Accostamenti visionari. “La ballata di Till” di Teresa Miccichè

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Accostamenti visionari. “La ballata di Till” di Teresa Miccichè

E Till si sentì capito: come poteva accettare le frazioni se viveva nell’Uno di Pitagora?”

Un esorcismo. Una preghiera. Un canto: è “La ballata di Till”, l’unico, prezioso “romanzetto” che Teresa Miccichè, prematuramente scomparsa, aveva affidato alle stampe per “Il Girasole Edizioni” nel 1989. Adesso, a quasi trent’anni di siderale distanza, questo libro-cameo torna grazie al poetico ardimento dello stesso editore Angelo Scandurra che lo ripropone nella collana “Le Farfalle”, arricchito da una lirica del figlio Biagio Guerrera e da una fotografia di Riccardo Cristina.

“La ballata di Till” è una nuvola, un rosario lungo il quale si sgrana l’esistenza particolarissima di Till, “piccolo quanto un baccello”, individualità quasi soprannaturale, uomo e donna ad un tempo, sottratto per sua stessa forza al prosaico accadimento dell’umana materia e al suo disfacimento morale e psicologico: Till infatti “non ha i “sette vizi capitali e neppure i peccati mortali che gli insegnava il prete del confessionale”; si strugge in una sorta di “malessere d’attesa”, assume una compostezza assoluta davanti al grande mistero della vita e della morte e di dolorosa malinconia davanti all’inganno ontologico.

La purezza di Till – la cui logica è straniante rispetto alle categorie morali e religiose del contemporaneo – è quella di un individuo arcaico, legato al concepibile inteso come possibilità, inquadrato in una visione del cosmo e quindi di una escatologia, di un ὀμφαολεσσα, il cordone ombelicale che lo lega ad una memoria antica.

Su questa eccentricità gioca anche l’aspetto formale della “ballata”: sono infatti pagine dotate di un respiro che si estende, oltre la mera scrittura fisica, nel territorio del “cuntu” – non solo mancando dei consueti riferimenti – capitoli, intestazioni, titoli – ma presentandosi anche quasi in forma di visione: una percezione che emerge da un delicato retablo composto da due grandi pannelli – “Till” appunto e “Sara l’orba” – e squadernato per i cinque Misteri gloriosi – vero e proprio filo rosso del racconto – in tappe reali ed interiori, squarci di narrazioni possibili: Till che organizza crociate per salvare le lumache; Till che attraversa i cimiteri leggendone le epigrafi; Till che si arrampica sulle montagne, Till che attraversa le epoche; Till che denuncia la bieca irrazionalità della Storia; Till che scala il Calvario con Maddalena.

Tutto il racconto è intessuto di riferimenti colti, di libri ideali (quello addirittura esplicitato sono le “Metamorfosi” ovidiane) e di accostamenti visionari (“il canarino nella gabbia all’angolo che gli ricordava i tulipani”). Una densità lirica, insomma, che lo pervade attraverso un incedere di fiaba (“s’inerpicava, s’inerpicava”) in cui mito, storia e mistica soprattutto si intrecciano nella luminosa oscurità delle esperienze di Till. Eppure la sua vicenda non svela la realtà segreta dell’universo: la comprende, vi si assimila diventando continuamente il segno e il sogno di un essere “altro”. Lungo questa continua trasmutazione, Teresa Miccichè con “La ballata di Till” tratteggia il suo originalissimo sincretismo nel quale confluiscono pure la tradizione lirica medioevale, l’opera (era una appassionata melomane) e la sua passione per l’astrologia nella direzione di “una vita straordinaria, nascosta, dopo la morte, nelle cose”.

Fino ad una delle possibili agnizioni. Un terribile, invalicabile imperativo: “tagliare alle radici ogni attesa di gioia: forse questo era amore”.

Autore: Giuseppe Condorelli

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