L’isola-discarica di Wes Anderson

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L’isola-discarica di Wes Anderson

 

Wes Anderson, dopo essere stato apprezzato dal grande pubblico  con il  pluripremiato lungometraggio “Grand Budapest Hotel” del 2014, torna al cinema d’animazione, dopo “Fantastic Mr. Fox “(2009), con il nuovo film “L’isola dei cani”, realizzato con la tecnica della stop motion, nota anche come “a passo uno”.

Il film è stato presentato al festival di Berlino dove ha ottenuto l’ Orso d’argento per la  miglior regia.

La storia raccontata ne “L’isola dei cani” è  ambientata in Giappone e il regista ha dichiarato di essersi in qualche modo ispirato  per la sua ideazione al cinema di  Akira Kurosawa assieme agli speciali natalizi,  anch’essi  in animazione a passo uno.

Insieme a Wes Anderson, hanno collaborato al soggetto anche  Roman Coppola, Jason Schwartzman e Kunichi Nomura. Quest’ultimo ha avuto un ruolo particolarmente importante, secondo il regista, per  conformare la costruzione del film allo stile giapponese.

Anderson  arriva addirittura alla scelta di non doppiare tutti i personaggi umani che parlano  in giapponese, spesso senza sottotitoli, limitandosi a farci comprendere il senso delle loro parole con vari accorgimenti che vanno dalla narrazione dei fatti  da parte di una cronista o dalle  reazioni e commenti  dei cani o altri personaggi o dalla voce fuori campo.

Nomura che vive a Tokyo  ha reclutato diversi altri attori giapponesi per dare voce a diversi personaggi del film ed è stato anche  scelto per doppiare il  personaggio del malvagio Kobayashi, il sindaco della città di Megasaki.

È proprio qui,  nel  futuro fittizio del Giappone, datato 2037, che  inizia la storia de “L’isola dei cani”.

A seguito di una virulenta influenza  canina  che, si dice,  potrebbe attaccare anche  il genere umano, il sindaco della città, Kobayashi ottiene il consenso della popolazione per la messa in quarantena di tutti i cani  all’interno di un’isola utilizzata come discarica di rifiuti. Non manca  all’interno della narrazione  la  descrizione  della manipolazione dell’informazione da parte del potere, né il modo in cui viene emarginata e poi addirittura eliminata fisicamente l’opposizione.

Le immagini ci mostrano  lo squallore dell’isola-discarica,  la tecnologia attraverso cui viene gestita, la solitudine e disperazione di quei cani abbandonati ormai al loro destino di fame e pericolo dopo essere stati, fino a quel momento,  i fedeli amici dell’uomo.

Un giorno, cinque di questi cani  incontrano  un ragazzino: Atari Kobayashi, (nipote adottivo del sindaco di Megasaki) giunto sull’isola grazie a un atterraggio di fortuna per ritrovare il suo cane Spots. Mentre a Megasaki le persone cominciano  a dividersi fra la paura dell’infezione e le rimostranze per l’abbandono dei cani a cui erano affezionati, nell’isola  i cinque cani decidono di aiutare Atari nella ricerca del suo cane Spots. La storia continua  fra la descrizione dei pericoli  che il piccolo gruppo si troverà ad affrontare e le relazioni ed i sentimenti che affioreranno fra i diversi personaggi.

La mano del regista è particolarmente attenta nella descrizione di una cultura come quella giapponese intrisa di informatica (dagli hacker alla robotica) e ricerca scientifica. Tecnicamente,  appare inoltre interessante  e non usuale l’utilizzo, in un film d’animazione , del flashback per spiegare alcuni aspetti  e premesse del racconto. Allo  stesso tempo, è particolarmente indovinato, per immetterci più profondamente nella cultura giapponese,  la presentazione dei brevissimi e profondi Haiku oltre che  la descrizione dei dipinti e costumi dai colori sgargianti.

Il film è pur sempre una favola  e ci parla dell’importanza  dei sentimenti , della chiarezza, dell’onestà che sono le uniche cose che consentono una tollerante ed armoniosa convivenza fra le persone, la natura, gli animali.

La gestione dispotica del potere, la manipolazione, la falsificazione della realtà finiscono per distruggere i suoi stessi artefici.

Pur nella semplicità, Anderson, con il suo film, tocca delle note profonde  della nostra epoca e propone,  a noi tutti che lo vediamo, un suo originale percorso di cultura sociale e di  speranza.

Autore: Giuseppe Ardizzone

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