Cannes 2018. ‘Rafiki’ e ‘Ash is Purest White’, dal Kenya alla Cina due storie d’amore contrastate

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Cannes 2018. ‘Rafiki’ e ‘Ash is Purest White’, dal Kenya alla Cina due storie d’amore contrastate

Rafiki

L’attesa era tanta al Festival di Cannes per la presentazione nella sezione “Un certain regard” del film-scandalo di questa 71esima edizione: Rafiki. Diretta da Wanuri Kahiu è la prima pellicola kenyota ad essere presentata sulla croisette e racconta un amore omosessuale, in un Paese dove queste relazioni sono punite dalla legge. Il film, per questo motivo, non sarà proiettato nelle sale del Kenya.

Ero molto titubante, perché stavo facendo i primi passi nel mondo del cinema e cercando di farmi un nome, così pensavo a come la gente mi avrebbe giudicata dopo aver visto il film. Ma quando mi hanno mandato il copione e l’ho letto, ho capito che era assolutamente eccezionale“, dichiara una delle due protagoniste, Sheila Munyiva.

Rafiki racconta l’amore lesbico tra due giovani, Kena e Ziki. Per difendere il loro amore, le due ragazze devono combattere contro la società che non accetta la loro unione.

Essere omosessuali nel continente africano è ancora oggi un problema enorme. Perché se ci sono dei paesi in cui l’omosessualità è esplicitamente legale, nella maggior parte degli stati se sei omosessuale ben che ti vada vai in galera; se ti va male puoi finire ai lavori forzati, venire condannato a morte o, se sei donna, subire il corrective rape, che altro non è che uno stupro di gruppo. Per non parlare dei paesi in cui non esiste una legge apposita che condanni l’omosessualità, ma in cui vige una morale sul pudore che di fatto perseguita anche i rapporti con lo stesso sesso. Lo testimonia la recente legge contro gli omosessuali che prevede la prigione a vita per gli omosessuali, promulgata dal presidente del Gambia, Yahya Jammeh. Lo stesso leader noto per aver affermato qualche tempo fa “I gay e le lesbiche li vorrei uccidere con le mie mani, come zanzare”.

«In realtà, a parte la sua denominazione geografica, l’Africa non esiste» scriveva il reporter polacco Ryszard Kapuscinski. Anche quanto a morale sessuale, così come nella maggior parte dei settori della vita pubblica e privata, l’Africa è un crogiolo di culture tale che pare impossibile tracciare delle linee comuni. Ogni stato ha le proprie leggi e soprattutto le proprie pene, anche assai diseguali fra di loro, anche fra paesi che sembrano a noi occidentali molto simili perché accomunati dalla geografia o dalla storia. Dal Sudafrica in cui è legale addirittura il matrimonio omosessuale, fino a paesi come Mauritania, Sudan, Nigeria e Somalia, dove la legge prevede ancora oggi anche la pena di morte.

Vi sono altri paesi invece in cui semplicemente non vi è una legge che condanni appositamente l’omosessualità, ma ciò non implica la sua legalità agli occhi dello stato. In questi stati, come l’Egitto per esempio – dove è sufficiente pensare all’infibulazione femminile per rendersi conto di quanto peso possa avere una legge morale pubblica – la discriminazione e le molestie sulla base dell’orientamento sessuale non sono trattate né all’interno della Costituzione né tra le leggi emanate, ma di fatto gli omosessuali sono perseguitati. E anche la rivoluzione egiziana del 2011 non ha certo rappresentato una “primavera” per la comunità omosessuale. I leader dei Fratelli Musulmani, infatti, hanno continuato a condannare l’omosessualità e le unioni civili tra persone dello stesso sesso per motivi eminentemente religiosi.

Stessa cosa in Mali, dove esiste il crimine di “pubblica indecenza” nell’articolo riguardante il “delitto a sfondo sessuale”, e in Niger dove si può essere incriminati per aver “offeso la pubblica morale”, ragione spesso addotta nei casi di condanna nei confronti di omosessuali. Ma la legge costituzionale non è tutto: esistono anche le leggi religiose, come la sharia, che viene talvolta applicata per attuare delle condanne come alternativa alla legge dello stato.

Il punto però non sembra essere quale sia la religione dominante, come testimoniato dal fatto che i paesi dove l’omofobia è illegale sono equamente distribuiti fra quelli a maggioranza cristiana e musulmana. In Uganda per esempio, racconta il Guardian, dove essere omosessuale significa ergastolo, l’attuale ministro dell’Etica e dell’Integrità Simon Lokodo, un ex prete cattolico che fra le altre cose ha studiato nel nostro paese, alla Pontificia Università Urbaniana, afferma che gli omosessuali sono “beasts of the forest”, bestie della foresta. E aggiunge: «non si può avere il diritto di essere un uomo malato. Non esiste diritto all’omosessualità. Essa deve essere curata”.

In molti paesi a essere perseguitata è l’omosessualità maschile, mentre quella femminile non viene citata, oppure viene esplicitamente regolamentata secondo altre leggi, normalmente meno pesanti. In Gambia per esempio l’omosessualità femminile è anch’essa ufficialmente illegale a partire dal 2005, mentre in altri paesi come Kenya, Namibia, Lesotho, Malawi, Mauritius, Swaziland, Zambia e Zimbabwe le leggi fanno esplicito riferimento unicamente all’omosessualità tra uomini. Come si è già detto però, nel continente africano le leggi sono solo una parte della cultura.

E ne è testimonianza il cosiddetto corrective rape, lo stupro di gruppo inflitto alle lesbiche. Una pratica che è nata in Sudafrica, lo stato africano che a livello legale pare tutelare maggiormente l’omosessualità. Pare, perché nel 2008 il capitano della nazionale femminile di calcio Eudy Simelane è stata stuprata e uccisa perché lesbica e impegnata nella lotta per i diritti degli omosessuali.

Ash is Purest White

La trama di Ash is Purest White, articolata in tre tempi, va da Shanxi alle Tre Gole (già immortalate da Jia Zhang-ke in Still Life) e fotografa l’evoluzione della Cina sullo sfondo di una storia d’amore nata nel mondo della malavita di Datong.

Un’opera ampia in cui il regista cinese inietta piccoli momenti di comicità, danza (al suono di YMCA dei Village People), una lotta sanguinosa, esplosioni, la risalita di un fiume in barca, attraversamenti del paese in treno, truffe e anche una canzone ripetutamente eseguita dal vivo nel film che riecheggia il suo soggetto principale: l’amore e il tempo. Perché, come il fiore che respira la protagonista, le promesse di lealtà e rettitudine non sempre durano tutta la vita, anche se le ceneri dei vulcani sono le più pure che ci siano.

Tutto comincia a Datong nel 2001. Qiao (Zhao Tao) è la compagna di Bin (Liao Fan), boss locale che regna su una confraternita criminale che si arricchisce proteggendo i promotori immobiliari in una regione mineraria in rapida evoluzione. Donna dal carattere molto forte, quasi sempre presente, ma che non percepisce se stessa come appartenente alla malavita, Qiao sarà pertanto colei che finirà in galera per possesso illegale di armi da fuoco dopo aver salvato Bin dall’attacco di un gruppo di giovani scontenti. Dopo cinque anni di reclusione senza ricevere notizie dirette del suo amante, va a cercarlo in un’altra parte del paese, un viaggio pieno di peripezie durante il quale mostra una capacità sorprendente di usurpare identità e provvedere ai propri bisogni. Ma in realtà ha perso tutto poiché scopre che Bin si è rifatto una vita, un cambiamento di cui lei esigerà una spiegazione (lui tentava di nascondersi) in un superbo faccia a faccia. Ma la storia non finisce qua e 11 anni dopo, è Bin che le chiede aiuto e torna al loro punto di partenza, a Datong…

Fluido e intelligente nelle prime due parti, Ash is Purest White perde progressivamente di intensità e freschezza nell’ultimo segmento.

Autore: Redazionale

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