Al Renzelli, ‘il Caffè della gioventù perduta’

  

Al Renzelli, ‘il Caffè della gioventù perduta’

 

Immagine storica del Gran Caffè Renzelli di Cosenza

A differenza di altre città del meridione, Cosenza che pure vantava una sua tradizione, ha perso negli anni l’abitudine di ritrovarsi al caffè per quel civilissimo rito conviviale di fare conversazione tra amici di fronte ad una bevanda refrigerante, un gelato, un tè, un liquore, ma che può essere inteso anche come frequentazione individuale e solitaria. Oggi forse ha un po’ recuperato questo piacere ma in una mutata condizione di frastuono, di conversazioni spezzettate, di discorsi accavallati, di baluginii degli smartphone, di interferenze telefoniche, di conversazioni sbracate e sovente (vi piace sovente?) impudiche. E’ un pò cosi anche a Roma e forse dappertutto. Forse fa eccezione Torino con quei magnifici caffè intorno a Piazza San Carlo, Piazza Castello e Via Po. O Trieste, ma chi mi dice che i frequentatori visti al Caffè degli Specchi o al Tommaseo non fossero come me occasionali visitatori sulle orme di Svevo, di Saba, di Bazlen, di Magris o dello stesso Joyce? Certo che anni fa smarrii un paio di occhiali al Caffè degli Specchi che mi furono provvidenzialmente recuperati da Predrag Mijatovic in un pomeriggio di gennaio in cui un altro avventore, pensate un pò, era il triestinissimo Omero Antonutti, persona squisita e vittima insieme a me di una piccola disavventura risalente al 1985 che magari vi racconterò una volta o l’altra, non fosse che per il suo carattere piccante, malgrado la nostra completa estraneità ai fatti contestatici.

Ma tornando ai caffè e alle abitudini che ne caratterizzavano la vita o che da esso hanno avuto origine, va da sè che niente è oggi più distante e disfunzionale dagli stili di vita odierni e dalle forme di scambio e di aggregazione. C’è una gran voglia di stare seduti al bar ma poi nessuno lo fa perchè dice di non avere tempo. Nelle mie “vacanze romane” dell’infanzia, quando i miei prendevano alloggio in Via Lombardia, ricordo il Doney e il Caffè de Paris in via Veneto, simboli della cafe society, in piena dolce vita, sempre gremiti di una folla variopinta e cosmopolita da cui io, bambino di provincia, restavo affascinato. Ora vi si trova gente danarosa e volgare, inadeguata nell’abbigliamento, arabi facoltosi, gente ambigua o losca, colletti bianchi della n’drangheta. Un altro celebre dualismo era quello che contrapponeva un tempo il Rosati al Canova che si fronteggiavano dai lati opposti di Piazza del Popolo. Feci a tempo, nei miei primi anni romani o così almeno mi parve, a scorgere le ultime, tremule fiammelle di quei fasti tanto autocantatisi e che da rigido copione voleva di stanza al Rosati scrittori, letterati, sceneggiatori, registi, insomma il mondo dell’editoria e delle lettere. Sul fronte opposto, di fianco alla sede Rai di Via del Babbuino, già e poi ora nuovamente Hotel de Russie, invece schierati i nuovi intellettuali arruolati dalla televisione, Eco, Vattimo, La Capria, Furio Colombo. Una finta rivalità poiché quei mondi erano intrecciati già inestricabilmente e ancor più lo sarebbero stati nei decenni a venire. Ennio Flaiano sbirciando da lontano quanti sedevano nei primi anni settanta a quegli storici tavolini, diceva divertito ai suoi consueti sodali, “guarda, credono di essere noi…”

Caffè degli specchi, Trieste

In effetti, pur essendo giunto a giochi conclusi, quando un’epoca spazzata via dal ’68, consumava i suoi ultimi riti e aveva iniziato da un bel po’ le sue manovre di smobilitazione o di ulteriore trasmigrazione, posso vantare un piccolo trofeo, dal momento che per le scale del fascinoso Hotel Locarno mi sembrò di incrociare di notte un alticcio e pesante Gian Carlo Fusco, trasferitosi colà dopo il foglio di via consegnatogli dal questore di Milano a causa delle sue ennesime intemperanze. Oggi le faune che popolano i due caffè li avvicinano fino a renderli l’uno la dependance dell’altro. Turisti, gente vistosa anche qui, professionisti sul filo della legalità, spendaccioni su conto terzi.

Negli anni ottanta per un certo periodo avevo preso l’abitudine di ritrovarmi con certi amici il sabato pomeriggio al Gran Caffè Fassi in Corso d’Italia, vicino Piazza Fiume, un locale storico vergognosamente abbattuto nell’indifferenza di tutti, amministratori in primis, a dispetto di tanta retorica veltroniana su Roma, fatta eccezione, va detto, per un ininfluente gruppuscolo di cittadini più avvertiti. Ancora oggi, spesso, quando voglio proporre ad un attore o ad un’attrice del passato di rendere testimonianza in occasione di qualche evento telesaudadista oppure voglio conoscere de visu una persona che mi piacerebbe avere quale ospite ad una mia serata pubblica, dò appuntamento da Vanni, vicino la sede Rai di Piazza Mazzini ma tocca sgolarsi per potersi udire l’uno con l’altro. Non è diverso a Milano, in Galleria o a Brera o a Porta Magenta. A Cosenza, se escludiamo i locali che di recente espongono tavoli esterni, nei periodi in cui il clima lo consente, non ci sono caffè che hanno una vita vera durante tutto l’anno.

Chiusi prima Gatto e poi Manna nei decenni scorsi, i più rinomati bar odierni dispongono al massimo di anguste salette, disertate dai cosentini che per la loro inveterata sociofobia diffidano di abitudini minoritarie e si sentono a proprio agio solo quando si ritrovano in una moltitudine. Ecco perchè la città, un pò come il resto d’Italia e forse del mondo, pullula di localini assediati da ragazzotti e ragazzette che sbevazzano a più non posso rigorosamente dalla bottiglia e chiacchierando rumorosamente di fesserie. Mi fa un po’ tristezza però vedere chiuso già nel tardo pomeriggio il vecchio Caffè Renzelli che forse subisce l’atmosfera mesta della città vecchia, sempre più deserta dopo un’ingannevole e caduca controtendenza mostrata negli anni ’90.

Il caffè che fu ritrovo dell’intellighentia cosentina negli anni ’20, ’30 e ’40 sembrò per un breve periodo tornare all’antica vitalità. Aveva moltiplicato i tavoli esterni disponendoli su due livelli e restava aperto fino a tarda notte. Se trovandomi a Cosenza, magari in procinto di trasferirmi sul Tirreno o in Sila, mi trovavo a passare di lì, ero certo di trovare Tonino Barbieri, il quale mi avrebbe agganciato per qualche discussione su Elias Canetti o sul Gruppo ’63, sue ossessive passioni o qualche tavolo più in là, Totonno Chiappetta al centro di una folta comitiva di astanti che con altrettanto fervore mi avrebbe attratto a sé per chiedermi di raccontare qualche aneddoto spiritoso presentandolo da parte sua con toni paradossali, in modo da renderlo ancora più mitologico. Ma forse, al di là del fatto che mi piacerebbe ridere e scherzare al tavolo di un bar nella cornice suggestiva della città vecchia, il mio spleen dipende dalla nostalgia e dall’amarezza che sento per l’assenza di quegli amici e di altri ancora che ci hanno lasciato troppo presto, acuendo il nostro senso di solitudine.

Autore: Ugo G. Caruso

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