Per un racconto di scontento. “Tre pezzi facili” (a Napoli, da Čechov a Loewe)

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Tre pezzi facili, per un racconto di scontento

 

 Non di sterile contestazione

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A volte, anche per chi è abituato a più analitiche riflessioni su quanto va vedendo per teatri nell’esercizio della sua attività di critico, sono sufficienti più circostanziati giudizi, comunque un minor numero di parole …. per dire la sua su quanto visto: si tratta, per lo più, di racconti brevi che mascherano lo scontento, non proprio una effettiva, totale, quindi sterile contestazione. Quasi a dire: si poteva far meglio, c’erano i presupposti; un’altra occasione perduta!

E’ questo il caso, determinato da tre spettacoli visti nei giorni scorsi a Napoli, diversi fra loro ma forse accomunati da quella percezione cui si é appena accennato. Pensavamo di non parlarne affatto: inutile infatti, peraltro anche ingiusto, infierire contro ciò che non ci convince. Tuttavia al silenzio, pur sempre arrogante …., è preferibile il pezzo breve, da buttar giù facilmente, senza bisogno di particolare approfondimento: insomma il lancio del classico sasso nello stagno, premessa per una sempre possibile e auspicata discussione, magari con i diretti interessati.

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TRE le sorelle Prozorov

adattamento (da Čechov) e regia di Giovanni Meola

con Roberta Astuti, Sara Missaglia, Chiara Vitiello

Napoli, TRAM (Teatro, Ricerca, Arte, Musica), 1-4 febbraio 018

 

Un regista ancora giovane, che incontriamo spesso nei teatri napoletani (ama evidentemente l’informazione diretta e il confronto con l’altro, merce rara fra i teatranti!), già conosciuto lo scorso anno per un lacerto di teatro-inchiesta (piuttosto deludente – lo scrivemmo – perché, probabilmente, non nelle sue corde), ora alle prese con un suo adattamento delle Tre sorelle čechoviane in uno di quei teatri marginali che Napoli e la sua periferia (vedi Piscinola o San Giovanni a Teduccio) continua a offrire, ci ha indotto a recarci al TRAM, a Port’Alba: un ulteriore, piccolo spazio che credevamo scoprire, riconoscendovi invece, appena entrati, la fredda, umidissima sala – ormai però in versione restaurata e riscaldata! – del vecchio Cinema Altro, dove un ancora sconosciuto ma preparatissimo Mario Franco alimentava (qualche decennio fa!) la nostra adolescenziale sete di cinefili.

Un Čechov – quello di Meola – qui giocoforza essenzializzato, per così dire disossato, scarnificato, offerto – come avrebbe detto Carmelo Bene – per sottrazione, affidando a tre brave e intense attrici, nero vestite sul nudo palcoscenico, il compito di recitare il testo, scambiandosi le rispettive parti delle tre protagoniste ma anche le battute degli altri personaggi.

Interessante, certo, l’idea di una sintesi drammaturgica, per rendere più esplicita quella provincia dell’anima continuamente lamentata dalle tre sorelle, qui quasi ingabbiate (e non solo metaforicamente, data la ristrettezza dell’ambiente) nel loro parlarsi addosso, in un dialogo senza effettivi destinatari.

Una sintesi drammaturgica condotta sul filo di uno straniamento non privo di pathos, tuttavia appesantito dall’inutile scansione degli atti o dalla pleonastica verbalizzazione di qualche didascalia, nonché dall’esuberanza di superflui movimenti scenici, laddove il concentrarsi sulle sole battute delle tre sorelle, colte nella fissità dei loro tormenti (magari nel reiterare infinito di quel famoso “a Mosca, a Mosca”), avrebbe meglio espresso  (com’era forse nelle intenzioni del regista) quell’opprimente consapevolezza della “mancanza”, nella costante ricerca di una ragione di vita, che rende, ancora e sempre, Čechov nostro contemporaneo.

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Lungo viaggio verso la notte di Eugene O’Neill

con Milvia Marigliano, Arturo Cirillo,

Rosario Lisma, Riccardo Buffonini

regia di Arturo Cirillo

Napoli, Teatro Nuovo, 8-11 febbraio 018

 

Non ci piace autocitarci, ma nei confronti di Arturo Cirillo non possiamo che ripetere quanto già detto in precedenti nostre recensioni sui suoi ultimi spettacoli, dove è andata perduta, in proporzioni sempre maggiori (fino a scomparire del tutto ormai), quella cifra stilistica che li caratterizzava un po’ tutti: una sottile ironia nella lettura dei testi affrontati, che se non sempre approdava ai lidi di un pur cauto espressionismo o di un irresistibile grottesco, avvolgente – se  non altro – il personaggio da lui stesso impersonato nella pièce, rendeva esplicita,  comunque, una distanza critica da ciò che metteva in scena, smascherandone felicemente certo anacronismo o comunque sottolineandone un’improbabile attualità (indimenticabile un suo Scarpetta, addirittura retrodatato ad un Settecento buffo, dai ritmi quasi rossiniani).

Le cose sono progressivamente cambiate da quando, negli ultimi anni, l’attore-regista si è imbattuto in quella drammaturgia americana, sui nostri palcoscenici tanto in voga negli anni ’50 e ’60 (T. Williams, E. Albee, ora E. O’Neill), che fotografava storie familiari fatte di dubbi, conflitti, crisi esistenziali, fra fiumi di alcol e prime esperienze di droga, appena mascherate: si è trattato – si direbbe – di un amore a prima vista, di una vera e propria infatuazione, più che comprensibile all’interno di una contemporaneità che quelle problematiche sembra oggi riviverle, anche se in contesti più lucidi e ormai disincantati. Un ritorno di fiamma, una riscoperta amorosa – potrebbe aggiungersi – se i dati anagrafici lo permettessero; certo – così intitolavamo la nostra recensione ai due testi di T. Williams precedentemente messi in scena dal regista – “Cirillo, per amore, non graffia più”.

Il problema, forse, non è neppure questo; si può benissimo non voler più graffiare, soprattutto se si toccano cose che si amano. Se l’immedesimazione sostituisce completamente (e appassionatamente) il distacco critico, occorre però essere credibili. Cirillo e i suoi attori non lo sono stati.

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My Fair Lady

musical in due atti

libretto di A. J. Lerner; musica di F. Loewe

dir. Donato Renzetti (s. Maurizio Agostini)

con Nancy Sullivan (Elisa Doolittle);Robert Hands (Henry Higgins)

John Conroy (Colonnello  Pickering); Martyn Ellis (Alfred P. Doolittle)

regia: Paul Curran  

Teatro di San Carlo, 6-14 febbraio  018

 

Giustamente il Massimo napoletano ha salutato con orgoglio l’approdo sul suo palcoscenico di un musical, e che musical, in verità! Ascendenze illustri dal punto di vista squisitamente teatrale: il Pigmalione di Shaw; successivamente, per l’adattamento musicale, curato da due colossi del settore, Lerner e Loewe, sulle scene americane prima (1956), al Drury Lane di Londra dopo, la grande interpretazione di Rex Harrison e Julie Andrews; quindi, per la successiva versione cinematografica (1964), la regia del grande Cukor e l’interpretazione sempre dello stesso Harrison nonché dell’indimenticabile Audrey Hepburn.

Qualcuno, per meglio giustificare o addirittura nobilitare (perché poi?) l’approdo del genere nel più grande e illustre teatro d’opera europeo, ha forse esagerato, evocando – per la partitura – ascendenze nell’universo degli Strauss e di Lehar (autori, seppur timidamente, comunque già ospitati nella programmazione del Lirico napoletano), parlando addirittura di echi rossiniani, in realtà poco probabili!  

La verità è che, con questo emblematico approdo, è entrato al San Carlo il Novecento che, già da un bel po’ ormai terminato, non ha avuto qui granché spazio, come altri secoli del resto (il Seicento e il Settecento in particolare, che pur in città vantano illustri trascorsi), confermando che il Nostro, come la gran parte dei teatri lirici, italiani soprattutto, ma non solo, in realtà dovrebbe definirsi essenzialmente tempio dell’opera ottocentesca, spesso ignorando peraltro – per i secoli precedenti nonché per il successivo, cui si faceva riferimento – la copiosa parte inerente la musica strumentale e vocale in senso lato.

Per tornare al Novecento, si tratta – come è ben noto, ma è forse bene ripetere – di un secolo che ha prodotto non molto nell’ambito dell’opera o melodramma che dir si voglia, dando invece addirittura i natali ad altri generi, quali il Jazz per esempio, o il musical appunto, che andrebbero ospitati con altrettanta frequenza. Non a caso salutammo anni fa, con particolare entusiasmo, l’ospitalità finalmente concessa, e poi per una volta ancora ripetuta, al grande Keith Jarrett, con il quale – se pur con indicibile ritardo – finalmente entrò nel maggior teatro lirico europeo il genere musicale più specificamente novecentesco, il jazz appunto.

Ciò premesso (ma l’oggetto comporterebbe ulteriori considerazioni), che dire di questa inusitata proposta? Indubbiamente un prodotto ben confezionato: cast inglese, non per soddisfare pruriti filologici ma per cogliere sottigliezze linguistiche che nella traduzione (comunque presente negli immancabili sovratitoli) si sarebbero perse (ma quanti, poi, in sala le hanno effettivamente colte?); resa interpretativa migliore sul piano musicale che in quello propriamente recitativo (il cinema, con il tanto deprecato doppiaggio, risolve però assai meglio il conflitto fra i due versanti dell’interpretazione, difficilmente armonizzabili, com’è noto); superiore alle attese, invece, il corpo di ballo del teatro, spigliato e coerentemente incisivo nei suoi non pochi interventi;  l’orchestra del San Carlo sotto la guida di Donato Renzetti (sostituito in alcune repliche da Maurizio Agostini) ha fatto del suo meglio per rendere la brillantezza di quella musica stupenda, mai corriva o superficiale, tradendo tuttavia altre abitudini esecutive o comunque l’assenza di quello sprint necessario nell’offerta del genere; la regia di Paul Curran, limitatasi a dirigere semplicemente l’azione scenica, senza idee (vecchie o nuove), ha perso l’occasione per esprimere teatralmente il perché del suddetto approdo, magari sperimentando o suggerendo vie nuove all’inconsueta messa in scena.     

Si poteva e si può far meglio, appunto (come si diceva all’inizio); purché le proposte, nel genere, continuino, ovviamente.

 

Autore: Francesco Tozza

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