Al Teatro Gobetti di Torino, “Il senso della vita di Emma” scritto e diretto da F. Paravidino

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Il senso della vita di Emma   

Ideazione e regia di Fausto Paravidino

con Fausto Paravidino, Iris Fusetti, Eva Cambiale, Jacopo Maria Bicocchi, Angelica Leo e Gianluca Bazzoli, Giuliano Comin, Giacomo Dossi, Marianna Folli, Veronika Lochmann, Emilia Piz, Sara Rosa Losilla, Maria Giulia Scarcella.

Le Scene sono di Laura Benzi, i costumi di Sandra Cardini, le luci di Lorenzo Carlucci, le musiche originali di Enrico Melozzi, eseguite dall’Orchestra Notturna Clandestina, diretta dallo stesso Melozzi e le maschere di Stefano Ciammitti.

Torino, Teatro Gobetti

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La prima scena si apre sull’interno di una galleria d’arte londinese: sullo sfondo tre grandi quadri monocromi dal forte impatto visivo.  Alcuni visitatori, con i volti coperti da maschere grottesche, li osservano, altri disquisiscono sul significato dell’arte, in un italiano dallo spiccato accento inglese. Il più anziano, un critico d’arte napoletano, sentenzia provocatoriamente che un tempo la bellezza creava il valore dell’opera mentre oggi è il valore  che crea la bellezza: “La critica e il mercato  hanno sostituito la bellezza”, conclude.

Un quadro in particolare, dal tratto espressionistico, desta curiosità: è il ritratto di una donna, lo sguardo scuro e profondo. E’ il volto di Emma, il personaggio intorno alla cui assenza è costruito lo spettacolo, che vive nel ricordo delle persone che l’hanno conosciuta e che si interrogano sulla sua scomparsa. Si manifesterà solo in chiusura, nella stessa galleria d’arte, prologo ed epilogo della piéce. Con “Il senso della vita di Emma”, Fausto Paravidino, ideatore, regista e interprete, conferma il suo talento nel panorama della drammaturgia europea.

E’ un “romanzo teatrale” in cui  la Storia dei grandi eventi sociali si intreccia a quella privata di una famiglia, in un arco temporale che va dalla fine degli Anni Sessanta ai giorni nostri.  Ci fa pensare a “La meglio gioventu” di  Marco Tullio Giordana. La narrazione qui non è lineare ma divisa in quadri scenici – talvolta frammentata in flashback – che scandiscono il tempo teatrale (centottanta minuti) in modo efficace. La vicenda ha inizio quando Antonietta, studentessa di lettere all’università, borghese e rivoluzionaria, conosce  Carlo, che diventa suo marito, un “figlio del popolo” – così lo apostroferà in un momento di crisi coniugale.

Paravidino ritorna ancora una volta sul tema della famiglia, sezionandone le dinamiche relazionali,  focalizzandosi soprattutto su quelle conflittuali: c’è lo scontro coniugale tra Carlo e Antonietta, quando lei prima di partorire Emma si trasferisce a casa di Clara e Giorgio – amici storici della coppia –  per prendersi una pausa di riflessione sulla sua vita; c’è lo scontro fraterno tra Giulia e Marco, la sorella “cattiva” e il fratello “buono”di Emma, dalle manie di perfezione che celano il bisogno dell’attenzione dei genitori; c’è lo scontro generazionale  tra Carlo, il padre di Emma, ex sessantottino che ha “sempre votato partito comunista” e creduto negli ideali della sinistra, ed Emma che gli rimprovera di essere appartenuto alla generazione che” ha ucciso i padri ma ha insegnato ai figli obbedienza e gentilezza” ; c’è lo scontro amicale, tra Antonietta e Clara, a causa di un’ingenuità del marito di quest’ultima  che risponde telefonicamente al generoso invito a cena (da parte di Antonietta) riferendo, con candore, che sua moglie preferisce disfarsi con calma le valigie. I rapporti tra le donne si interrompono per due anni per poi ritrovarsi più affiatate di prima.

Tra la prima e la seconda parte dello spettacolo si avverte un brusco cambio di direzione forse a causa dell’improvviso e inaspettato svelamento del mistero sulla scomparsa di Emma, che aleggia costantemente dalla prima scena. Ma questo non penalizza comunque la qualità del lavoro di Paravidino.

I dialoghi sono pungenti e la recitazione è brillante in tutti i personaggi, molto ben caratterizzati.

L’impianto scenico è sobrio e minimale, alcuni oggetti d’uso comune diventano efficaci simboli evocativi di situazioni e atmosfere particolari.

E’ un lavoro corale che mette al centro il tema del cambiamento nelle sue diverse  declinazioni – personale, generazionale, storico, politico e sociale – come cifra della vita: maturazione e crescita  che si gioca principalmente sul piano dell’affettivita’ e delle relazioni nel loro intreccio con la Storia, che accompagna a sua volta, le singole storie individuali: “ Non siamo noi che cambiamo le cose – si dice in chiusura di spettacolo –  sono le cose che cambiano noi”. Quanta verità a teatro.

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Fausto Paravidino: attore, autore e regista, nato a Genova nel 1976, cresciuto a Rocca Grimalda, si avvicina al teatro giovanissimo lavorando prevalentemente con Jurij Ferrini e la compagnia teatrale “La Soffitta” di Ovada. Frequenta la Scuola di Recitazione del Teatro Stabile di Genova. È cofondatore a Genova della compagnia Gloriababbi Teatro insieme a Filippo Dini, Andrea Di Casa, Sergio Grossini e Giampiero Rappa.  Si trasferisce a Roma dove inizia a scrivere per il teatro.

 Ha scritto alcune commedie tra cui “Gabriele” (con Giampiero Rappa), “2 Fratelli” (Premio Tondelli Riccione 1999, premio Ubu Miglior Novità italiana 2000), “La Malattia della Famiglia M” (Premio Candoni Arta Terme), “Natura morta in un fosso” (Premio Gassman), “Noccioline – Peanuts” (per il progetto connection del National Theatre di Londra), “Genova 01”,  (per il Royal Court Theatre di Londra,  con la regia di Simon Mc Burney), “Morbid”, “Exit”, “Il Caso B”, “Il Diario di Mariapia” (per il Dramaten di Stoccolma), “I Vicini” (per il Théâtre National de Bretagne), “Il Macello di Giobbe” (per il Teatro Valle Occupato), “Il Senso della Vita di Emma”. Collabora dal 2000 con il Teatro Stabile di Bolzano che ha prodotto buona parte dei suoi lavori.

Dirige testi suoi e di altri autori e lavora come attore in teatro, cinema (“Il Partigiano Johnny”, “Lavorare con lentezza”, “La Signorina Effe”, “Amore che vieni, amore che vai”) e televisione (“Romanzo Criminale – la serie”, “Moana”). Ha scritto teatro per Radio 2 (“Luoghi non comuni – a cena dagli altri”) e Radio 3, dove ha collaborato al Teatrogiornale, ha scritto e diretto la pièce radiofonica “Messaggi” e letto libri e racconti. Il suo film “Texas” (2005), scritto con Iris Fusetti e Carlo Orlando è stato presentato alla mostra del Cinema di Venezia dove ha vinto il Premio Pasinetti. Insegna scrittura teatrale e recitazione in Italia e in Francia, traduce teatro dall’inglese e dal francese e le sue pièce sono rappresentate in Europa. È pubblicato in Italia da Ubulibri e in Francia da L’Arche Editeur.

Ha diretto l’allestimento della versione francese della “Malattia della Famiglia M” per La Comèdie Française di Parigi. A partire dal 2015 è presidente della giuria del Premio Riccione per il Teatro.

Autore: Monica Schirru

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