La voce rabbiosa del milite “ignoto a se stesso”, al Centro Zō di Catania

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La voce rabbiosa del milite “ignoto a se stesso”, al Centro Zō di Catania

 

I sacchi di sabbia di una trincea, nel buio. E solo una voce nella scena nuda dello spazio performativo di Zō. E’ quella di Mario Perrotta, autore e interprete dello straordinario “Milite Ignoto/Quindicidiciotto”, il monologo tratto da “Avanti sempre” di Nicola Maranesi e dal progetto collettivo “La Grande Guerra, i diari raccontano” a cura di Pier Vittoria Buffa.

Lo spettacolo è la vertiginosa esplorazione nell’animo di una umanità colta dall’orrore dell’officina della Grande guerra, una civilissima “diserzione” dalla storia e dal mito che la celebrava come crogiolo della costruenda Nazione, fase ultima e ulteriore del Risorgimento. Perché quella Patria – quella con la maiuscola – “l’è roba de siur” non certo delle masse contadine, della “manovalanza campestre” scagliata nel forno del conflitto: quattro milioni di analfabeti in divisa la cui vita è improvvisamente sovvertita dalla violenza e dalla morte.

Il lavoro eccezionale di Perrotta si è concentrato sull’aspetto fisico e linguistico, un impasto fascinoso e musicale che diventa la voce di quegli italiani solo di nome, i quali, chiamati a combattere la Grande guerra, trovano – nell’orribile atrocità del fronte, nella spietatezza degli ufficiali, al di là della retorica dell’eroismo – la coscienza di una fratellanza, di un sentire comune, di una appartenenza nelle medesime parole, pur pronunciate in dialetti diversi: la perdita irreparabile del loro mondo, la casa, gli affetti, la famiglia, la pace.

L’impasto pluridialettale creato da Perrotta – una performance fisico-linguistica ineguagliabile per forza, per intensità, per immedesimazione – è un insieme di bagliori e di ombre, di voci rabbiose e accorate, che nella disperazione e nella denuncia del mondo incomprensibile della guerra, mette a nudo la vertigine esistenziale del “milite”. Un incedere di voci concitate, un flusso incontenibile che Mario Perrotta affida ad una lingua nuova, densa e corporea, mosaico dei dialetti di tutti racchiusi in un solo soldato che tutti li accomuna lungo una espressività mirabilmente stratificata, capace di saltare da un registro all’altro, da una intonazione all’altra; un labirinto verbale dal quale salgono gli “avvisi infernali” dei lamenti, dei gemiti, dei corpi dilaniati. Il soldato, “ignoto a se stesso” dopo l’ennesimo “shell-shock”, raggruma paradossalmente in sè le storie e la lingua di tutti gli altri  affidando il suo “cuntu” a frammenti, a lampi di memoria, in cui il discrimine è tra l’essere “verticali”, in piedi, pronti alla morte ma ancora vivi, e l’orizzontalità della lettiga o della morte.

E’dunque la voce di nessuno a rammemorare le voci di chi non ha più nome, né volto né memoria, né storia personale ed è solo un mucchietto anonimo di ossa nei cimiteri d’Italia. E’ una storia di cunicoli, di fango, di piscio, di lettere dal fronte, di cancrena, di paura, di pioggia e pidocchi, di assalti: e come non pensare al Céline del “sangue che crogiolava in un glu-glu”?

Eppure quelle voci e quelle parole, ferite mai cicatrizzate, diventano strumento di autoconservazione e nella calma che segue alla strage, coi compagni ammazzati, appesi ai reticolati, reclamano sempre le stesse domande: “per chi? per cosa, sono morto?”

Il monito allora, è quello di cancellare le commemorazioni, abolire le celebrazioni, radere al suolo gli altari della Patria e i Monumenti ai Caduti, distruggere i mausolei della vuota pompa ufficiale per lasciare il silenzio altissimo in cui si coltiva la memoria e nel quale possa risuonare, per sempre, solo la voce del “Milite ignoto”.

 

Autore: Giuseppe Condorelli

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