I nuovi spiragli di “Turandot”. Di scena al Teatro Regio di Torino

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I nuovi spiragli  di “Turandot”

L’opera di Puccini al Teatro Regio di Torino

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Fine dell’opera melodrammatica o inizio dell’opera contemporanea? A questo quesito Giacomo Puccini non darà mai risposta perché morirà prima che potesse ultimare la parte finale del lavoro, con quella ipotesi aperta che non piace tanto ai puristi del genere, abituati ai rituali collaudati e drammatici di opere come “Boheme”, “Tosca” o “Madama Butterfly.”

 Le coordinate del repertorio italiano, nate dal genio e dall’innovazione rossiniana e belliniana, raggiungono l’apoteosi con Verdi e finiscono il loro percorso con la romanza pucciniana, spartiacque con la canzone popolare italiana.

Turandot ha aperto (avrebbe aperto) nuovi spiragli assieme agli sperimentalismi di Berg, Stravinskij, Schonberg, anche se Adorno si era espresso così dopo la prima rappresentazione a Francoforte: “…operetta drammatico-sacra per le scene…”

Inoltre profetizzando che quest’opera non avrebbe resistito a lungo sulle scene proprio per la sua “gravità”. Come si sbagliava, del resto neanche Puccini avrebbe immaginato che sarebbe stata la sua opera più rappresentata, a dispetto del fatto che viene associata alla romanza più popolare al mondo, quel “Nessun dorma” che il Principe Calaf esegue all’inizio del terzo atto.

 Nell’allestimento che ne fa il Teatro Regio di Torino si esalta e si dà spazio alla regia abbacinata e onirica di Stefano Poda che non a caso  cura anche le scene, i costumi, le coreografie e le luci. E il coro del teatro Regio, in questa affollata rappresentazione di danzatori, figuranti e performers, diventa il vero protagonista dell’opera più tormentata di Puccini, che non riesce a sciogliere il nodo del finale, troppo buonista nell’aggiunta di Franco Alfano, e per questo volutamente rinnegata nella direzione del Maestro Gianandrea Noseda, che si rifà alla prima tradizione, l’esecuzione toscaniniana del 25 aprile 1926.

 Poda pensa bene di coglierne lo spirito creando allucinati spazi bianchi movimentati da corpi nudi, anch’essi bianchi, come a calarsi nella temperie psicoanalitica dell’inizio del secolo scorso. La direzione di Noseda è pulita, efficace nel mantenere agli spartiti pucciniani  il taglio verista che li caratterizza,  e alla fine (con la morte di Liù), il pubblico torinese decreta il trionfo di questa suntuosa rappresentazione impreziosita dalla regia asettica e al contempo spettacolare di Poda.

 Ottima la prova del soprano Erika Grimaldi nel ruolo di Liù, regolari e canoniche le interpretazioni del tenore spagnolo Jorge De Leòn e del soprano sloveno Rebeka Lokar in Turandot.

 

 

 

Autore: Domenico Trischitta

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