Due nuove proposte al Teatro Eliseo e al Piccolo Eliseo. “La cucina” e “Novantadue”

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Al Teatro Eliseo dal 2 al 20 maggio, “La cucina” di Arnold Wesker

Versione italiana di Alessandra Serra. Con: Massimo CagninaAndrea Di Casa, Elena Gigliotti, Elisabetta MazzulloAldo OttobrinoNicola PannelliFranco Ravera. E con: Francesca Agostini, Emmanuele Aita, Lucio De Francesco, Giulio Della Monica, Alexander Perotto, Aleph Viola, Ivan Zerbinati, Antonio Bannò, Giuseppe De Domenico, Noemi Esposito, Giordana Faggiano, Isabella Giacobbe, Martina Limonta,  Giulio Mezza, Duilio Paciello, Alessandro Pizzuto, Kabir Tavani.

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Dopo il notevole successo di critica e pubblico ottenuto alla sua prima nazionale (18 ottobre 2016) al Teatro della Corte, lo Stabile di Genova ripropone, per la stagione 2017/18, La cucina di Arnold Wesker, spettacolo da esso prodotto

Il cast de La cucina -la cui prima rappresentazione italiana avvenne nel 1969 per iniziativa di Lina Wertmuller, con Isa Danieli fra le protagoniste- è composto da ventiquattro attori (quasi tutti sotto i 30 anni) provenienti dalla Scuola di Recitazione dello Stabile, così come il regista Valerio Binasco, il quale, a proposito della commedia di Wesker annota: «La cucina è una commedia scritta per farvi vedere dei cuochi al lavoro e per mostravi quanto è duro e feroce il loro lavoro, eppure quanto è bello. Vedremo da vicino la violenza che nasce dalla convivenza forzata di persone straniere. Vedremo come l’Europa (ovvero il Mondo) del primo dopoguerra sia così simile al nostro tempo».

Siamo all’alba di una nuova giornata di lavoro in un grande ristorante, non nella sala da pranzo ma dietro la facciata, nelle cucine. Qui i protagonisti sono i cuochi, i camerieri, gli sguatteri, al lavoro in uno smisurato labirinto di fornelli, pentole, padelle e utensili. È qui, nell’attività frenetica, nel ritmo febbrile, fra litigi, pregiudizi ed equilibri difficili, che s’intrecciano le storie, le frustrazioni, le passioni, le gelosie del personale multietnico al lavoro. La cucina è il mondo intero, con i suoi tempi, le sue regole ed il suo cinico pragmatismo in cui tutti noi proviamo a sopravvivere. Per prepararci – prosegue Binasco – sia io che gli attori ci siamo intrufolati nelle cucine di alcuni grandi ristoranti, un mondo a parte che è stato straordinaria fonte di ispirazione. Wesker rappresenta la cucina come un mondo disumanizzante, perché il suo primo obiettivo era la denuncia sociale sulle condizioni di lavoro. Per lui, che voleva affermarsi come ‘poeta del popolo’, la cucina è un brutto posto, è la metafora della fabbrica. Io, invece, penso che non sia un brutto posto e che le persone che lavorano lì rappresentino – come in una miniatura – l’intera umanità. Per me la cucina è una metafora della vita sociale, ma è anche un posto dove si può vedere qualcosa di bello: il lavoro di squadra, l’impossibile insieme di uomini che lavorano in équipe… è un luogo di notevole bellezza. Involontaria, certo, ma pur sempre bellezza. Il nostro compito è quello di catturarla e per me il Teatro contiene di per sé un messaggio di pace, sempre.

Il londinese Arnold Wesker, scomparso nel 2016 all’età di 84 anni, è stato uno dei protagonisti del teatro inglese del secondo ‘900 ed uno degli autori più prolifici, tanto da riuscire a creare quarantaquattro testi per la scena in cinquant’anni di attività. Rappresentata per la prima volta nel 1957, quando il suo autore aveva solo venticinque anni, La cucina resta a tutt’oggi, la sua commedia più rappresentata.

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Al Piccolo Eliseo dal 2 al 6 maggio,“Novantadue” di Claudio Fava

Il 1992 fu un anno denso di avvenimenti, dalla firma del trattato di Maastricht, alla chiusura della Pravda, l’organo di stampa del Partito Comunista nell’Unione Sovietica, dall’assedio di Sarajevo da parte delle truppe serbo-bosniache all’elezione del democratico Bill Clinton a Presidente degli Stati Uniti di America, fino alla riabilitazione da parte della Chiesa Cattolica della figura di Galileo Galilei.

​​Eppure fu un anno oscuro e orribile della storia italiana. Mentre si segnava la fine della cosiddetta Prima Repubblica con i processi “mediatici” di Tangentopoli che coinvolsero principalmente i tribunali milanesi, i due magistrati simbolo della lotta alla mafia, i cervelli del primo grande processo a Cosa Nostra, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, saltarono in aria con chili e chili di tritolo. Da allora, si cerca affannosamente una verità.

Venticinque anni dopo, Claudio Fava in “Novantadue”, interpretato da Filippo Dini, Giovanni Moschella e Pierluigi Corallo diretti da Marcello Cotugno, prova a raccontare fuori dalla cronaca, lontano dalla commiserazione, la forza di quegli uomini, la loro umanità, il rigore dei pensieri, il loro senso profondo dello Stato e, soprattutto, la solitudine a cui furono condannati. Venticinque anni dopo quelle stragi si riapre il filone di inchiesta della trattativa tra Stato e Mafia, sullo sfondo di un’Italia che in questi anni, a ben guardare, sembra uguale ad allora. Perché troppo spesso, come già ricordava Borsellino, si crede che una mafia che non spara è una mafia che non colpisce più.

Il racconto comincia in Sardegna, nell’estate 1985, all’Asinara, nel carcere di massima sicurezza dove Falcone e Borsellino vennero spediti nottetempo per ordine del giudice Caponnetto a completare l’istruttoria del maxiprocesso dopo l’omicidio del capo della squadra mobile di Palermo Ninni Cassarà. Istruito da Falcone e Borselllino, il maxiprocesso di Palermo, avviato trent’anni fa il 10 febbraio 1986, fu la svolta nella lotta a Cosa nostra e, in generale, alle mafie italiane. Durò fino al 30 gennaio 1992 con la pronuncia da parte della Cassazione della sentenza storica e definitiva di condanna che chiuse di fatto il più grande processo penale mai celebrato al mondo: quattrocentosettantaquattro imputati, trentacinque giorni di camera di consiglio, la ricostruzione di venti anni di crimini, violenze e corruzioni, un’aula bunker costruita appositamente con quattromila tonnellate di cemento armato, accanto al vecchio carcere palermitano dell’Ucciardone. Un’aula di forma ottogonale e dimensioni adatte ad accogliere centinaia di persone, dotata di sistemi di protezione elevatissimi, tali da poter resistere perfino ad un attacco missilistico, e di un sistema computerizzato di archiviazione degli atti senza il quale un processo di tali proporzioni non sarebbe stato mai neppure lontanamente possibile.

La sentenza finale della Corte di Cassazione sembrò quasi “una pietra di tomba” sulla mafia che intanto, invece, si era rimessa in salute. Nuovi comandamenti, nuovi comandanti – i Corleonesi – a sovvertire con una violenza inaudita i vecchi ideali e codici della “onorata società”. Di loro si diceva che erano abituati alla guerra da quando erano bambini e che “come quelli che nascevano una volta a Sparta, non avevano pace fino a quando i nemici erano diventati tutti concime per la terra”. C’è una curiosa regola di rinnovamento alla ciclicità della storia della Repubblica italiana che il costituzionalista Michele Ainis, chiama la “sindrome del ventennio”. Ne sembriamo come patologicamente affetti.

 

*Ufficio Stampa a cura di Maria L. Maffei e Antonella Mucciaccio

 

 

Autore: Redazionale

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