Cannes 2018. Il deserto egiziano e la generazione ‘new wave’ sovietica, ma a sorprendere è “Wildlife” film d’apertura della ‘Semaine de la Critique’

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Cannes 2018. Il deserto egiziano e la generazione ‘new wave’ sovietica, ma a sorprendere è “Wildlife” film d’apertura della ‘Semaine de la Critique’

Carey Mulligan in ‘Wildlife’

Ieri è stata la volta dell’egiziano “Yomeddine”, opera prima dell’acerbo A.B. Shawky.
Inserito nel concorso principale, il film racconta la vita di un ex-lebbroso di religione copta che decide di lasciare la colonia in cui vive per andare a cercare la famiglia che l’ha abbandonato quando era piccolo. Lo accompagnerà un ragazzino orfano.

Ciò che viene mostrato in questa pellicola purtroppo retorica e popolare è un Egitto molto diverso da quello turistico: fin dalle prime riprese girate in una discarica di rifiuti, vediamo il degrado urbano e la povertà di un paese vittima del malgoverno.

Non si è potuto recare a Cannes Kirill Serebrennikov, regista di “Leto” secondo film in concorso della giornata, detenuto in patria per motivi che appaiono pretestuosi.

Nell’opera risuona con forza la voce della generazione “new wave” nell’Unione Sovietica del 1981, una realtà in bianco e nero ma con sprazzi di colore, energia e fantasia affidati alla gioventù non conforme ai canoni di regime, capace di interiorizzare i modelli anglofoni di riferimento.

Leningrado. Un’estate all’inizio degli anni Ottanta. Ai primi vagiti di Perestroïka, i dischi di Lou Reed, David Bowie. Marc Bolan e tanti altri si ascoltano clandestinamente, e comincia ad emergere una scena rock. L’incontro di Mike e di sua moglie Natasha con il diciannovenne Viktor, attorniati da musicisti e semplici appassionati, cambierà la storia del rock ‘n roll in Unione Sovietica.

Per tutti gli amanti del glam, del post punk e della new wave il film è estremamente godibile, ma  l’oppressione governativa rimane sullo sfondo, niente più che una carta da parati da strappare con forza per rivendicare il desiderio d’espressione individuale. Il problema più evidente di un film centrifugo, con troppi punti di vista e nessuno dei protagonisti dotato della forza drammaturgica necessaria ad assumere su di sé la narrazione o almeno parte di essa, è proprio la mancanza di conflitto.

Davvero toccante è invece l’esordio alla regia dell’attore indie Paul Dano. Il suo “Wildlife”, tratto dal romanzo di Richard Ford, ha aperto con successo ‘La semaine de la Critique’. Splendidamente interpretato da Jake Gyllenhaal e Carey Mulligan è un racconto di formazione e di emancipazione femminile, attraverso l’America degli anni ’60.

«Alle donne non è permesso commettere errori sullo schermo» ha dichiarato Carey Mulligan «Jeanette è accusata di essere una persona dura ed egoista, ma non è così: è solo una donna arrabbiata che si comporta da egoista». Jeanette una donna del 1960 di 34 anni: una madre e una moglie ‘modello’, che per seguire il marito Jerry (Jake Gyllenhaal) ha accettato di trasferirsi, isolata, in una casetta del Montana e che per accudire il figlio Joe (Ed Oxenbould, già visto in The Visit di Shyamalan) ha lasciato il suo lavoro da insegnante.

L’occasione per ri-empanciparsi arriverà con il licenziamento del marito: per far quadrare i conti, la donna comincerà a dare lezioni di nuoto, mentre il marito decide di partire con i vigili del fuoco impegnati a combattere degli incendi che imperversano sulle montagne circostanti. Per Jerry, evidentemente, stoico marito della provincia americana, l’uomo è ancora quello che per farsi valere deve andare in guerra, una qualsiasi guerra, mentre le mogli restano ad attenderlo a casa con i figli. Ma per Jeanette non sarà così e quell’attesa di rivelerà un’opportunità di riscatto, ancorché sofferta. Un riscatto che però manderà in frantumi l’idilliaco ritratto di famiglia, con il piccolo Joe ad assistere inerme alla sua distruzione. E a diventare adulto in mezzo alla macerie.

Autore: Redazionale

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