A proposito di ‘Sicilian Tragedi’…

  

Visto l’imminente, spasmodicamente ‘atteso’, debutto di “Sicilian Comedi”, ci sembra interessante riproporre l’opinione di Scénario su “Sicilian Tragedi”, sempre di Ottavio Cappellani, scritta dal nostro redattore Giuseppe Condorelli nel 2010.

A proposito di ‘Sicilian Tragedi’…

L’impressione sulla capillare celebrazione ante litteram di “Sicilian tragedi”, il romanzo di Ottavio Cappellani, trasposto sulle scene per il cartellone dello Stabile di Catania, ricorda una tipica elezione sudamericana, quella – per intenderci – in cui si davano (trionfali) risultati prima dello spoglio.

Ma se Cappellani, presentato come l’erede della più illustre tradizione letteraria siciliana, una linea – citiamo – che non si basa soltanto su personalità fondanti della letteratura moderna come Verga, Capuana, De Roberto e naturalmente Pirandello, ma può contare su intellettuali emersi dal dopoguerra ai giorni nostri, Tomasi di Lampedusa, Sciascia, Bufalino, Consolo è comunque assurto al ruolo di nuovo cantore della Catania dello spacchiamento postcontemporaneo (grazie anche al favore di una platea gaudente e soddisfatta, ipnotizzata e sedata dall’happening della rappresentazione in cui si è fieramente riconosciuta) vuole dire che la città ha quello che si merita.

L’estetismo trash del romanzo si risolve infatti anche sulle scene in una operazione meramente nostalgica – pardon, vintage – di sapore quasi camilleriano, che tende a celebrare lo spirito assoluto della Sicilianità e laddove l’esplicitazione e l’epifania della coscienza genuinamente mafiosa e massone della città (sia quella dell’assessore di turno che di una aristocrazia traffichina e balorda, sia quella di una neoclasse arripudduta che quella di una informazione spudoratamente asservita) diventa la matrice sulla quale imprimere un plot narrativo che si dipana affannosamente combinando i tasselli di un mosaico che vorrebbe fare il verso ora a Tarantino ora ai Sopranos; che tenta di passare per il Micio Tempio più licenzioso strizzando l’occhio al grottesco di Angelo Musco e alle commedie di Martoglio.

Il suo involucro accattivante si porta però dentro il vuoto di questa “forma rampante di dittatura dell’immaginario” più o meno recente, che ripropone trionfalmente quel milieu nel quale lo stesso autore si riconosce e dal quale ha attinto la sua ispirazione: hegelianamente, per Cappellani, ciò che è reale – questa città e il suo modus vivendi – è razionale, dunque accettabile. Sulla presunta destabilizzazione linguistica il testo in realtà si autodistrugge: se una “minchia” fa colore locale e due fanno cabaret la caterva che satura “Sicilian tragedi” la rende tanto scontata quanto noiosa. Anzi la sfida del linguaggio perde la sua carica di aggressione espressionista contro un mondo che anzi coccola e santifica, tracimando verso quote da imbastardito vaudeville, da schiamazzante casino di provincia. Dunque in cosa consiste la “tragedia” evocata dal titolo? Forse nella sua stessa possibilità di darsi come “teatro” (piuttosto che teatrino): Shakespeare è solo evocato ma è un dio lontano e inaccessibile. Lo straniamento gergale è perciò solo un escamotage: il sistema siculo-catanese non viene criticato ma esibito, i suoi modi esacerbati con un innocuo parossismo da intrattenimento e dunque utilizzati in chiave comica e non ideologicamente critica.

Guglielmo Ferro, restituendo la prosa frantumata del romanzo in nervose, accelerate micro sequenze, salva la rappresentazione attraverso una mastodontica operazione di sapienza registica che si avvale ora di didascalie e di proiezioni, che rendono lo spettacolo simile ad un film, ora di un commento sonoro da happy hour. In un “melting pot” così baroccheggiante tutti gli interpreti offrono davvero il meglio (il simpaticissimo Gino Astorina, in fondo, interpreta il se stesso teatral-televisivo così come Guja Ielo, talento più che sprecato, utilizzata solo e sempre in funzione di una perenne tipizzazione da sboccato gineceo siciliano): ma non riescono dare corpo ad una tessitura testuale tutta popolar-televisiva, dunque effimera. La stessa scena finale nella quale con una intelligente, “mozione del cuore”, davvero un coupe de theatre, la regia di Ferro dribbla il romanzo e celebra le due Grandi Madri – la Sicilia e Ida Carrara – pare quasi per un attimo cancellare due ore di fagocitante autolesionismo reazionario.

Autore: Giuseppe Condorelli

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