Cannes 2018. Pawel Pawlikowski conquista pubblico e critica con ‘Cold War’

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Cannes 2018. Pawel Pawlikowski conquista pubblico e critica con ‘Cold War’

Cold War

Stavolta il regista di Ida racconta una storia d’amore tra un pianista e una cantante negli anni della Guerra Fredda, ai due lati della cortina di ferro, tra Polonia, Germania, Francia e Jugoslavia, in un gioco di reciproci inseguimenti e successive separazioni.

Vale la pena spendere due parole sullo stile riconoscibilissimo del regista polacco: Pawlikowski lavora su una specie di economia estrema della visione. Gira in 4/3, in bianco e nero, film brevi, in cui le singole scene durano sempre il poco che basta per rimpiangerle, tanto più per la grazia con cui sono composte, illuminate e cucite assieme. È un modo di fare cinema che simula un’età che non possiede, che vive nelle epoche che racconta, eppure ha una leggerezza moderna che ti fa sentire affamato, innamorato, curioso.

Interessante anche l’altro film della giornata Plaire, aimer et courir vite. Christophe Honoré costruisce con delicatezza e passione di una storia d’amore e di morte. Un dono di pochi, che richiede una capacità di introspezione e cambio repentino di registro che il regista dimostra di possedere, con il suo film migliore dai tempi di Les chansons d’amour.

Plaire, aimer et courir vite

Nell’arco di due ore Honoré ricostruisce i curiosi percorsi che conducono Jacques e Arthur all’incontro fatale, che non può che avvenire in una sala cinematografica. Ancora una volta la cinefilia e la riflessione metacinematografica – Arthur si sofferma, insieme alla macchina da presa, sulla lapide di Truffaut – sono parte integrante del viaggio dei protagonisti e della loro relazione.

Così come gli innumerevoli riferimenti letterari, giustificati dalla professione di Jacques (che di cognome fa, non a caso, Tondelli), che portano ad ardite identificazioni – l’appellativo “Whitman”, utilizzato per identificare una particolare categoria di amanti. Ma le citazioni, anziché apparire come superflue note a margine, risultano parte integrante del tutto. I personaggi spiegano e insegnano, ma non pontificano, non salgono in cattedra: l’umorismo e la leggerezza accorrono sempre in aiuto, anche nei momenti più scabrosi o pessimisti della vicenda.

L’affresco di Honoré procede con un montaggio spedito, senza lasciare certezze sull’esatta collocazione temporale di molti eventi, e introducendo tocchi fugaci di surreale, in cui l’immaginazione e la passione incontenibile dei protagonisti hanno, o sembrano avere, la meglio sui vincoli del reale.

Autore: Redazionale

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