Coabitazione dentro la gabbia della Malattia. “Fratelli” di Carmelo Samonà al Teatro Biondo di Palermo – Prima nazionale

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Coabitazione dentro la gabbia della Malattia. “Fratelli” di Carmelo Samonà al Teatro Biondo di Palermo – Prima nazionale

Con la volontà di stornare l’attenzione dall’autobiografismo del suo Fratelli, subito accolto con grande favore di pubblico e di critica, Carmelo Samonà aveva definito le tematiche affrontate dal romanzo “nell’ostacolo della comunicazione linguistica e nella tensione che caratterizza, comunque, ogni rapporto umano”. La malattia mentale, che nel romanzo tiene avvinghiati eppur distanti il fratello sano e quello malato, può senz’altro assurgere a metafora espressiva, sia essa corporea che verbale, ma lasciarvi intatta anche la dimensione del vissuto fugacemente rubato, dello strazio che incrosta il quotidiano, dei gesti sempre uguali per significati che si vorrebbero sempre diversi può solo accrescerne il fascino e l’impatto emotivo.

Ed è proprio attingendo ad entrambe queste chiavi di lettura che Claudio Collovà, a distanza di quasi vent’anni, torna a dirigere un nuovo allestimento di Fratelli in prima nazionale alla sala Strehler del Biondo. In scena Sergio Basile e Nicolas Zappa, ormai da tempo compagni d’avventura ricettivi e sensibilissimi nell’accogliere, captare e assorbire le drammaturgie che Collovà propone loro con la certezza che ne saranno a loro volta risucchiati divenendo parte attiva del processo creativo. Lo spettacolo può dunque nascere, prima dal silenzio rotto da un continuo e fastidioso brusio esterno (il mondo fuori che preme restando indecifrabile e lontano), poi dai movimenti stereotipati del fragile e minuto fratello malato, poi dalla voce chiara di chi affila le armi della logica per mettere ordine attraverso la parola scritta o pronunciata a ciò che per sua stessa natura non può che sfuggire al rigore di una catalogazione che non sia puramente numerica.

Un climax ascendente, insomma, nel quale far scivolare dolcemente Beckett in Pinter per farli coesistere attraverso il consueto impasto di silenzi, di gesti e di parole, persino certa malinconia chapliniana percorre impalpabile alcune scene attraversate dalle persuasive musiche di Giuseppe Rizzo; ma si tratta di impressioni che presto perdono consistenza e si diradano, perché il regista ha palesemente guardato altrove, primo fra tutti all’universo iconografico di Francis Bacon presente in ogni fibra di questo spettacolo, e soprattutto a se stesso, a quel modo ormai completamente maturo e personalissimo di affrontare la grande letteratura, specie quella apparentemente meno “amabile” e immediata. A ben guardare i mostri sacri del teatro dell’assurdo possono limitarsi a farci qualche sberleffo da un immaginario dietro le quinte, già la scrittura di Samonà ne aveva preso le distanze.

Qui la storia, quella dei due fratelli e della loro coabitazione con e dentro la Malattia, è ben presente sebbene destrutturata, smontata, divisa, o meglio amorevolmente spartita tra i protagonisti; il linguaggio, lungi dall’essere scarno o allusivo, è uno strumento di ricerca e di scavo, è una richiesta disperata d’aiuto che porta già in sé i suoi rimedi e le sue nuove richieste. E’ una storia che vive nella fallibilità della memoria, e che pertanto ha bisogno di essere scritta e poi riscritta ancora, nella labilità di un presente che per esistere deve essere registrato e poi riascoltato o fotografato in istantanee che non potranno puntualmente restituire lo stato d’animo del momento, così come non può farlo lo specchio, sempre un attimo in ritardo su ciò che siamo. Lo spazio geometrico della stanza e i singoli particolari degli arredi, realizzati da Enzo Venezia con precisi riferimenti all’opera di Bacon (dagli studi su Lucian Freud a quelli sulla Crocifissione) e alle sue “ gabbie”, è percorso dal fratello dichiaratamente malato con maniacale precisione, quasi per volerlo conoscere e interpretare, per misurarne il perimetro, per prenderne possesso, il tentativo infruttuoso di un randagio nel marcare il proprio territorio. In quello spazio accoglie il fratello sano – o è al contrario? – lo inviata a cercarlo e la promessa ricevuta di esserci per sempre, voluta, desiderata, ineluttabile, suona come un balsamo e una condanna.

Claudio Collovà diviene artefice e custode di un impianto scenico perfetto, in cui la casualità non trova alcuno spiraglio e lo studio, pur presente e avvertito, non appesantisce né disturba, per cui lo spettatore può lasciarsi andare al fluire seduttivo dello spettacolo, entrarci dentro e porsi in vigile ascolto delle voci recitanti e di quelle interiori che non mancheranno di affiorare. Il gioco continuo di rimandi e proiezioni potrebbe, infatti, traboccare e travolgere quella parte di platea in grado di parlare la stessa lingua del regista, di provare le stesse emozioni.

Sergio Basile è il paziente compagno di giochi, il sobrio analista che prende atto di ciò che vede, il lucido stratega che osserva il campo di battaglia per potervi disporre armate adeguate, è l’uomo disponibile all’incontro con l’altro da sé, capace pure di indossare la malattia, ma con la spietata consapevolezza che imitarla non è viverla. Nicolas Zappa è un tenero, fiabesco sovrano capace ancora di stupore e di complicità che ordina al suo unico suddito di comprendere quale malattia affligga il suo regno, cioè il suo corpo, l’unico luogo del quale concretamente dispone, un regno fatto di sofferenza, di escrementi e di cibo, di frasi e di movimenti reiterati perché in certe malattie funziona così.

E allora perché non lasciarsi tentare e camminare, magari uno dietro l’altro, nel bianco abbacinante di un esterno appena intravisto tra disponibili aperture che vorrebbero essere vie di fuga, per poi perdersi, cercarsi, ritrovarsi e infine rinunciare, perché non si è trovato niente fuori, niente in quel convinto “andiamo via”, niente che non possa trovarsi dentro la stanza e dentro se stessi. Anche la donna con il cane zoppo, flebile legame con il mondo esterno, figura ormai introiettata, è visibile in quell’interno/tutto, in alto come una Madonna da supplicare, con tanto di musica da processione ad accompagnare il turbamento. Che è anche il turbamento di chi guarda questi bravissimi attori trasformati per brevi ed intensissimi momenti in tableau vivant con i volti deformati dei ritratti di Bacon, con le posture dei suoi personaggi sacrificali, le potenziali carcasse sanguinanti bloccate nelle eterne crocifissioni inflitte dagli uomini ai loro fratelli. E allora sì che il discorso scenico si fa universale e le parole di Samonà riacquistano senso e spessore, sporche di vita e di quella corporea e materiale sofferenza che accomuna un fratello al suo prossimo, gravide di spazi non comunicanti ma sempre aperti al potere taumaturgico della parola.

Fratelli

dal romanzo di Carmelo Samonà

con Sergio Basile e Nicolas Zappa

regia e drammaturgia Claudio Collovà

scene e costumi Enzo Venezia

musiche Giuseppe Rizzo

assistente alla regia Valentina Enea

assistente alle scene e ai costumi Ottavio Anania

make-up artista Gae Pusanti

produzione Teatro Biondo Palermo

in scena fino al 25 febbraio alla sala Strehler del Teatro Biondo – Palermo

Autore: Agata Motta

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