Guillermo Del Toro in conferenza stampa al Festival Internacional de Cine en Guadalajara

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Guillermo Del Toro in conferenza stampa al Festival Internacional de Cine en Guadalajara

Guillermo Del Toro e Leonardo Garcia Tsao

 

Sicuramente è la rabbia, rabbia che crea determinazione e permette di andare avanti anche di fronte a ostacoli che potrebbero sembrare insuperabili. Questo lavoro non è fatto per chi voglia una vita tranquilla e rasserenante. Lo stress che viviamo è il carburante per tante idee vincenti.

Questo è il primo segreto, secondo Guillermo Del Toro, per creare qualcosa che possa interessare e rimanere nella mente dello spettatore. È a Guadalajara, sua città natale, per assistere all’inaugurazione di una sala a lui intitolata nel nuovo polo Universitario. La manifestazione sarà all’interno della trentatreesima edizione del FICG,  Festival Internacional de Cine en Guadalajara. Ha accettato di dare vita ad un paio di masterclass in cui ha risposto a ogni tipo di domanda con ironia, profondità, immediatezza. Autentico showman, ha animato masterclass e conferenza stampa non risparmiandosi e rispondendo in maniera sempre approfondita a qualsiasi domanda.

–        E’ contento per l’assegnazione degli Oscar a La forma dell’acqua (2017)?

Certamente, è davvero un’opera corale in cui hanno grande importanza tutti gli elementi, dalla foto al montaggio, dalla scenografia ai costumi, dalla colonna sonora a tutto il cast artistico. Il compito del direttore è quello di assemblare ogni cosa per creare un’opera interessante. E sono ancora di più contento che sia capitato per un film che ho amato intensamente come pochi altri. Poteva già essere arrivato per altri titoli ritenuti da critica e pubblico buoni, ma averlo vinto a 53 anni ha più vantaggi che svantaggi. Lo avessi ottenuto prima probabilmente avrebbe condizionato la mia produzione soprattutto nelle scelte artistiche, me lo avessero assegnato tra qualche anno avrebbe avuto il sapore più un omaggio ad una carriera che non il premio per un film realmente interessante. Ma se ne venissero anche più avanti, sarei felice: noi artisti amiamo essere… amati.

–        C’è una formula per creare il film di successo?

Ritengo che il cinema non sia chimica tra vari elementi ma alchimia, una magia che si ripete ogni volta che si realizza qualcosa che possa considerarsi valida.

–        Pensa che sia il regista il responsabile di un’opera cinematografica?

Sì e no. Bisogna discutere tutti assieme per riuscire ad ottenere i risultati desiderati, ma è poi uno solo che prende le decisioni: è un onere e un piacere a cui è difficile rinunciare. Nella mia posizione c’è sicuramente un grande vantaggio: se ci sono diversità di opinioni… alla fine io ho ragione.

–        In questo suo ultimo film dà molta importanza alle tonalità di colore.

Direi un po’ in tutti i miei lavori, ma qui forse si nota di più perché è preponderante l’azzurro che porta a pensare all’acqua anche quando questa non è presente. Ma bisogna utilizzare le potenzialità di tutti i colori: ad esempio il rosso fa pensare all’amore, il verde al futuro unito alla speranza.

–        Quale è il cocktail che vorrebbe ottenere.

Vorrei che il film fosse come una musica che ascolti quando guidi e che riesce a rimanere nella tua mente anche se, per alcuni momenti, non le dedichi attenzione. Immagini, luci, colori aiutano a realizzare questo mio sogno e cerco sempre di dare loro il giusto spazio.

–        Lei è molto amico di altri registi messicani: tra di voi non c’è competizione?

L’unico che possa capire i problemi che deve affrontare un direttore è un altro direttore, ed è bello sapere di essere amici e di potersi fidare uno dell’altro. E poi… meglio essere ben visto da chi è in grado di svelare gli errori che tu potresti avere commesso.

–        Ha avuto molta importanza la scelta del cast?

Fondamentale, assolutamente fondamentale. La sceneggiatura è stata pensata direi quasi su ogni attore, scelto perché lo identificavo con l’idea che avevo del personaggio. Noti o meno noti, accomunati dall’essere… quelli giusti che avevano piacere di lavorare assieme.

–        Durante la realizzazione, lascia spazio ad un minimo di improvvisazione?

Assolutamente no, soprattutto quando si deve affrontare un progetto così complesso come questo. Ognuno dei responsabili di un settore, sia musica o fotografia o scenografia o altro, ha una copia della sceneggiatura pensata specificatamente per lui, in cui preciso cosa desidero, dalla posizione delle macchine da presa a come la scenografia debba essere sistemata. Facendo così, il mio compito quando giriamo è solo quello di ottenere un buon risultato finale senza pensare a particolari tecnici che potrebbero farmi perdere la concentrazione.

–        Vi confrontate durante la lavorazione?

Certo, e direi spesso. Ma, ripeto, il vantaggio di essere il direttore è che, se ci sono visioni dissimili, io ho ragione. Comunque, lavoro sempre con collaboratori che conosco e mi conoscono molto bene: questo limita assolutamente la possibilità di avere scontri durante il percorso della nascita del film.

–        Cosa la fa arrabbiare di più?

Che mi dicano che i miei film non rispettano i canoni nordamericani: ma io sono fiero di questa diversità, difendo la mia identità di autore messicano. Noi abbiamo ancora la mentalità del risparmio, la voglia di utilizzare anche sistemi tradizionali per ottenere risultati visivi affascinanti. Il film è costato 19,3 milioni di dollari: lo avesse girato un cineasta statunitense, probabilmente ne sarebbero occorsi almeno 70.

–        Ha risparmiato anche sugli effetti visivi?

Assolutamente sì. Ho una buona conoscenza degli effetti utilizzati in teatro, dei rulli in grado di fare ‘vedere’ l’acqua che non c’è. Molte scene ambientate nell’acqua sono state girate all’asciutto e rimaneggiate in fase post produttiva da tecnici del digitale. C’era l’esigenza di non spendere troppo ma anche il desiderio di onorare i grandi, da Georges Méliès in avanti, che con poco riuscivano a farci sognare.

L’unica cosa su cui non ho risparmiato – pagando di tasca mia – è stato lo studio per trovare il giusto aspetto alla creatura, che doveva avere una buona commistione tra umano e misteriosamente indefinibile. Per tre anni, con la collaborazione di vari scultori, abbiamo provato e riprovato, e credo che il risultato finale sia stato buono.

Le labbra, umane ma anche misteriosamente indescrivibili, e gli occhi posizionati in maniera tale da esprimere a seconda delle esigenze paura, amore, violenza, curiosità, odio hanno richiesto veramente tanto impegno da parte di tutti.

–        Oltre alla rabbia, quale ritiene possa essere altro ingrediente indispensabile per ottenere buoni risultati?

Se non provi paura, non hai timore mentre stai realizzando un film, probabilmente non riuscirai a donare emozioni nemmeno agli spettatori.

–        Dopo vari anni di attività, può nascere una certa routine?

Questo lavoro non è fatto per chi voglia una vita tranquilla e rasserenante. Lo stress che viviamo è il carburante per tante idee vincenti. Se lo senti come una professione qualsiasi, i risultati saranno sempre mediocri.

–        E’ legato alla Sua città natale?

Non potrebbe essere altrimenti, e spero di averlo dimostrato più coi fatti che con le parole. Qui ci sono delle eccellenze sia nel cinema che nelle altre forme d’espressione e d’arte, ma c’è una forma espressiva che per adesso non ha avuto la giusta considerazione.

Parlo dell’animazione in cui, oltreché bravissimi tecnici, può contare su autori assolutamente originali. Il mio impegno è quello di fare conoscere questo microcosmo a chi lo ignora, di aiutare a trovare fondi per girare film sempre migliori.

 

Autore: Furio Fossati

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