Continuando a ricordare il Sogno. Peter Brook propone “Battlefield” al Bellini di Napoli

,   

Abitare la Battaglia

 

Continuando a ricordare  il  Sogno

Battlefield   da   Mahäbhärata

E dal testo teatrale di Jean-Claude Carrière. Adattamento e regia: Peter Brook  e Marie- Hélèn Estienne.

Napoli, Teatro Bellini, 20-25 febbraio 018      

°°°°                                 

Già in tournée nella nostra penisola a maggio 2016 (con brevi tappe in alcune città del Centro-Nord come Roma e Firenze, ma anche in centri più piccoli come Fermo e Modena), è tornato ora in Italia, approdando anche a Napoli (al Teatro Bellini), questo Battlefield, versione estremamente ridotta (l’originale durava nove ore!) del celebre Mahäbhärata, il grande poema epico indiano che Peter Brook mise in scena per il festival di Avignone nel luglio 1985, portandolo poi – e per un bel po’ di tempo – in giro per mezzo mondo (da noi lo si vide nell’autunno dello stesso anno, al Fabbricone di Prato), curandone peraltro una serie televisiva nonché un bel film, cui fortunatamente non mancò una certa distribuzione nelle sale.

Come mai – ci si potrebbe chiedere – questa rilettura scenica (o comunque la circolazione di quella, riproposta circa due anni fa, sempre nell’adattamento di Jean-Claude Carrière, già allora rivisto con Marie-Hélène Estienne), richiamando l’attenzione su quel testo fondamentale dell’induismo, anche se in un breve lacerto del primo spettacolo, un prezioso camméo comunque, della durata di appena un’ora, con solo tre attori in scena e un musicista di cui difficilmente si dimenticherà l’intenso assolo al tamburo con cui, quasi magicamente e inaspettatamente, lo spettacolo si conclude?

  L’estrema attualità – potrebbe rispondere qualcuno – di quell’antica lotta fratricida (nello specifico, fra due famiglie principesche), in poco tempo trasformatasi in uno sconvolgente sterminio, dinanzi al quale è davvero difficile parlare di vincitori e vinti. Non a caso il giovane Yudishtira, il re di uno dei due nuclei familiari in conflitto, formalmente il vincitore, nel prendere atto dello spettacolo di morte offerto dal campo di battaglia (il Battlefield del titolo), è assalito da dubbi e rimorsi, non diversamente dal vecchio re Dritarashtra, il suo avversario: il loro dolente interrogarsi sulla effettiva necessità della guerra, quindi sulle rispettive, pesanti responsabilità, suonano ancora oggi monito senza tempo sull’inanità di ogni guerra , in cui “anche la vittoria è una sconfitta”.

Teatro politico, dunque? L’espressione ormai logora, comunque in disuso (non lo è stata però in un passato più o meno remoto, quando servì ad indicare esponenti illustri anche in questo settore della creatività, Brecht innanzi tutto, ovviamente), è tuttavia riduttiva: non è un caso che non sia mai stata usata nei confronti del Nostro, cui non sono appartenute consolidate certezze ideologiche, animato piuttosto dal desiderio del confronto, e non tanto fra diverse linee politiche quanto tra le differenti culture dell’intero pianeta: desiderio, e vivissima esigenza di matrice – si direbbe – antropo-etnologica, che lo hanno portato, almeno a partire da una certa data (l’inizio degli anni ’70) in giro per il mondo, per demolire convinzioni acquisite, per tentare nuove forme di comunicazione con le genti incontrate, magari fare impreviste scoperte, ricevendo  (per venire al suo specifico, peraltro mai inteso in modo rigido ed esclusivo) quanto di utile quelle culture potevano offrire ad una sperimentazione teatrale con passione sempre praticata: un prezioso “furto”, insomma, di un universo simbolico che Brook ha egregiamente voluto e saputo disseppellire, anche se con risultati non sempre convincenti, o che  comunque tali non apparvero a quanti (noi fra questi!) erano ancora sotto choc per aver assistito all’incantevole, direi quasi accecante (peraltro originalissimo) Sogno shakespeariano, nella 31° Biennale-teatro veneziana, a fine settembre 1972.

Più tardi si capì (o si volle capire!) che il teatro che Brook aveva cercato (e trovato) in Africa o in India era un altro teatro: “il teatro delle forme semplici”, si sarebbe detto; un teatro povero come l’amico Grotowski chiamava il proprio, anche se con obbiettivi ed esiti diversi. Un teatro per più versi artigianale, caratterizzato da una rarefazione dei segni, comunque da una minore evidenza delle intenzioni della messa inscena; una geometria dei movimenti tracciata con grandissima semplicità (ma con innegabile rigore) su un palcoscenico sempre più vuoto, spazio denudato dove gli attori – nella concisione dello stesso linguaggio verbale – sono l’unica posta in gioco, essenzialmente con i loro corpi.

I rischi di questo pur intrigante processo di essenzializzazione (un ritorno al grado zero della scrittura scenica) non hanno tardato a palesarsi: d’altra parte non era banale nostalgia per le grandi trovate della tradizionale messa inscena quella di chi continuava a sognare il felice approccio al Sogno scespiriano! La strada intrapresa verso la nuova espressività drammatica, anche se talora l’utilizzazione degli elementi minimi della teatralità ha avuto del magico, del fiabesco, sembra tradire ormai il respiro corto, rasentando oltretutto la maniera: è il caso probabilmente di questa riduzione del ben più complesso (e non soltanto monumentale!) Mahäbhärata. Anche se ci guardiamo bene dal parlare – come qualcuno ha fatto, forse con sottile ironia, comunque con riferimento a quella che ormai da tempo resta quasi l’unica suppellettile in scena negli spettacoli di Brook – di “improvvisazioni intorno ad un tappeto”.

  E non si tratta, nel nostro caso, del pur doveroso omaggio a chi è stato e rimane uno dei Maestri del Novecento teatrale. Il quale può vantare, a suo grande merito, la difesa ad oltranza della natura plurale del teatro, mai rassegnandosi a perpetuare la tradizione, senza tuttavia volere nemmeno rigettarla, anzi riattivandola per salvarla (come dimostrano, del resto, i suoi frequenti ritorni al sempre amato Shakespeare, o l’approccio intrigante e innovativo con il melodramma, per esempio nella stupenda Tragédie de Carmen, vista a Pompei  nell’estate del ‘96); e pur teorizzando, contro il “teatro mortale”, una “rivoluzione permanente”, ha subito aggiunto che sarebbe “criminale una distruzione arbitraria”, svuotando di senso la netta quanto sterile  contrapposizione fra tradizione e sperimentazione, tanto di moda (e dannosa per entrambe) nei decenni passati.

Anche un lucido e acuto teorico, dunque, Peter Brook, che in questa veste ci viene in aiuto perfino nel suaccennato disagio provato di fronte alla sua ultima maniera. Dice infatti in una delle sue più recenti pubblicazioni (La qualità del perdono, tr. it. 2015): “Un tappeto usato posto sopra un cumulo di scarpe vecchie si è aggiudicato premi internazionali. Lo si è giudicato meritevole di aver espresso la tragedia dell’emigrazione. […] E’ stato un contributo ammirevole al politicamente corretto, ma il suo impatto è stato irrilevante se confrontato con Goya, Picasso o altre foto di struggente intensità. […] Una singola lampadina, che veniva accesa e poi spenta, ha vinto un importante premio per aver rappresentato appieno la vita e la morte. In effetti esprimeva solo ‘il concetto’ di vita e di morte”. Tutte queste idee sono state premiate, ma ciò che manca loro è “una forma efficace” (cors. ns.).

E’ questo, indubbiamente, l’obbiettivo di ogni vero artista, ovviamente non sempre raggiunto o raggiungibile, soprattutto se si hanno orizzonti più vasti del “fare arte”. Nella categoria sono entrati pochi ma illustri veri Maestri del ‘900: Brook fra questi, perché è stato ed è ancora – alla veneranda età di 93 anni – un sognatore di teatri impossibili ma necessari; ha voluto che il teatro fosse più che il teatro. Anche per questo è – per dirla con una delle felici battute che Carmelo Bene usava per se stesso, ma pur sempre efficaci – “un classico vivente”; perché “il classico è quello che si dà una volta per tutte … Il classico esonera dal contemporaneo”

Autore: Francesco Tozza

Condividi