Venezia, la Mostra ed io

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Venezia, la Mostra ed io

Sono tanti anni ormai che diserto la Mostra del Cinema di Venezia, nonostante le sollecitazioni di svariati amici, nuovi ma soprattutto vecchi che vorrebbero ricostruire il team che diede luogo a serate memorabili e ad intere raccolte di aneddoti spassosi. La prima volta, nel 1979, quando dopo le furiose contestazioni post ’68, era stata di fatto soppressa o sostituita con le Giornate del Cinema italiano e si tentava di riesumarla con un esperimento affidato a Carlo Lizzani. Vi arrivai in autostop e con sacco e pelo, da Belgrado, di ritorno da un viaggio in auto in Montenegro conclusosi anzitempo, senza prenotazione o accredito, una scelta dell’ultimo momento. Fui ospite per otto giorni della casa circondariale Santa Margherita, ovvero del carcere, un’esperienza toccata davvero a pochi. Non scherzo. Lì prestava servizio il mio amico e compagno di avventure cinefile Sandro Spinaci, quale agente di custodia ma figlio del colonnello in capo di quell’ordine in Italia. Senza un soldo, mi spacciai per cugino ed in via eccezionale fui accolto. Ogni sera al ritorno dal lido sentivamo chiudere alle nostre spalle una serie di chiavistelli. La sera in cui avevamo visto Fuga da Alcatraz di Don Siegel confesso che provammo un senso di claustrofobia.

Troppe cose sono avvenute negli otto anni in cui ho frequentato la mostra per poter tentare anche una minima antologia. Eravamo una decina di cinefili entusiasti, cui si aggiungevano di volta in volta altri amici ed amiche occasionali. Dapprima ci sistemammo in degli alberghetti del lido poi iniziammo a prendere appartamenti in affitto, prenotandoli con largo anticipo, anzi un anno per l’altro. Molti  di quella vivace combriccola sono rimasti nel cinema inteso in senso lato o nei media, con varie qualifiche: chi fa il dirigente Rai, chi il critico, chi il giornalista, chi lavora in enti pubblici che si occupano di spettacolo, chi il docente universitario di Storia del cinema, chi fa il magistrato (ma tempo fa aveva creato una piccola casa di distribuzione), chi l’avvocato, chi l’insegnante, chi l’impiegato o il bancario, chi la press agent, chi il buyer, ovvero il mercante di film, chi il programmista in reti private, chi lo sceneggiatore, chi il filmaker, chi è andato a vivere all’estero, chi sta in istituzioni culturali, chi nell’editoria, chi non c’è più, come l’amico Aldo Oliva che lavorava nella Siae (l’ho scoperto con sgomento da poco). E poi ci sono io che ho fatto tante di queste cose ma che, guidato dalla mia curiosità intellettuale e dal mio nomadismo esistenziale, continuo a sfuggire a ciascuna di queste definizioni e a muovermi in uno spazio inclassificato.

Una cosa va detta: a quell’epoca il cinema era trattato con più attenzione dai giornali e dalle televisioni rispetto ad oggi. Certo, era sempre il cinereo rispetto alle altre arti ma un film non era visto come un prodotto di consumo, buono per passare una serata. Almeno nei festival si tendeva ad associare il cinema più alla cultura che allo spettacolo. Giammai si  sarebbe affidata una rubrica sul cinema ad un Marzullo e sebbene io non abbia nessuna nostalgia nell’insieme per quelli che divennero di lì a qualche anno i miei majores, penso alla ben diversa statura dei Cosulich, dei Pintus, dei Di Gianmatteo.

Noi si entrava alle proiezioni ogni anno con un accredito diverso, ciascuno di un colore differente, dapprima culturale, poi stampa periodica, poi settimanale o quotidiana, una piccola scalata naturale che rifletteva un progressivo accesso durante il resto dell’anno in un mondo chiuso, difficile e senza riconoscimenti dovuti. Infatti anno dopo anno molti di noi quasi senza accorgersene, a forza di cercare un accredito magari presso un giornale di provincia compiacente o una rivista di settore, finirono poi con l’essere irretiti da quella professione e da quell’ ambiente. Io partii con Radio Città Futura, poi con Radio Blu e di volta in volta mi presentai con l’accredito di qualche rivista di critica, Cinemasessanta in testa ma pure Bianco e Nero, per finire col quotidiano L’Unità. Ci sarebbero mille episodi da riportare, avendo noi assistito e per certi versi dato luogo ad una vera comedie humaine, in un luogo fibrillante in cui accadeva di tutto in quei dieci giorni ogni anno in cui si aveva la sensazione di trovarsi al centro del mondo. Dalle discussioni con addetti e funzionari che ci sbarravano la strada alle proiezioni cui secondo i nostri badge non avremmo avuto diritto e cui noi invece ambivamo per ragioni di incastri nei rispettivi programmi giornalieri. Quindi alle rocambolesche soluzioni alternative da noi escogitate per assistervi a qualunque costo.

E poi le discussioni tra di noi su Ford versus Hawks, Truffaut o Godard, Mizoguchi contro Kurosawa, Fred Astaire o Gene Kelly, il piano sequenza di Jancso o quello di Anghelopoulos, Greta Garbo o Marlene Dietrich, Chaplin o Keaton, Lang o Hitchcock, Cinema d’autore o cinema-cinema, serie minori comprese, senza contare quelle sui film in concorso, a bruciare le poche ore di sonno rimaste prima della proiezione mattutina. Infatti film come Fanny e Alexander, Blade runner, C’era una volta in America ci costarono dolorose alzatacce per poter trovare posto alla proiezione delle 9 dicasi 9! E poi l’annuale cena di pesce dallo “Scarso” a Malamocco, il ristorante citato da Pratt in Corto Maltese, i pranzi alla mensa della Biennale, le puntate alle mostre d’arte sul Canal grande, le abbuffate di dolci “asburgici” nelle pasticcerie retrostanti l’arena, la lotta incessante con le zanzare, gli appuntamenti mancati, i soldi mai sufficienti prestatici a vocenda, le ragazze ambite e mai avvicinate, le donne fatali e misteriose, i “rimorchi”, gli equivoci, gli amorazzi, le storie di sesso, le gelosie, gli incontri con tipi stravaganti.

A parziale compensazione di tanti sbattimenti devo però riferire di un incontro piuttoato gratificante avvenuto qualche anno fa in Viale Mazzini. Una dirigente Rai cui avevo chiesto appuntamento per avere accesso a certi materiali, nell’accogliermi affabilmente, dopo un po’ mi confessò di avermi finalmente riconosciuto per uno dei “belli”. Così ci avevano ribattezzati lei e le sue amiche presenti ogni anno alla mostra. Eravamo noi, senza dubbio, gli amici prima descritti. Mi confidò, dopo tanti anni, che avrebbero voluto avvicinarci e provare a “sedurci” ma erano trattenute dai pochi anni che ci dividevano essendo noi di poco più giovani. Non erano ancora i tempi… Sorpreso e lusingato da cotanta rivelazione, feci mente locale, rivedendo nella mente le sue amiche d’allora da noi rimirate con desiderio ma ritenute inavvicinabili per il motivo speculare al suo. “Avete fatto male – le dissi – dovevate osare, mannaggia a voi! Ci avreste trovato disponibilissimi!”. Personalmente, fior da fiore, cito solo poche cose: la volta che sorpresi Ingmar Bergman citando nella mia domanda i titoli di vari suoi film in svedese, lo scherzo diabolico ai danni di Ernesto Fagiani all’uscita di Shonen di Nagisa Oshima (lui sa di cosa parlo), i cinque film restaurati di Hitchcock visti in una giornata fino all’alba, la lunga maratona Berlin Alexanderplatz di Fassbinder, la maratona Carosello, il tifo pro Louis Malle, il tifo pro Bogdanovich, il tifo pro Alexander Kluge contro la cricca bertolucciana, quello pro Zanussi contro le manovre Gaumont, il tifo pro Maurizio Nichetti, l’edizione delle tre “R” (Resnais, Rohmer e Rivette), la scoperta di Peter Greeneway, il pranzo tête à tête con Jeanne Moreau, la visione de Lo stato delle cose di Wenders senza aria condizionata, le mortifere opere prime italiane propinateci a derrate nella Sala Perla del Casinò, le giuste e colorite proteste di Bruno Roberti contro l’editto rondiano secondo il quale “per rispetto dell’autore” non si sarebbe potuto più accedere in sala a proiezione iniziata, i cinephiles napoletani che consultavano Valerio Caprara come l’infallibile oracolo che dettava la linea, la discussione furibonda che l’amico  Francesco Di Pace ed io avemmo con Donaggio, il potente capo ufficio stampa della Mostra che minacciò di ritirarci i badge, la volta che misi in salvo il principe Giovannelli dalla folla tumultuante rimasta fuori dal film di Walter Hill, la scoperta di Peter Gothar, il fine giornata all’Excelsior con Enrico Lucherini e le sue battute folgoranti sul cinema italiano, la volta che per vedere L’Impero colpisce ancora ci nascondemmo per ore nelle toilettes, i cento caffè giornalieri, la gara tra di noi a chi riusciva ad entrare al maggior numero di proiezioni inaccessibili, l’essermi brevemente intrattenuto con maestri della statura di Marcel Carnè, Kon Ichikawa, Sir Michael Powell, Akira Kurosawa, Satiajit Ray, la volta che dopo la premiazione fui l’ultimo in assoluto ad uscire dal Palazzo del Cinema per quell’edizione.

Nel 1987 una sera improvvisamente fui colto da un senso di spaesamento e un po’ alla Chatwin mi chiesi cosa ci facessi lì. Quel senso di saturazione e di perdita di senso lo diagnosticai come “festivalite”: una scoperta di cui la scienza medica non mi ha ancora reso merito. Ad ogni modo un’affezione nei confronti di Venezia non mi ha più abbandonato. Ecco perchè da allora non sono più andato alla mostra. Mi bastano e avanzano le cronache dei giornali sempre più affidate a coloriste e a croniste di costume o le rubriche televisive che mistrano red carpet, pinguini in smoking e ragazzette assatanate. Venezia è da anni, in spregio al suo statuto e allo spirito che la connotava, una kermesse isterica ed affastellata di titoli, premi e sottorassegne,  animata da una folla di neocinefili saccenti che non saprebbero citare tre titoli di Jean Renoir o di George Cukor, free lance agitati che pensano di dover salvare le sorti del mondo e fanno solo da utili ripetitori ai dispacci consegliatigli dai vari p.r., cronisti famelici e maleducati, sedicenti critici di fantasmatiche riviste on line, gossipari, attricette, lenoni, cialtroni, parvenu culturali, mitomani, scrocconi, imbucati, mezze calze.

Per non dire dei premi sempre più incongruenti, iniqui (basta citare il Leone negato l’anno scorso a 11 minut di Jerzy Skolimowski), frutto di calcoli geopolitici, di equilibri tra Rai e Fininvest, di scambi di favori, di goffi indennizzi, da parte di giurati spesso in palese conflitto d’interesse con chi dirige la Mostra nella più assoluta acquiescenza dei media.  Inevitabilmente provo un po’ di nostalgia per quelle annate lontane e per la passione che ci animava, frammista ad un pizzico di rivalità platonica ed innocente nel fare a gara a chi  scopriva il nuovo autore talentuoso o il film che si sarebbe aggiudicato il Leone ma non ho rimpianti per le edizioni mancate. Ho smesso da molti anni di fare il cinecritico ma continuo a seguire il cinema anche se, non so se per effetto dell’età non più giovane, mi sembra nel complesso molto meno interessante di trent’anni fa. Preferisco comunque altri festival, anche se il ricco panorama degli anni ’80 e ’90 si è di molto sfoltito. Quanto a Venezia… il cinema è altrove.

Autore: Ugo G. Caruso

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