Viaggio in un inconscio fiabesco. “La cupa” di Mimmo Borrelli al San Ferdinando di Napoli

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La Cupa

fabbula di un omo che divenne un albero

Viaggio in un inconscio dolorante e fiabesco

Versi, canti e drammaturgia in due parti   in uno spettacolo di e con Mimmo Borrelli. E con : Maurizio Azzurro, Dario Barbato, Gaetano Colella, Veronica D’Elia, Renato De Simone, Gennaro Di Colandrea, ; Paolo Fabozzo,  Marianna Fontana, Enzo Gaito, Geremia Longobardo, Stefano Miglio, Autilia Ranieri).  Scene: Luigi Ferrigno; costumi: Enzo Pirozzi; musiche (eseguite dal vivo) di Antonio Della Ragione; luci di Cesare Accetta. 

Teatro San Ferdinando, Napoli. Di scena sino al 6 maggio  

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Ci sono spettacoli che è quasi impossibile descrivere o narrare, che si possono solo vedere, senza quindi parlarne dettagliatamente dopo, riuscendo magari a riferirne isolati frammenti, avvincenti suggestioni che comunque offrono solo l’eco di fuggevoli esperienze, di onirici ricordi che la scrittura, sempre giocoforza postuma rispetto a quella scenica, a stento riesce a tradurre, o comunque riportare alla precedente, ineffabile esperienza.

La Cupa è uno di questi spettacoli: bisogna darne atto a Mimmo Borrelli che, non nuovo – com’è noto – ad intriganti e per più versi misteriosi viaggi nei meandri più oscuri di culture dure a morire (almeno nella memoria di chi ne conserva ineliminabili tracce), ha per giunta una capacità ricostruttiva che felicemente si sposa ad un’affascinante attività di sottile creazione, in un universo-lingua che con questi continui apporti sopravvive.

In un San Ferdinando, vecchio teatro napoletano per una volta reso quasi irriconoscibile agli abituali frequentatori (che comunque vi trovavano spesso l’eco delle rappresentazioni eduardiane), privato della consueta e sempre rassicurante distinzione fra palcoscenico e platea, soprattutto a causa di quella lunga lignea lingua che s’inabissava fra gli spettatori, tornando a rimuovere antiche, comunque sempre rassicuranti differenze di ruolo se non di semplice posizione, Mimmo Borrelli con i suoi tredici attori ha offerto una sorta di rito sacrificale (intriso di nenie angosciose, litanie disarmoniche), che è al tempo stesso una tragica immersione nel fango di tante nostre periferie, da tempo, però, ormai di caratura planetaria, come sembra sottolineare quella gigantesca  palla che sul palcoscenico incombe minacciosa: allegorica presenza di non più virtuali consistenze, a più ampio spettro, geografico ma soprattutto esistenziale.        

Difficile addentrarsi, in sede di esegesi critica, nel dipanarsi di uno spettacolo che mantiene la succitata ritualità nel corso delle sue due parti, caparbiamente offerte insieme, una dopo l’altra, solo la sera della prima, a sottolineare un’unità di fondo che induce in qualcuno antiche ebbrezze, ormai improbabili smarrimenti che forse solo gli antichi misteri orfici riuscivano a  determinare. Per una volta meglio lasciar perdere il ricorso ad una razionalità spiegante, in vena di offrire spiegazioni a tutto, lasciar liberi gli ulteriori spettatori di abbandonarsi anche loro al viaggio in un inconscio dolorante e fiabesco, che mai come in questo caso può offrire solo la visione dello spettacolo.   

 

 

Autore: Francesco Tozza

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