Intervista a Elisabetta Pozzi: sulla drammaturgia contemporanea come testimonianza

  

Può ancora il teatro condurci verso esperienze di conoscenza di sé tra gli altri? Può portare ad una più lucida, meditata, diretta spinta propulsiva verso l’essere un essere umano?
L’attrice Elisabetta Pozzi dimostra di si, incoraggiando l’energia dialettica e trasformandola in godimento.
Il piccolo progetto, dal nome parlante Teatro Aperto, è sostenuto dal prezioso Centro Teatrale Bresciano e assume proporzioni e intenzioni di imponenza vivifica. Individua ed esprime la multiformità della vita attraverso una “rappresentazione in forma di prova” di drammaturgie inedite internazionali non ancora pubblicate.
La prova consiste in una loro lettura, interpretata da attori professionisti e proposta al pubblico che, per un costo più che esiguo (ingresso singolo €5, carnet 10 ingressi €30 e per abbonati CTB €25) esperisce la fase sperimentale di messa in luce della materia scritta, assistendo al suo primo divenire ipotesi di allestimento.
Iniziato a novembre, il percorso consta di 10 appuntamenti pomeridiani, distribuiti sino al mese di maggio, presso il Teatro S. Carlino di Brescia (una ex chiesa storica, da anni consacrata al teatro e a manifestazioni culturali). Traendo spunto dalla vivacità critica dello spettatore, questo itinerario programmatico diventa così una valorosa occasione comunitaria di partecipazione.
Ad ogni incontro, preceduto da un’introduzione, gli attori si impadroniscono dei copioni e riempiono lo spazio 700esco con voce e corpo.
Lo spettatore viene poi chiamato a esprimere un giudizio, un commento o una sensazione mediante una scheda consegnata all’ingresso. A conclusione della rassegna, il testo che avrà ricevuto più consensi da parte della platea verrà allestito in forma di mise en espace al Teatro Santa Chiara di Brescia.

Per comprendere le motivazioni alla base di questo “inverarsi di un piccolo miracolo, che per realizzarsi compiutamente richiede il contributo del pubblico” (cit. dalle note di regia) ho intervistato la sua curatrice, Elisabetta Pozzi, responsabile di questa affettuosa apertura dell’uomo verso l’uomo.

Sul comunicato stampa si parla di un progetto a sostegno della drammaturgia contemporanea. Da dove muove la necessità di proporlo in una forma di bozza, per altro molto suggestiva, e non direttamente inserito nella programmazione di un teatro?
Il senso profondo del progetto è quello di sensibilizzare il pubblico, in città attente, sulla questione dei linguaggi della drammaturgia. A Brescia sicuramente già si parte favoriti perché lo spettatore è comunque assetato di cose nuove. Noi abbiamo bisogno di qualcuno che ci racconti di noi attraverso la rappresentazione, come accade in teatro. Succede che purtroppo il sistema teatrale ha un po’ messo da parte la comunicazione diretta con il pubblico; propone spettacoli “belli e fatti”…

Attraverso la circuitazione.
Esatto, ci sono forme a cui non si può rinunciare, quindi il pubblico si trova quasi sempre con spettacoli bellissimi e interessanti ma non partecipa mai alla creazione dell’evento spettacolare. È raro che questo avvenga. Secondo me rendere partecipe il pubblico al progetto di scelta di un testo, raccontare un testo mai rappresentato, con magari l’autore presente, a cui può far capire dove ci possono essere lacune o momenti di debolezza del testo, è, a mio avviso, un’operazione estremamente interessante. Proprio in un momento in cui il pubblico pare veramente ritornare con grande interesse al teatro.

E non è più anestetizzato, come voleva il modello teatrale borghese secondo cui lo spettatore rimane schiacciato nel ruolo passivo di voyeur
Esattamente. Oggi in realtà il pubblico sente davvero il bisogno di essere stimolato. Chi frequenta il teatro è preparato e ha voglia di avere altre informazioni, che ovviamente all’interno della stagione teatrale non si possono avere. Il pubblico non può attingere a quel tipo di materiale, perché si tratta di testi che arrivano.

Con quale criterio sono stati scelti i testi?
Il criterio era quello di proporre una cosa mai letta, mai fatta, qualche cosa di non edito in Italia, di non pubblicato né messo in scena in Italia. Io ho decine e decine di testi in attesa di essere letti. Molti ne ho letti e proposti al gruppo con cui lavoro. Parlo di Andrea Cora, Daniele Pelizzari, ovviamente il Direttore Gian Mario Bandera (dello Stabile di Brescia)… tutto il gruppo di sostegno a questa operazione, che francamente mi ha dato delle gioie immense. Hanno creduto in questa mia proposta e si sono precipitati ad aiutarci. Ci siamo riuniti e alla fine abbiamo scelto dieci date. E poi la novità del progetto è chiedere al pubblico di esprimere un giudizio, che può essere fatto di pochi aggettivi, consigli, di un pensiero, una riflessione, una valutazione di ciò che il testo dice. Tutto ciò aiuta noi addetti ai lavori a capire in maniera più immediata che tipo di impatto ha quel testo sul pubblico. Così il pubblico si sente responsabilizzato. Anche perché abbiamo deciso che uno di quei testi o verrà messo in scena nelle prossime stagioni o verrà fatta comunque una mise en espace al Teatro Santa Chiara a fine stagione. Comunque diamo in mano al pubblico carta e penna e chiediamo loro di scrivere

Si domanda un pensiero e una sua letterale messa in riga. Un gesto fisico, un preludio al processo creativo. Favorisce la costruzione di un’intimità a lume di candela tra pubblico, attori e addetti ai lavori.
Si, le persone hanno riempito il teatro e ci stanno seguendo con passione. È francamente una cosa che mi commuove. In passato mi era capitato di farlo solo in una occasione, nel 2008, grazie al Teatro di Torino, diretto all’epoca da Walter Le Moli. Nel momento in cui è scaduta la sua Direzione, il progetto non è stato ripreso, anche se il pubblico era veramente entusiasta anche lì. Ci ha letteralmente inondato con questi foglietti…in seguito non sono più riuscita a convincere nessuno.

Nella città di Brescia che rispondenza sta avendo?
A Brescia mi ha sconvolto l’adesione completa fin dal primo appuntamento. Abbiamo avuto il teatro sempre pieno. Non tutti scrivono, ovviamente, ma ho già accumulato una serie di foglietti incredibile, di cui terrò conto.

Il teatro ha sempre bisogno di mettersi in relazione con chi lo osserva. E il pubblico non si dimostra diffidente a fronte di una ricerca di relazionalità attiva.
Certo, perché l’effetto è di sentirsi responsabilizzati rispetto ad una scelta. A noi interessa il giudizio del pubblico perché probabilmente alcuni di questi testi potrebbero essere messi in scena, magari non da noi necessariamente, infatti invitiamo anche molti addetti ai lavori… Io non ho un copyright di questa operazione, anche perché comunque non è stata inventata da me. Negli anni ’70, in un piccolo teatro intorno a Parigi, è nato un progetto chiamato di Théâtre Ouvert, fondato da due signori che sono riusciti a farlo istituzionalizzare e annualmente leggono testi solo di drammaturgia francese. Sono riusciti a far emergere tanti validi autori attraverso la richiesta diretta al pubblico. E gli autori presenti prendevano appunti; sono felici di avere un rapporto con il pubblico. Ma anche in Inghilterra e America succede. La cosa che desidererei di più – per questo non voglio parlare di copyright – è che ogni teatro stabile (che è un’istituzione che ammortizza i costi) dovrebbe avere qualcuno che si occupi di questo genere di programmazione.

Nel nostro contesto il Teatro Stabile bresciano ha dimostrato di essere culturalmente attrezzato per accogliere questa opportunità di impegno, che va oltre la produzione e la programmazione degli spettacoli. Ha investito nella formazione del pubblico in termini che sono distanti dalle sole strategie del marketing pubblicitario. Capita più o meno di frequente di incontrare questo tipo di accoglienza da parte non solo degli stabili ma anche degli organi istituzionali?
I teatri stabili hanno sempre grossi problemi di gestione, quindi spesso si imbattono in problemi di budget. Che anche se minimo, come in questo caso, rappresenta comunque una difficoltà non da poco. A volte semplicemente non capiscono quanto possa essere interessante una simile proposta, a volte organizzano delle “sedute di lettura” di testi contemporanei diventate un modo ormai canonico di proporre cose. Ma la differenza con questo progetto di Teatro Aperto è che qui si chiede attenzione e relazione per poter creare una sorta di piccola stagione; bisogna immaginare che questa attività vada avanti negli anni.
A me interessa che il pubblico capisca che la drammaturgia contemporanea, italiana e straniera, faccia parte del nostro essere al mondo in questo momento storico, che diventi poi testimonianza di ciò che stiamo vivendo. Allora ci è necessaria, a noi addetti ai lavori e al pubblico, perché rappresenta un atto civile, sociale importante.
Poi ti dirò la verità, a me piacerebbe ci fossero delle piccole rassegne dedicate alla drammaturgia italiana perché effettivamente ha meno sostegno delle altre. Pur essendo fertilissima, non la si legge, c’è poca partecipazione. Tant’è vero che quando si presentano nei teatri dei testi italiani, i teatri malvolentieri li producono perché purtroppo non abbiamo una buona fama. Fortunatamente ci sono tanti bravissimi autori, come Tindaro Granata, Fabrizio Sinisi, Fausto Paravidino… ma anche quelli più conosciuti, come Paravidino, non è che abbiano una circuitazione così intensa.

Hanno delle piazze ristrette in cui vengono proposti e prodotti ma poi probabilmente si perdono sulla scia…
Io credo che un’operazione del genere andrebbe fatta, ad esempio, anche nelle scuole.

In quale modalità?
Uguale, identica. Si potrebbe andare nelle scuole, non durante gli orari curriculari, chiaramente, chiedendo solo agli studenti interessati.

Senza che diventi un obsolescente strumento scolastico di incremento dei crediti formativi?
Esattamente. Dovrebbe essere un processo spontaneo, di interessamento, incoraggiamento. Chiedendo la disponibilità, magari di dieci appuntamenti all’anno, per la lettura di alcuni testi di cui poi chiederemmo l’opinione. Sarebbe entusiasmante avere a che fare con questa platea di teenager che hanno meno di 20 anni.

Per quanto invece riguarda coloro che sono già formati sul teatro, e mi riferisco alla critica… Che ruolo assume? Si propone con evanescenza o manifesta la propria partecipazione in maniera ragionata?
Magari ci fosse, sarebbe bellissimo. Avremmo un parterre in cui chi esprime il giudizio è più che un addetto ai lavori, una persona competente che conosce la materia di cui scrive ed è animata da passione…che purtroppo ormai vedo in pochissimi. A livello locale ci sono città in cui i critici sono magari appassionati, ma nazionalmente siamo messi male…Io conosco pochissimi critici, e sono quelli in cui intuisco e intravedo una passione per il nostro lavoro. In generale, tra i giornalisti che si occupano del settore, non riesco invece a individuare una traiettoria, un senso. Né mi interessa capirlo, ti dico la verità.

Ci si rapporta direttamente al pubblico per rinsaldare il legame comunicativo.
Brava. Mi fido totalmente del pubblico e capisco perfettamente quello che ho combinato. So cosa succede, nel bene e nel male. Non riesco purtroppo più a stimare certi critici. Ogni tanto escono pezzi, articoli illuminanti, e a quel punto capisco quanto veramente potrebbe essere utile il parere di un critico lucido. Che non deve per forza dire bene, naturalmente, non mi aspetto per forza giudizi positivi…

… Ma che la critica generi un’attenzione vigile nei confronti del linguaggio drammaturgico contemporaneo.
Esatto. Per com’è nata, come dovrebbe essere, per com’era tra l’altro.

Con il desiderio che questo programma teatrale sia frutto di una progettualità non episodica, saluto Elisabetta Pozzi, che con la sua tenacia pulsante rende reali le fervide parole di B. Brecht, secondo cui “tutte le arti contribuiscono all’arte più grande di tutte, quella di vivere”.

(*) Sinergia ‘Sipario’

Autore: Stefania Landi

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