolto su Berlino; Piero Casentini, la cui Formazione avviene tra Roma, Nizza e Parigi e in un suo  recente lavoro -ricevuto per committenza ecclesiale –  lega la cultura francescana di  Assisi a Gerusalemme, realizzando nel refettorio del convento di San Salvatore “l’Ultima Cena” Tecnica mista su tavola di metri 5.50 X 3; Armanda Negri con i suoi lavori partecipa della sapiente concentrazione ambrosiana di Pavia e Milano; e così Roberto Scardella si relaziona a Berlino e Parigi e San Pietroburgo esprimendo una Europa della letteratura equivalente alla Europa dei linguaggi della architettura nella modernità. Un’Europa riscontrata nella pratica come di uno studio esistenziale nella Filologia e Filosofia nella vita artistica di Falzoni, ovvero come negli itinerari religiosi di A. Negri: itinerari religiosi e artistici che la vedono partecipe – anche con Caboni e Casentini – al felice cantiere del nuovo Lezionario che la Chiesa ha redatto e di cui la milanese Skira editrice ha costruito nel 2011 il libro: “Gli artisti e la Bibbia. Il nuovo Lezionario”. Un libro e una mostra che aspirano a costituirsi quali percorsid’immagini delle opere di artisti che nei loro plurali rimandi storico-concettuali pluralmente s’intrecciano in rispecchiamenti iconografico-iconologici. Così tentando di affermare, di ciascun singolo artista, l’originalità della propria ricerca poetica nelle conferme che giustificano la persistenza dell’arte. Così com’è stato ribadito  in occasione dei 60 anni della Galleria l’Attico, nell’ambito della mostra “Scorribanda” allestita alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea,  dove è andata in scena la performance/evento all’insegna del  grido collettivo di un centinaio di artisti in dialogo con il museo e il suo pubblico “Art will never die” di Elsa Agalbato e Fabio Sargentini.

Autore: Angelo Pizzuto

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