Il tenero furore del delitto. “Caino e Abele” a Scenario Pubblico, Catania

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Il tenero furore del delitto. “Caino e Abele” a Scenario Pubblico

 

Un ring, col sottofondo di una folla vociante che attende lo scontro. Anzi, lo evoca.

Nello spazio performativo di Scenario Pubblico comincia con una rappresentazione fisica della lotta, mediata dal pugilato, “Corpo a Corpo. 1^ meditazione su Caino e Abele”, il nuovo spettacolo (pensato insieme a Nello Calabrò) di Roberto Zappalà, che ne firma coreografie e regia.

Si tratta di un’ulteriore tappa del progetto di Transiti Humanitatis cui seguirà, a maggio, “Come le Ali (2^ meditazione su Caino e Abele)”per chiudersi il prossimo luglio, con “Liederduett (due episodi su Caino e Abele)” per quattro danzatori, pianoforte e controtenore, al Festival Bolzano Danza/Tanz Bozen, che ha co-prodotto lo spettacolo.

Quei due pugili, veri, (Salvatore Cavallaro e Giuseppe Recupero) sono il grado zero della violenza pura, assurta a tecnica, metafora di un mondo perennemente in lotta. Il contatto dei corpi, il fiato, la disciplina, la fatica – muoversi sulle gambe, schivare, affondare, colpire – i guantoni che si sentono sulle reni, i ganci sui fianchi, i diretti sul viso. E’ una sorta di preludio ai quattro successivi micro-atti di un lavoro nel quale si manifesta la dimensione più spiccatamente teatrale di Roberto Zappalà e del suo lavoro.

Per riflettere sulle relazione dei corpi e sui conflitti che generano era infatti necessaria un’incursione ancora più accentuata nella dimensione della teatrabilità e della parola o almeno della vox: e i suoi danzattori in effetti, in qualche modo comunicano, si scontrano anche verbalmente: sussurrano, minacciano, specie nel corso del primo e secondo quadro. Sono grugniti, ansimi, versi bestiali: una feroce “reductio ad animalia” in cui Gaetano Montecasino e Fernando Roldan Ferrer, sulle note di una antifrastica ballata, fanno rimpiangere forse il “Dio interventista” di “Into my arms” di Nick Cave, le cui note ricamano i loro corpi che si intrecciano, si sfiorano, collidono, si intersecano, si scontrano. Ma Dio – ci ricorda Peguy – ci esaudisce sempre meno: “non è più la terra che prepara all’inferno, è l’inferno stesso che trabocca sulla terra”, nel e con il corpo di Caino su quello di Abele. E’ qui forse che si coagula il “peccato originale” secondo Zappalà: il primo incontro tra esseri umani produce il delitto, incrina definitivamente il rapporto col divino. Così sulle successive tessiture musicali di Brahms (il Piano Trio in Si maggiore e il Piano Concerto in Re minore) quei corpi diventano il luogo di tutti i sintomi e di tutti i fanatismi; lasciano fiorire sofferenza e violenza ma anche momenti di tenerissimo furore, brevi illuminazioni durante le quali è possibile scorgere i fantasmi di una dialettica, di una fenditura, però subito sbarrata: Ecce homines.

“Il corpo – scriveva Julia Kristeva – è uno spazio aperto, un campo di battaglia dei conflitti.” La coreografia di Roberto Zappalà lo esplora, ne sonda ogni abisso. Anche i due successivi quadri infatti si inscrivono in una sorta di “pantomima” (e rimpallo) delle responsabilità, delle reciproche assunzioni di colpa, dello scambio di identità: chi è la vittima? Chi è il carnefice? E’ Caino quello con la canotta rossa del sangue del fratello o è il petto squarciato di Abele? Nella micidiale anatomia della violenza che “Caino e Abele” mette in scena, le luci stroboscopiche trasformano in rallenty la moderna fame mediatica – di sangue, di violenza, di vendetta – che ci contraddistingue e ci fa così tanto “umani”.

E se nell’ultima sequenza i due segnano fisicamente un confine proprio quel limes – proprietà, muro, barriera, recinzione, filo spinato – e quella soglia entro cui instancabilmente, istintivamente continuano a lottare, diventa il limite stesso di una ragione troppo dis-umanizzata per ricordare che tutto sarà silenzio, ossa e pulvis. Ovazioni meritate.

Autore: Giuseppe Condorelli

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