Bestialità umana e umanità canina. ‘L’isola dei cani’ di Wes Anderson

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Bestialità umana e umanità canina. ‘L’isola dei cani’ di Wes Anderson

 

Wes Anderson è un autore originale che non crea mai opere troppo simili tra loro. Il suo modo di intendere il cinema è un omaggio a quanto lo ha preceduto e il tentativo di lasciare nello spettatore emozioni su cui poter dibattere. Il quarantanovenne texano ha avuto – tra l’altro – sei nomination all’Oscar, statuetta che in un paio di occasioni gli è sfuggita solo per un soffio. Ha debuttato nel lungometraggio col riuscito Un colpo da dilettanti (Bottle Rocket, 1996), e in seguito raggiunto il successo con I Tenenbaum (The Royal Tenenbaums, 2001) interpretato da Gene Hackman, Gwyneth Paltrow e Anjelica Huston dove racconta il disagio relazionale di tre figli adulti di successo con i genitori separatisi subito dopo la loro nascita.

Tanti sono i suoi titoli di buon livello, tre dei quali – oltre a questo, Il treno per il Darjeeling (The Darjeeling Limited, 2007) e Moonrise Kingdom – Una fuga d’amore (Moonrise Kingdom, 2012) – scritti insieme al regista e sceneggiatore francese Roman Coppola che condivide con lui l’idea di cinema privo di frontiere e curioso di nuovi linguaggi.

Per Anderson si tratta della seconda esperienza nell’animazione dopo Fantastic Mr. Fox (2009) in cui raccontava del tranquillo Signor Volpe che da anni vive con la famiglia in una tana e a un certo punto sente il richiamo della campagna e della vita libera di un tempo, quando era un ladro di polli; ma questa sua attività non è molto gradita ai fattori che iniziano una caccia senza esclusione che coinvolgerà tutti gli animali della fattoria.

Anche questo film, nascosti in un soggetto apparentemente banale, conteneva temi assolutamente non pensati per i ragazzini: satira, problematiche sociali, forte amicizia ma anche un mondo fatto di nemici disposti a qualsiasi cosa pur di fare prevalere i propri interessi. I furbi (in questo caso, la volpe) non ottengono nulla se non ottengono rispetto e amicizia da parte dp altri deboli come loro, davanti all’organizzata perfidia di chi li vuole eliminare.

Ambedue si occupando della violenza verso degli animali, utili e da rispettare solo se necessari, da eliminare quando creano problemi.

L’isola dei cani è stato proposto, in anteprima mondiale, al 68° Festival di Berlino e si tratta del primo film d’animazione a inaugurare la Berlinale. In precedenza altre quattro opere di Anderson erano state selezionate dalla rassegna tedesca.

Nel futuro prossimo i cani vengono messi in quarantena su un’isola di rifiuti a seguito di un’epidemia di influenza canina che sta infuriando nella città di Megasaki. Cinque cani, incapaci di accettare la loro decadente esistenza segregati dal mondo, incontrano un ragazzino, Atari Kobayashi, che giunge sull’isola per ritrovare il suo cane Spots. A Megasaki gli uomini sono combattuti fra la paura dell’infezione e le rimostranze per l’abbandono dei cani; frattanto i cinque, scoperto che Spots potrebbe non essere morto, decidono di aiutare Atari a cercarlo e di proteggerlo dalle autorità che lo vorrebbero riportare indietro.

Nell’Isola dei cani, grazie a una lunga sequenza molto ben realizzata – Anderson pur non essendo un animalista sottolinea con efficacia il sadismo dell’uomo –, il regista riesce a suscitare raccapriccio e indignazione nello spettatore con la preparazione del sushi secondo le più antiche ricette, con pesce vivo squartato al momento.

Qui i temi e le immagini sono estremamente drammatici, e nello sviluppo della storia vengono inserite anche scene cruente con cani che lottano tra di loro, e dettagli tesi a sottolineare l’orrore come i pezzi di orecchie sputati via; alla fine i cani sono tanto malconci che sembra impossibile riescano a sopravvivere. Oltre a questo, c’è un trapianto di reni raccontato con una certa precisione tecnica, pur senza eccesso di sangue. Nonché l’omicidio dello scienziato che ha creato l’antidoto all’influenza canina.

Le regole dettate dai potenti – in questo caso il sindaco-dittatore di Megasaki – sono semplici e si basano sulla sottrazione di potere decisionale ai cittadini per evitare qualsiasi contestazione. Non è un caso che l’unico a ribellarsi all’arroganza del Sindaco sia un orfano da lui adottato e che lo conosce bene: per questo lo teme meno e pensa di poterlo combattere quasi ad armi pari.

Girato in stop motion, è ambientato nel 2037 in Giappone, per lunghi tratti nella triste discarica di Trash Island, che si contrappone alla ipertecnologica e inumanamente bella sala dei bottoni in cui il Sindaco regola la vita degli abitanti.

L’unico umano a comportarsi in maniera positiva è il ragazzino dodicenne che colpisce i droni con la sua fionda – impossibile non pensare a Davide e Golia – e diviene il punto di riferimento per una rivoluzione che, grazie a lui, forse scoppierà. Non esiste un lieto fine, è un film che vive di denuncia e che riesce a fare pensare, e molto, sulle ingiustizie della società.

Per meglio riprodurre un’atmosfera giapponese plausibile, Anderson ha voluto quale cosceneggiatore Kunichi Nomura, che ricordiamo tra gli interpreti di Grand Budapest Hotel. Il risultato è sicuramente positivo anche perché questo attore, scrittore, dj, conduttore radiofonico e personaggio influente della cultura del suo paese ha un’apertura mentale che gli ha permesso di trovare una perfetta coesione con lo script degli altri due, a cui lui in un secondo tempo ha aggiunto le proprie idee ed emozioni.

Trovata ulteriore è quella di non tradurre le scritte in quella lingua – spesso presenti nel film – con sottotitoli, bensì attraverso altri escamotage, compreso l’utilizzo di traduttori mai visibili: una sfida che ha lanciato in tutti i paesi dove L’isola dei cani è stato presentato. In questo maniera il regista utilizza gli ideogrammi che si inseriscono alla perfezione nella sua estetica e crea un modo unico di interpretare i dialoghi come linguaggio universale che impone la sua presenza sopra ogni cosa.

Il regista sorprende anche coi vari omaggi all’animazione giapponese di argomento fantascientifico, come i cyborg che sorvegliano i cani lasciati nell’isola a morire.

Probabilmente, Anderson è stato influenzato da Akira Kurosawa ma anche dai tanti prodotti nipponici che hanno trovato spazio nel mondo dell’immaginario collettivo attraverso cinema, televisione e comics.

Ha creato un gioco visivo in cui alterna scene ridondanti di colori e ricche di personaggi ad altre in cui si inquadra un unico elemento su di uno sfondo monocromatico; in questa maniera, racconta una storia che, superata l’esteriorità della fiaba, crea reale disagio nello spettatore.

Ha un modo di intendere il cinema molto personale, ogni sua opera ha una ovvia tracciabilità nel suo percorso artistico ma, nello stesso tempo, riesce a stupire e a emozionare in maniera originale.

Questo film d’animazione, assolutamente per un pubblico adulto, racconta dell’umanità dei cani e… della bestialità degli uomini. E riesce a farci accettare questa scomoda verità, urticante per chi si sente spesso e senza fondamento superiore a qualsiasi altra creatura.

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Titolo: L’isola dei cani

Titolo originale: Isle of Dogs

Genere: Animazione, Avventura, Commedia, Fantarealtà

Regia: Wes Anderson

Paese/Anno: Gran Bretagna, 2018

Sceneggiatura: Wes Anderson da un soggetto di Wes Anderson, Roman Coppola, Jason Schwartzman e Kunichi Nomura

Fotografia: Tristan Oliver

Montaggio: Edward Bursch, Ralph Foster, Andrew Weisblum

Art Director: Curt Enderle

Colonna sonora: Alexandre Desplat

Voci: in originale: Koyu Rankin, Edward Norton, Bob Balaban, Bill Murray, Jeff Goldblum, Kunichi Nomura, Akira Takayama, Greta Gerwig, Frances McDormand, Jake Ryan, Akira Ito, Scarlett Johansson, Harvey Keitel, F. Murray Abraham, Yoko Ono, Frank Wood, Ken Watanabe – versione italiana: Angelo Nicotra, Sandro Acerbo, Veronica Puccio, Antonella Giannini, Giulio Bartolomei, Domitilla D’amico, Ennio Coltorti, Michele Kalamera, Jun Ichikawa, Vladimiro Conti, Anna Cesareni, Gianluca Tusco, Roberto Fedele, Pino Insegno, Mariachiara Di Mitri

Produzione: Wes Anderson, Scott Rudin, Steven M. Rales, Jeremy Dawson per American Empirical Pictures, Indian Paintbrush, Scott Rudin Productions, in Coproduzione con Studio Babelsberg

Distribuzione: 20TH CENTURY FOX ITALIA

Durata: 101 minuti

Data uscita: 01/05/2018

Autore: Furio Fossati

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