Vecchi e nuovi fantasmi…a Napoli

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Vecchi e nuovi fantasmi

In un emblematico inizio d’anno a Napoli

 

-La Locandiera B&B, liberamente tratto da La Locandiera di Goldoni,

adattamento di  Edoardo Erba, regia di R. Andò

con Laura Morante

Napoli, Teatro Diana – Salerno,Teatro Verdi, dic. 017-gennaio 018

-Questi  fantasmi  di E. De Filippo

con Gianfelice Imparato, Carolina Rosi

regia: M. T. Giordana

-Tango Glaciale, reloaded (1982-2018)

Progetto, scene e regia di Mario Martone

Teatro Bellini/Piccolo Bellini, gennaio 2018 (foto in alto)

-Desideri mortali

oratorio profano per G. Tomasi di Lampedusa

testo e regia di Ruggero  Cappuccio

Teatro S. Ferdinando, 24 gennaio-4 febbraio 018

-Masquerade, da un dramma di M. Lermontov

regia di Rimas Tuminas

produzione: Teatro Vakhtangov di Mosca

Teatro Mercadante, 27 e 28 gennaio 018

°°°°

E’ uno strano gennaio quello con cui è iniziato il 2018 sulle maggiori scene napoletane: un inizio d’anno segnato da ritorni, riprese, rivisitazioni, insomma percorsi già battuti, non solo sul piano dei testi, ma anche su quello degli  spettacoli offerti, spesso con gli stessi artefici che li presentarono in un passato più o meno lontano, ora magari solo con qualche variante, dettata dalle inesorabili assenze volute dal tempo trascorso o comunque dagli inevitabili ricambi generazionali.

  Crisi d’idee, di nuova inventiva e creatività nello specifico? Reiterato e mai scomparso omaggio ad una tradizione, anche alla “tradizione del nuovo”, difficile da dimenticare (perché poi la si dovrebbe, e inesorabilmente, dimenticare!)?. Incapacità di affrontare e  sperimentare il nuovo (come da qualche parte, forse con minore fervore e meno convinti e convincenti risultati, comunque si continua a fare), o presa di coscienza dei rischi di un nuovismo fine a se stesso, che tuttavia non può distruggere il desiderio del nuovo, come bisogno di una continua ricerca, pur nell’ineludibile rispetto di ciò che ci consegna la memoria storica? Oppure, e più brutalmente, resa incondizionata alle ragioni del mercato, anche nel nostro specifico, che così produce pavidi assertori della contaminazione, intesa non come felice matrimonio dei linguaggi, del resto già officiato in tempi non sospetti, ma come pigro approdo a ricette spettacolari idonee ad accontentare tutti i gusti o, per meglio dire, il cattivo gusto spesso dominante!?

  Sono – tutti questi (e altri ancora) – gli interrogativi che bilanci e progetti d’inizio anno inducono a porci da un po’ di tempo, forse sempre gli stessi, resi però più drammatici dalla domanda ormai incalzante, che tutti li sottintende: ma il teatro è ancora necessario? E per chi a tale necessità – senza retorica però – crede ancora (data l’importanza che quel più che millenario fatto umano e sociale, prima ancora che linguaggio artistico, riveste, oggi forse più di prima, nel mare magnum di un’ormai soffocante virtualità), si aggiunge comunque l’esigenza di riflettere e discutere sul teatro da fare e sul teatro che si fa. Il quale, per la verità, in alcuni casi si rivela davvero inutile e noioso, quindi inspiegabilmente esistente.…, con l’involontario risultato di allontanare dal teatro (e dalla suddetta sua necessità) non solo le nuove generazioni, ma anche le meno giovani, almeno quelle non di memoria corta!

  Tanto per non rimanere nel vago, e non cedere quindi al piatto conformismo (ormai imperante anche in certa critica, nel migliore dei casi frettolosa e superficiale o volgarmente di parte), osiamo fare un esempio nell’ambito della più recente offerta napoletana, cui all’inizio si alludeva. Ferma restando la relatività dei giudizi (ovviamente compreso il nostro!), che tuttavia non deve nascondere la refrattarietà furbesca a giudicare, ci riferiamo allo spettacolo La Locandiera B&B, passato al Diana di Napoli propriamente il dicembre scorso (ma da noi visto al Verdi di Salerno pochi giorni fa): un adattamento – recitavano le locandine (in alcuni casi si parlava di studio) – del celebre capolavoro goldoniano (da parte di un misconosciuto Edoardo Erba), per la regia di Roberto Andò (regista che abbiamo vivamente apprezzato a cinema, nel raffinato Manoscritto del principe e nei più recenti Viva l’Italia e Le Confessioni, entrambi con un ottimo Toni Servillo; a teatro in alcune equilibratissime regie liriche, un po’ meno nel pinteriano Vecchi tempi, pur apprezzato dall’autore inglese, in evidente polemica con la precedente messa inscena viscontiana).

  Ebbene, senza invocare delitti di lesa maestà … autoriale, che non ci appartengono, provenendo da una generazione abituata a ben altre riscritture, si è qui trattato di una modestissima pièce, che del testo goldoniano ha solo il riferimento al titolo, per nulla ravvivata dall’interpretazione della Morante: gran bella donna tuttora, con al suo attivo qualche buon film e una presenza sulle scene accanto al gran Carmelo nel suo Riccardo III, non di grande rilievo tuttavia, se si ricorda l’onnipotenza e l’estrema pervasività del celebre attore nei suoi spettacoli. Per non dire degli altri interpreti di questa Locandiera in noir, peraltro giocata in famiglia, con due rampolli (rispettivamente del regista e della protagonista), impegnati in un tirocinio attorico di cui proprio non si sentiva il bisogno, in una regione in cui già la scena politica dà ampi saggi di un inquietante familismo.

  Se in casi simili basta uscire da teatro nell’intervallo fra i due atti (il medico non prescrive di sorbire l’amara medicina fino alla fine; l’abbonamento, però, o comunque il biglietto pagato – ci si può obbiettare – induce a farlo; in questo, qualche vantaggio il mestiere del critico lo offre!), altre volte il rispetto per il testo che si rappresenta, la curiosità per la sua nuova interpretazione (magari nell’auspicio, o la speranza, che non ci si limiti a fare il verso ai precedenti interpreti), riescono ad evitare l’abbandono! Non senza qualche amarezza però, magari per la nostalgia – pessima compagna, ma spesso ineludibile presenza – del bel tempo che fu! E’ quanto ci é capitato, ad esempio, nel rivedere Questi fantasmi di Eduardo (in scena nella sala grande del Bellini dal 9 al 14 gennaio scorsi): attori complessivamente bravi, nonostante qualche acerbità di troppo nei più giovani; una regia – quella di Marco Tullio Giordana – equilibrata (come si finisce col dire quando il testo è come se fosse scenicamente letto più che creativamente interpretato), senza quegli interventi che da un regista cinematografico pur ci si sarebbe aspettati, magari nei momenti con venature spiccatamente surreali (specie nella scena del temporale, peraltro di sapore pirandelliano). In definitiva si è avuta una semplice riproposta, senza  una benché minima, tanto meno una più approfondita indagine del sottotesto; un’operazione museale di cui il teatro non ha certo bisogno, che anzi non riesce a tollerare, perché il corpo dell’attore, a differenza dell’immagine riprodotta di un dipinto del passato, non può offrire fotocopie dell’originale. Il Pasquale Lojacono di Gianfelice Imparato non riusciva a far dimenticare l’omologo del grande Eduardo; forse lo citava o lo rievocava, in una messinscena che mirava all’impossibile ripetizione dell’identico, senza però tentare un più creativo tradimento.

  Indubbiamente “i fantasmi esistono”, e non vale a rimuoverli l’ingenuità più o meno studiata dei vari Pasquale Lojacono, quelli di ieri e quelli di oggi; bisogna solo saper loro tener testa, non semplicemente scimmiottarli!  E non solo vecchi ma anche nuovi fantasmi sembrano apparsi sulle scene napoletane, se un noto e illustre esponente di quella che nei primi anni ’80 si chiamava la Nuova Spettacolarità, cioè Mario Martone, presto convertitosi, pur con qualche residuale inquietudine, a forme teatrali per più versi riconducibili al c. d. teatro di prosa, ha sentito il bisogno di un ritorno alle sue originarie esperienze sperimentali, al momento con un semplice tuffo in quello strepitoso passato: la riproposta – affidata per ovvi motivi a tre nuovi giovani attori, guidati, nel riallestimento, da Raffaele Di Florio e Anna Redi – di quel Tango glaciale (ora al Piccolo Bellini in anteprima nazionale) che trentasei anni fa – lui appena ventitreenne – sul palcoscenico del Teatro Nuovo della sua Napoli (che tale forse stenta a ridiventare) celebrò l’avanzata dei media sulla scena sociale, in tutto il loro immenso potere fascinatorio, forse non ancora avvertito nelle sue rischiose ripercussioni sull’immaginario collettivo, invece comprensibilmente esaltato nelle sue potenzialità liberatorie, allora, perfino dello stesso corpo. Spettacolo indimenticabile per noi che tanto amammo quella stagione del nuovo teatro, anche per motivi che qui sarebbe bello ma inutile ricordare!

  Con i fantasmi, a sua volta, ha sempre convissuto Ruggero Cappuccio, uno dei Dioscuri (l’altro è l’appena citato Martone) che, su binari diversi e proprio grazie a questa loro proficua diversità, ben potrebbero reggere le sorti teatrali di un ex capitale, ormai in preda a troppi conflitti, raccapriccianti e dannose prese di potere e, in uno specifico ormai non più tale (tutto il mondo è teatro, e non certo nel senso migliore!), troppo spesso avvitata sui postumi di un’antica tradizione, peraltro solo in parte rivitalizzata: rivitalizzazione, comunque, appena abbozzata dal primo dei due, con la sua recente gestione, attenta e promettente, del NapoliTeatroFestival e le correlate iniziative nel territorio.

  Convivenza – si diceva – con i fantasmi quella di Cappuccio, ampiamente confermata anche qui da una riproposta, quel Desideri mortali che – a metà circa degli anni novanta – rivelò, e ai più attenti in parte già confermò, un alto profilo culturale, fatto di reminiscenze linguistiche e musicali fascinosamente accarezzate, quasi ossessivamente inseguite nel timore di una irrimediabile perdita, di fatto ormai storicamente avvenuta, ma – almeno nella finzione scenica – ancora rinviata, grazie ad una sottile, raffinata evocazione, intrisa di malinconica giocosità.

  Un desiderio davvero mortale il suo, a volte si direbbe – parafrasando un altro suo titolo – quasi un delirio non certo marginale, ravvisabile in un po’ tutto il teatro, nella sua scrittura (non solo quella drammaturgica, se si tengono presenti i due bellissimi romanzi), perfino in alcune regie liriche: il desiderio di una cultura che si sa ma non si vuole morta; l’attaccamento a cose e personaggi che possono essere visti, magari anche ironicamente rappresentati ormai, come poupées mechaniques di una onirica quanto crudele coreografia (è questa la cifra stilistica che caratterizza l’apparizione e la presenza scenica dei suoi attori nello spettacolo di cui si parla), in un bianco accecante che ne sottolinea ulteriormente l’astrattezza e il disincanto.

  Forse – lo abbiamo detto già altre volte – l’errore di certa cultura teatrale (e non teatrale soltanto), in anni ormai non più vicini (gli anni di una felice sperimentazione bruscamente interrotta magari proprio da chi ingenuamente pensava potesse durare in eterno!), fu quello di credere che affermare il nuovo (il positivo!) presupponesse un procedere costantemente in negativo, poggiando su rapporti di forza sempre in tensione, in un percorso dall’esito inevitabilmente nichilista. Di conseguenza si sono assunti atteggiamenti che vanno dall’esclusione all’annientamento, dimenticando che l’affermativo può nascere sostanzialmente dal rapporto dinamico con il proprio contrario, dalla differenza effettivamente compresa, non dall’assurda pretesa di negare assolutamente ciò che esso non é.

  Alla continuità creativa nuoce un pensiero che pretende negare il suo contrario, ma giocoforza (negandolo) lo ingloba in sé, finendo con il restar vittima di questa sua mancanza. Ci riflettevamo – per concludere – assistendo allo spettacolo del grande regista russo Rimas Tuminas, al Mercadante per sole due sere con il suo Lermontov (Masquerade): apparentemente un dramma della gelosia per un Otello nordico, immerso nei misteri e nelle oscure inquietudini di una nevosa Pietroburgo; in realtà lo spaccato di una grande tradizione teatrale, fatta di superlativa recitazione (fra clownerie, ballet mecanique, lacerti di commedia dell’arte, reminiscenze classiche, spleen romantico) e con felici intuizioni registiche, appena velate da un’ombra di pur raffinato manierismo. Fantasmi, anche qui, di un teatro che fu (ma che è bene continui a essere!), per un ritorno da noi auspicato (Tuminas portò sullo stesso palcoscenico, nel giugno 2014, per la 7° edizione del NapoliTeatroFestival, un magnifico, indimenticabile zio Vania): un ritorno possibile quando non ci si impicca al ramo della negazione, appunto!

 L’oblio del passato può essere un bisogno, addirittura una necessità, e non solo a livello individuale, per liberarci dalle catene della consuetudine, talvolta anche per essere più liberi, e magari provare il brivido della diversità; ma quello della memoria è un diritto, oltre che un dovere (individuale e collettivo), se non si vuol perdere il senso della nostra presenza nella storia.

Autore: Francesco Tozza

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