Ricordo di John Francis Lane (Whitstable 1\12\1928 – Cosenza 15\1\2018), l’inglese che scelse l’Italia del ‘boom’ e raccontò la dolce vita

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Ricordo di John Francis Lane (Whitstable 1\12\1928 – Cosenza 15\1\2018), l’inglese che scelse l’Italia del ‘boom’ e raccontò la dolce vita

Un grande dispiacere e un’amarezza profonda mi hanno avvolto il 15 gennaio di quest’anno, quando ho appreso della morte di John Francis Lane. È deceduto nella notte, senza che ci sia stato il tempo di rivederlo ancora una volta, di porgergli un ultimo saluto. E dire che sperando stesse meglio rispetto alle ultime notizie giuntemi mesi fa, volevo invitarlo a partecipare all’incontro su Elio Petri cui stavo lavorando, in considerazione della stima che lui ebbe per il regista romano, del rapporto cordiale che li unì al tempo di “Un tranquillo posto di campagna” (1968) in cui John appariva in un ruolo piccolo ma significativo e soprattutto aveva fatto da trait d’union tra Petri e la protagonista, sua connazionale, la regale Vanessa Redgrave e da cuscinetto nei tanti momenti di frizione intercorsi tra i due durante le riprese.

Conoscevo John da oltre trent’anni poichè ai tempi in cui facevo il critico cinematografico lo incontravo quasi ogni sera alle anteprime per la stampa e poi ai festival, Venezia in particolare, a premi, convegni, insomma ad ogni tipo d’evento legato al cinema. Il divario anagrafico ci teneva un po’ distanti come pure la lingua poichè di massima preferiva accompagnarsi ai corrispondenti di The Hollywood Reporter o di Variety. Io però sapevo bene chi fosse: il suo volto mi era familiare da molto prima perchè John si era sempre divertito ad apparire nei film dei registi con cui coltivava un rapporto d’amicizia. Raccolte anni fa da Orazio Garofalo in “Una vita in cameo” le sue partecipazioni costituiscono una galleria rimarchevole, una vera piccola antologia del migliore cinema italiano: La dolce vita, Roma, El Greco, Via Margutta, Risate di gioia, Il sorpasso, La ricotta (accanto ad Orson Welles), I racconti di Canterbury, Lucky Luciano, Goodmorning Babilonia e vari altri, qualcuno anche in patria o diretto da un suo connazionale in Italia, come Another time, another place di Michael Radford cui aveva collaborato in vario modo. E non erano mancate le puntatine nel piccolo schermo con Il Circolo Pickwick di Gregoretti o nella riduzione de La vedova scaltra di Goldoni accanto a Valeria Moriconi per la regia di Franco Enriquez.

Ci conoscemmo meglio qualche anno più tardi pranzando insieme nel ristorante del celebre Hotel Tramontano dove eravamo ospitati entrambi durante gli Incontri Internazionali del Cinema di Sorrento. John era un uomo mite, gentile, sensibile, spiritoso ma sapeva essere anche pungente con quel suo humour di marca squisitamente british. Fui sorpreso nel ritrovarlo a Cosenza in casa di un mio amico che aveva organizzato un presepe party. Appresi quindi che per ragioni private si era da qualche tempo trasferito a Rende, un grosso comune dell’hinterland cosentino. A Cosenza strinse alcuni rapporti di amicizia e collaborò con il Quotidiano della Calabria ma nel complesso la città si atteggio con colpevole indifferenza, come d’altronde nei confronti di molte figure autoctone, laddove avrebbe potuto valorizzare le sue capacità e la sua enorme esperienza professionale e di vita vissuta. Proprio per questa ragione qualche anno più tardi, nel 2010, mi venne in mente di proporgli una serata in suo onore che avrebbe avuto luogo a Rovito, un paesino della fascia presilana, a pochi chilometri da Cosenza, dove è molto attivo il Cineforum Falso Movimento animato dall’amico Giuseppe Scarpelli. Già in quella occasione John si mostrò restio ad accettare, un pò per ragioni di salute, essendo stato vittima a Roma di un incidente che ne limitava la mobilità, un po’ forse per la sorpresa di vedersi improvvisamente al centro di una iniziativa indubbiamente particolare.

“JFL. An english gentleman in Rome” fu il titolo del fortunatissimo incontro in cui di fronte ad una platea gremita e curiosa presentai John invitandolo ad entrare in scena sulle note de “La dolce vita” di Nino Rota. Dopo la riproposizione dell’omaggio della Nesler e di altri materiali curati da Orazio Garofalo gli dedicammo un florilegio di sequenze tratte dai titoli più noti del free cinema a lui caro e coevo, Lindsay Anderson in particolare e anche di Ken Russell di cui aveva presentato a suo tempo un ciclo in Rai. Poi in un angolo del palcoscenico accuratamente preparato iniziò la nostra conversazione. John raccontò la sua storia partendo dalla Londra devastata dalla guerra dove era giunto dal natìo Kent e dalla decisione di lasciare il Regno Unito. Dopo un paio d’anni nella fervorosa e mitologica Parigi del dopoguerra approdò in Italia nel ’51 dove per vari decenni fu corrispondente del News Chronicle, del Times, del Sunday Times e, infine, del Guardian. Fu un testimone d’eccezione della vita culturale e mondana in Italia negli anni del boom. Quella sera attraverso brevi e sapidissimi racconti ricordò tra le tante cose il matrimonio di Anita Ekberg, l’esordio di Carmelo Bene come attore in “Caligola”, l’unica rappresentazione de “Il vicario” adattato da Carlo Cecchi per Gian Maria Volontè prima che il teatro venisse chiuso dalla polizia e anche lo stesso John finisse in gattabuia e fosse costretto suo malgrado a far intercedere il noto corrispondente inglese Peter Nichols addirittura presso un recalcitrante Giulio Andreotti. Divertenti e illuminanti gli aneddoti su Fellini, Visconti, Germi, Monicelli, Risi, Salce, Pasolini, Welles, Petri, sulla cafè society, su Via Veneto, sulla “Hollywood sul Tevere”, il mondo delle gallerie d’arte, Gian Luigi Rondi, Totò, la Magnani e tantissimi altri. Una carrellata vivida, corrusca, coloratissima su un mondo ormai consegnato al mito senza la possibilità di chiaroscuri.

Si confessò un pò pentito per non essere stato fisicamente partecipe in patria della rivoluzione artistica e sociale operata dai “giovani arrabbiati” in teatro e dagli autori del free cinema. Il tono della conversazione fu ironico, evocativo ma mai celebrativo e alla fine interrompendomi al momento del congedo, molto signorilmente, chiese apertamente agli spettatori di tributarmi un applauso caloroso per la ricchezza tematica e la precisione filologica delle mie domande. Un riconoscimento che mi commosse e di cui gli fui molto grato. In tanti si complimentarono per la riuscita della serata, in particolare il principe Attilio Altieri, aristocratico romano di passaggio a Cosenza dove era ospite del mio amico attore Giovanni Turco, figura mitica di impresario teatrale. Mesi dopo congegnammo un analogo tributo a questi dedicato che avrebbe dovuto svolgersi l’ultimo lunedì di maggio al Teatro dell’Orologio di Roma ma che con mio grande rammarico non ebbe mai luogo a causa della morte dello stesso principe già molto anziano e malmesso in salute, seppure lucidissimo e dotato di un repertorio di memorie davvero impressionante che partivano dagli anni venti.

Più volte, a partire dalla cena che seguì alla serata con gli amici di Falso Movimento ipotizzammo con John l’ipotesi di replicare quella felice serata a Roma, magari in luoghi dove sarebbe stata apprezzatissima come la Sala Trevi o la Casa del Cinema ma la sua sempre più periclitante salute rese impossibile la replica di quell’evento che per fortuna fu filmato e che dovrei decidermi, come per tanti altri documenti, di postare su You Tube. Di lì a qualche mese ci ritrovammo a Roma per seguire i film di Cannes e di Venezia, cenando pure insieme una sera a Trastevere, ma mi resi conto che purtroppo i suoi problemi di mobilità aggravati da vari acciacchi peggioravano implacabilmente. Resta indubbiamente il rimpianto di non aver avuto occasione di sviscerare ulteriormente quel memoriale straordinario in parte fissato nel suo libro “To each his own Dolce vita” inedito in Italia. Ecco, per concludere, sarebbe giusto e non solo in suo ricordo ma per l’indubbio valore testimoniale del libro, adoperarsi perchè fosse finalmente pubblicato anche in Italia, il suo paese elettivo che forse è un pò un debito con lui.

 

Autore: Ugo G. Caruso

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