La figlia di due madri. “Figlia mia” di Laura Bispuri

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La figlia di due madri. “Figlia mia” di Laura Bispuri

Chiunque abbia la fortuna di poter esprimere le parole “figlia mia”, non dovrebbe mai cercare d’impedirne la possibilità a un altro genitore, sia che si tratti del padre o della madre naturale nei confronti di quelli adottivi o viceversa; men che mai, inoltre, nei confronti dell’altro membro della coppia che ha dato la vita a quel figlio.

Eppure, troppe volte assistiamo alla guerra dell’odio e della paura per il controllo dei figli e/o per accaparrarsene totalmente la gestione, come se l’amore potesse avere un limite ed avesse un senso privarne un altro per riuscire a goderne.

Come se l’amore del proprio figlio potesse essere ottenuto attraverso il suo possesso e la proibizione dei rapporti con l’altro, negandogli la possibilità della compagnia, della confidenza , dell’esempio, dell’amore dell’altro genitore.

E’ la paura che domina, a quel punto, l’azione della persona, cercando di troncare quel rapporto d’amore che, in realtà, ha permesso lo stesso concepimento di quella creatura “figlia mia”.

Amore e paura si mescolano nel rapporto fra le persone e diventano i motori del loro stesso comportamento.

E’ di questo argomento che desidera parlarci Laura Bispuri nel suo nuovo film “Figlia mia”, recentemente presentato al 68º festival internazionale di Berlino. Dopo la sua opera precedente “Vergine giurata”, affiancata nuovamente nella sceneggiatura da Francesca Manieri, si addentra con un punto di vista femminile nell’intreccio dei rapporti fra tre donne: Angelica, madre naturale di Vittoria , una ragazza che vive in una situazione marginale e di degrado, spesso ubriaca e facilmente disponibile a rapporti saltuari con gli uomini alla ricerca disperata di affetto e denaro; Vittoria, una bambina di dieci anni dai capelli rossi e dai lineamenti particolari, poco comuni in Sardegna, che l’avvicinano naturalmente ad Angelica; Tina , la madre adottiva , che ha aiutato Angelica a partorire sua figlia , dopo averla trovata sofferente ai margini di un sentiero, e che poi si è presa cura da quel momento di Vittoria, crescendola come la sua unica e vera figlia.

Tre grandi attrici ci conducono per mano nell’esplorazione delle emozioni e dei pensieri dei loro personaggi. Dico tre perché anche la piccola Sara Casu, nella parte di Vittoria, riesce ad appassionarci al suo personaggio, mostrandoci con vera bravura la sua naturale evoluzione. Le altre due sono Valeria Golino e Alba Rohrwacher, rispettivamente Tina e Angelica, la madre adottiva e quella naturale di Vittoria, che ci regalano due belle interpretazioni dei loro personaggi: dense e piene di sfaccettature.

Amore e paura sono i protagonisti del film, articolandosi nell’intreccio della vicenda. La ricerca dell’amore filiale e materno ed il modo particolare in cui questo si manifesta; ma, nello stesso tempo, la paura di non averlo, di perderlo, di non mantenerlo.

La paura che ognuno di noi vive in ogni momento della sua vita può essere paralizzante e fonte di avversione e di odio; oppure, può e deve essere naturale strumento di osservazione dei problemi e dei limiti con cui ci rapportiamo. La paura dovrebbe essere uno dei migliori strumenti di prevenzione e di analisi dei rischi e delle difficoltà a cui andiamo incontro, per poterle superare e vivere con maggiore pienezza la nostra vita.

Può essere, tuttavia, la causa della nostra rinuncia a vivere un’esistenza pienamente soddisfacente, la fonte di sentimenti di odio e rivalsa nei confronti di chi riteniamo colpevole delle nostre difficoltà. Può portarci ad impedirci ed impedire di vivere.

Il superamento, da parte di Vittoria, della paura di calarsi in un cunicolo , stretto e buio , dove forse solo lei può entrare, alla ricerca di un improbabile tesoro, della cui esistenza la madre naturale è convinta, rappresenta la scoperta di un reale grande tesoro per la sua vita: la capacità del coraggio, di andare a vedere la realtà e di trovare se stessi in fondo al cunicolo, la capacità di andare avanti per sè e per le persone che ami.

Laura Bispuri ci conduce con il suo film nel dedalo del rapporto fra questi sentimenti , con mano delicata e senza aprioristici giudizi di valore, mostrando sempre una   grande attenzione e solidarietà per i problemi espressi dai suoi personaggi.

La vicenda ha come sfondo ed ambientazione gli splendidi paesaggi naturali della Sardegna, valorizzati dalla bella fotografia di Vladan Radovic. Completano il cast il montaggio di Carlotta Cristiani, le musiche originali di Nando Di Cosimo, i costumi di Antonella Cannarozzi, la scenografia di Ilaria Sadun.

Autore: Giuseppe Ardizzone

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