Cannes 2018. Il Festival affonda fra madri dissennate e cerebralismi, salva la giornata Les Filles du Soleil, epico e popolare

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Cannes 2018. Il Festival affonda fra madri dissennate e cerebralismi, salva la giornata Les Filles du Soleil, epico e popolare

Gueule d’Ange

Bellezza disperata e kitsch, Marlène (Marion Cotillard) è una donna senza prospettive. Una figlia di otto anni, Elli (Ayline Aksoy-Etaix), avuta chissà da chi, e il tentativo di ricominciare daccapo con un matrimonio che neanche ha il tempo di iniziare, visto che il novello sposo la coglie tra le braccia di un altro proprio durante i festeggiamenti delle nozze.

Ma il meglio ancora deve venire: dopo una notte in discoteca (con ragazzina al seguito), Marlène mette la figlia su un taxi e se ne va con un uomo (Stefano Cassetti) conosciuto quella sera. Da quel momento, Elli, otto anni, è sola.

Gueule d’Ange, opera prima di Vanessa Filho presentata nella rassegna Un certain regard, è un film che vive di lampi inattesi (su tutti, lo sguardo-specchio in cui la Cotillard vede la figlia ballare come una donna in discoteca). Ma che, allo stesso tempo, finisce per prendere a poco a poco una deriva prevedibile e ricattatoria.

Giocato dapprima sull’alterazione dei ruoli, dove di fatto è la bambina a doversi prendersi cura della madre, si concentra poi sull’inevitabile emulazione da parte della ragazzina. E allora ecco la piccina indossare vestiti più grandi di lei, truccarsi, attaccarsi a qualsiasi bottiglia, birra, vino o whisky non fa differenza.

Va da sé che, al netto di uno stile riconoscibile (dove la saturazione cromatica si contrappone a un vuoto esistenziale drammatico), la regista esordiente non riesce a controllare la narrazione. Così mentre le scene madri si moltiplicano fino a rasentare l’assurdità, il film finisce per buttarsi da una rupe.

Les Filles du Soleil

Ha un occhio bendato la giornalista e fotografa di guerra Mathilde, nel film di Eva Husson Les Filles du Soleil, altra pellicola in concorso ieri. Come i pirati dei romanzi d’appendice. È una menomazione che non la preoccupa più di tanto. Il sospetto che viene allo spettatore è che quella benda sia soprattutto un segno cinematografico, una sorta di omaggio a un immaginario epico-popolare su cui Les Filles du Soleil punta molto. Qui si parla infatti della guerra in Kurdistan. E nello specifico di un battaglione di guerrigliere kurde, alla vigilia di una missione di liberazione di una città caduta nelle mani dell’Isis. Mathilde è la testimone di questo mondo, ma soprattutto la narratrice di una eroina: la leader Bahar, interpretata da Golshifteh Farahani, che lotta per la sua terra e per ritrovare il figlioletto fatto prigioniero.

La regista francese insegue l’epica e lo fa utilizzando tutto il repertorio possibile: scene madri, colonna sonora magniloquente, rallenti e panoramiche aeree. E’ un male? Chissà, in ogni caso l’operazione sin dai titoli di testa non insegue alcun tipo di scorciatoia intellettuale. Le scene di guerra sono efficaci e recuperano un respiro classico, da “grande schermo”, che si differenzia dai paradigmi del finto-reportage abusati nel cinema contemporaneo. Il punto di vista non è quello “esterno” della reporter, né quello in soggettiva delle combattenti: qui domina il modello eroico dello spettacolo e degli ideali.

Eva Husson sembra persino subire una spiazzante fascinazione estetica per la guerra, con i bombardamenti e le macerie che hanno la forza di diventare immagini di estrema bellezza.

Three Faces

Nel film in concorso di Jafar Panahi Three Faces, il viaggio è il pretesto narrativo di un’indagine, condotta innanzitutto sulla questione della verità e del grado di manipolazione dell’immagine. Tutto comincia dal drammatico videomessaggio di una ragazza, Marziyeh, che non può realizzare il sogno di studiare recitazione perché la famiglia glielo proibisce. È l’ultimo atto che si conclude con un cappio al collo, tra le rupi di una grotta tra le montagne. Dallo schermo verticale dello smartphone (dispositivo di cui Panahi è stato un pioniere) l’inquadratura si allarga e scopriamo la destinataria del messaggio, la famosa attrice Benhaz Jafari, che, sconvolta, chiede al regista di accompagnarla al villaggio della ragazza, nell’estremo nord ovest dell’Iran, nella regione dell’Azerbaigian orientale.

La Jafari dubita dell’effettiva realtà dell’accaduto, molte cose non quadrano, il tronco d’albero da cui pendeva la corda, il salto finale che sembra “montato”. Mette in dubbio la stessa buona fede di Panahi, sospettato di aver contribuito alla messinscena con il semplice scopo di un film da fare. Ma questo non è un film, è il gioco di specchi del cinema, sospeso tra il dubbio e l’attendibilità.

Il groviglio teorico in cui Panahi sembra ancora una volta volersi infilare, si scioglie ben presto. O, forse, con un ennesimo colpo di mano, si moltiplica all’infinito. Perché, svelato il mistero, Three Faces, come da titolo, mette in mostra una pluralità di facce che divergono e si sovrappongono allo stesso tempo. Fino a smarrire, come sempre, i confini tra la vita e la riflessione sul cinema.

Panahi, nonostante lo slancio poetico, si deforma, smarrendosi tra i suoi specchi.

 

Autore: Redazionale

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