Telenovela popolar-chic. Note su “Napoli velata” di F. Ozpetek

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Telenovela popolar-chic. Note su “Napoli velata” di F. Ozpetek

Nelle pellicole di Ozpetek c’è sempre un lato nascosto delle e nelle storie di ognuno, una piega segreta che spesso è una piaga dolorosa e inconfessabile: “Le fate ignoranti” prima e “La Finestra di fronte” ne sono stati esempi struggenti e mirabili. Se questo, all’inizio, pare incanalarsi in un’atipica indagine privatissima e sconvolgente, a poco a poco il film, come dire, trascende se stesso. E’ istintivo pensare alle opere di Ozon che invece riescono a mantenere un delicatissimo equilibrio.

Quello che ci mostra Ozpetek è un mondo femminile, ctonio, viscerale. Le donne, tutte le protagoniste, sono piccole divinità che emanano il loro splendore oscuro in forme diverse e insieme paiono spinte da una sorta di Dea Madre inconoscibile e nascosta che affonda le sue mani nel vissuto di ognuna di loro e di Adriana soprattutto.

I temi cari al cinema di Ferzan – l’alterità, lo sdoppiamento, l’identità – sono riletti alla luce di un vitalismo fine a se stesso: lontano cioè dalla genuina matrice pasoliniana. “Mi pare proprio ‘na telenovela” dice infatti Pasquale ad un certo punto. “Napoli Velata” pare una “grande bellezza” popolar-chic, a sprazzi volutamente proletaria, che si nutre autofagocitandosi del mito della “napolitudine” senza disdegnare una sottile, sottterranea atmosfera misogina e maschilista: un’opera rococò insomma, con la solita splendida colonna sonora.

Il finale a “doppio effetto” non riscatta un film modesto, una ispirazione superficiale, una storia troppo affastellata e confusa, nonostante il cast eccezionale. Ozpetek ha evidentemente dimenticato ciò che scriveva Pasolini: “ciò che si vive in forma esistenziale è sempre enormemente più avanzato di ciò che si vive consapevolmente”.
E’ vero: a volte l’arte può essere – come ci ricorda uno dei personaggi femminili alla fine – un “abuso della realtà”.

La canzone dei titoli di coda –  “Vasame” – vale, da sola, tutto il film.

Autore: Giuseppe Condorelli

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